Veltroni: un accordo duro, ma inevitabile

17/06/2010

Intervista

«Questo accordo mi sembra inevitabile: è molto duro, però non avviene sotto un ricatto, bensì a causa di una condizione obiettiva che è figlia della nostra globalizzazione diseguale. Come sempre, bisogna mettere sul piatto della bilancia le due alternative: o si rinuncia come Paese a 700 milioni di investimenti e a 15 mila posti di lavoro nel Mezzogiorno, oppure ci si confronta con una sfida, sicuramente difficile dal punto di vista delle relazioni sindacali, e si cerca di trovare il punto più alto di equilibrio tra le esigenze dell’ azienda e i diritti dei lavoratori, il primo dei quali è diritto di sciopero. A questo proposito voglio ricordare che la Fiat qualche anno fa sembrava sull’orlo del collasso, ora è un azienda che ha comprato Chrysler, è un azienda in sviluppo che ha investito in Italia molti milioni di euro, è uno dei pochi pezzi d’Italia che invece di essere acquistata, acquista e vuole passare, in cinque anni, da 700.000 a 1.600.000 auto prodotte nel nostro Paese. Dunque, non cimentarsi con questa sfida sarebbe molto rischioso: così come io rifiuto l’idea di Sacconi e di altri di trasformare questo accordo in un modello, pavento anche il rischio che diventi un modello il contrario, cioè l’idea di rifiutarsi pregiudizialmente di affrontare una nuova idea delle relazioni sindacali».
C’è dibattito su questo accordo.
«Già, e provo un po’ di fastidio per tutti quelli, politici o opinionisti, che gestiscono liberamente il loro tempo di lavoro, che hanno redditi elevati e garantiti, che in questa materia pontificano con il ditino alzato. Fastidio, perché si parla di operai che stanno in catena di montaggio, che si vedono ridotto di dieci minuti il tempo di pausa, di persone di cui viene misurato lo spostamento del bacino per valutare la produttività. E’ un accordo molto pesante che il sindacato credo avrebbe dovuto affrontare concentrandosi sulle due questioni più delicate: il diritto di sciopero e anche le misure di contrasto dell’assenteismo sul quale, però, è anche bene che si dicano delle verità. Quella è un’azienda in cui il giorno delle elezioni del 2008 su 4 mila seicento lavoratori mille seicento si misero in permesso perché dovevano stare ai seggi». Un giudizio su Cgil, Cisl e Uil. «Se fossi stato il sindacato avrei affrontato la questione come ho detto. Perché il sindacato è più debole se, senza sedersi a discutere, prima e insieme, già si pronunciano, di fronte a provvedimenti del Governo, dei no e dei sì, si annunciano firme o si convocano scioperi. Considero questo molto pericoloso per il Paese. Quando ero segretario del Pd chiedevo ai sindacati di fare un passo avanti in direzione dell’unità sindacale. Io penso che il giorno in cui dovessimo accettare che il sindacato italiano è spaccato come una mela, quello sarebbe un brutto giorno per il Paese e lo sarebbe sicuramente per il centrosinistra. Io penso che Cgil, Cisl e Uil non debbano perdere la voglia di cercare delle soluzioni insieme e di fare pesare la loro forza per ottenere risultati. Se le tre organizzazioni sindacali fossero andate alla Fiat e avessero posto delle esigenze negoziali ragionevoli credo si sarebbe potuto avere un accordo di livello superiore». Ma la Cgil non rischia l’isolamento? «La Cgil non è la quintessenza del conservatorismo: io ricordo il coraggio riformista di chi ha guidato questo sindacato – da Lama a Trentin a Cofferati e a Epifani – nella storia del risanamento finanziario di questo Paese: mettere nell’angolo la Cgil non ha nessun senso strategico per il Paese, naturalmente poi la Cgil deve stare dentro una sfida di innovazione. Però vorrei dire un’altra cosa. Oggi noi parliamo degli operai di Pomigliano, ma la vera questione sociale di cui nessuno si occupa e che per me è la più drammatica è quella dei figli degli operai di Pomigliano e di tutti i giovani italiani. Cresce una condizione angosciosa di precarizzazione della vita degli esseri umani. Crescono generazioni di ragazzi che non hanno alcuna certezza e alcuna fiducia nel futuro, che vivono di contratti temporanei e miseri, che non mettono al mondo figli, se non in età matura, che non hanno nessuna garanzia per le loro prospettive pensionistiche: questo per me è il problema sociale più spaventoso del nostro Paese. Un ragazzo su tre è in cerca di lavoro: è un dramma non misurabile. La politica invece di discutere ogni giorno delle sciocchezze di Radio Padania contro la nazionale o delle dichiarazioni di uno sciagurato deputato della Lega che auspica il suicidio dei detenuti, dovrebbe parlare di questo perché c’è un’intera generazione che ha paura del futuro. E di questo dovrebbe occuparsi ogni minuto un Presidente del Consiglio che invece da venti anni tiene paralizzato il Paese con le sue fobie: i magistrati e la libera stampa». Pessimista, onorevole Veltroni. «Al contrario, il nostro è un Paese che ha una profonda malattia che si chiama assenza di innovazione. So che la parola innovazione sembra contraria allo spirito del tempo, ma tutto quello che noi stiamo vivendo è figlio dell’assenza di innovazione. Il tema di Pomigliano chiama in causa due grandi questioni: la legge sulla rappresentanza sindacale e la riforma del Welfare State, per garantire i nuovi poveri. Su questo l’opposizione deve sfidare il governo che non ha fatto nulla di innovativo, ha sottovalutato la crisi e non ha capito che proprio nei momenti di maggiore difficoltà bisogna fare le riforme più coraggiose». Già, ma il Pd parla a più voci. «Si ragiona come se ci fosse la politica di un tempo, pensiamo che essendo i partiti ancora figli di sistemi ideologici compiuti ci possano essere risposte univoche, ma non è più così, né per l’opposizione, né per la maggioranza. L’unità monolitica non ci sarà mai più. E’ bene che ci siano tante opinioni, questo non mi spaventa, mi spaventa quando si rinuncia a discutere e soprattutto non si passa poi a delle decisioni impegnative per tutti». Una possibile ricetta per l’Italia. «Io credo sia il tempo di un grande patto tra i produttori. Un patto non per fronteggiare un’emergenza ma per un cambiamento radicale. Non si può avere una pressione fiscale che cresce e un’evasione fuori controllo che ha superato largamente i 100 miliardi. Bisogna ridisegnare il Welfare ricostruendo un sistema di sicurezza sociale. Bisogna ridurre la spesa pubblica, che invece cresce, e fare delle infrastrutture materiali e conoscitive e della rivoluzione ambientale i motori di una nuova stagione di crescita italiana. In campagna elettorale dissi proprio sul Corriere che gli imprenditori erano dei lavoratori e si scatenò il putiferio, ma lo ribadisco. Un imprenditore che magari è un ex operaio che ha messo su una piccola impresa e che sbatte la testa tra una giustizia che ci mette anni a decidere, un sistema infrastrutturale inadeguato e una pressione fiscale esagerata non può essere considerato, e non è considerato, dai suoi lavoratori un nemico o un avversario: il destino dell’uno è legato al destino degli altri e viceversa. Se il centrosinistra vuole cambiare radicalmente il Paese deve proporre questo patto». Ma Berlusconi va per la sua strada. «E nessuno dice niente se da 4mesi il proprietario di Mediaset è il ministro delle comunicazioni. In quale altro Paese del mondo succederebbe una cosa del genere? In Italia si è persa la capacità di indignazione. Ogni giorno si scende un gradino. Non è che la barbarie arriva all’improvviso, ma avviene per slittamenti progressivi. Perciò il centrosinistra deve fare una battaglia a viso aperto, senza nessuna concessione alla cultura del Pdl che infrange le regole, né all’egoismo sociale e identitario della Lega. Un centrosinistra che facesse questo, che avesse questo coraggio, tornerebbe a parlare al Paese».