Vecchi giovani, l’anno del sorpasso

19/07/2005
    martedì 19 luglio 2005

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      Vecchi giovani, l’anno del sorpasso

        I ventenni sono minoranza, arretra il potenziale innovativo

          ROMA • È l’anno del sorpasso. I giovani restano indietro, i senior avanzano. Un ribaltone demografico, quello dei ventenni che diventano minoranza. È il 2005 l’anno cruciale per la demografia italiana. Quello dell’incrocio pericoloso tra due linee di un grafico: la fascia dai 20 ai 39 anni comincia a scendere, quella dai 40 ai 59 anni sale.
          Ma anche quella degli ultra quarantenni è una salita breve: dura al massimo 15 anni e poi ridiscende per fare largo agli anziani, alla generazione " grigia". La tendenza non è solo italiana. Tra pochi giorni— il 23 luglio— si terrà in Francia il 25esimo Congresso internazionale sulla popolazione dove si parlerà di quella che è stata chiamata la « Rivoluzione dell’età » . Si discuterà non solo del progressivo invecchiamento e della bassa natalità ma soprattutto di quali cambiamenti porterà in Europa. Bene, nel 2050, il Vecchio Continente lo sarà di nome e di faccia. E rappresenterà non più di un 5% della popolazione mondiale. Con tutto quello che comporta nei delicati equilibri geo politici.

          La forza lavoro diventa minoranza. Non c’è solo il dato del 2005, dei ventenni che arretrano. Quello che più preoccupa — in Italia — è la progressiva diminuzione della popolazione in età lavorativa. Come ricorda Massimo Livi Bacci nel suo saggio per Il Mulino " Il Paese dei giovani vecchi" « tra il 2005 e il 2030 la popolazione in età attiva giovane ( 20 45 anni) passerà da 20,3 milioni a 14,1 milioni ( 30,5%) e quella attiva anziana ( 45 70) da 18,4 a 20,2 ( più 11,2%). Così il segmento giovane — più produttivo, mobile, innovativo, colto — diminuirà di un quarto di milione all’anno mentre quello anziano crescerà di 50mila unità all’anno: ogni anziano dovrà compensare la scomparsa di 5 giovani » .

            Il caso italiano: la sindrome del ritardo. Il punto non è solo la perdita — numerica — di giovani. La vera questione è che il nostro Paese soffre di quella che Livi Bacci ha ribattezzato sindrome del ritardo: « I giovani entrano tardi — rispetto ai coetanei europei — nella vita economica e sociale del Paese. La nostra società li usa poco e male, sono diventati disempowered » . Pochi numeri: dall’indagine Eurobarometro emerge che il 61% dei giovani italiani ( 15 25 anni) hanno come fonte di reddito la famiglia, contro il 46% dei francesi, il 37% dei tedeschi, il 28% degli olandesi, il 20% dei britannici. Tra i 25 e i 30 anni, il 68% di uomini italiani sta ancora a casa da genitori contro il 24% di tedeschi, 18% di francesi, 13% di britannici.

              La flessibilità: freno o incentivo? Per accelerare lo " svezzamento" dei giovani, cioè, l’accelerazione del loro ingresso nel mercato del lavoro, c’è la flessibilità. In Italia due sono state le leggi: la legge Treu, del ‘ 97 e la legge Biagi della scorso anno. Forse, troppo poco tempo per fare un bilancio e, quindi, le domande restano. Le pone Livi Bacci nel suo saggio: « Si è abbassata l’età di ingresso al mercato del lavoro? Ed è cresciuto il tasso di occupazione? Per ora la risposta sembrerebbe negativa: il tasso di occupazione è lievemente sceso tra i 15 e 25 anni, è in lieve progresso tra i 25 e 30. Terzo interrogativo: come è variato il reddito dei giovani? In quest’ultimo anno il reddito annuo medio di un occupato italiano tra i 25 e i 30 anni era pari a 9.500 euro contro i 14.300 di un coetaneo francese, 14.600 di un tedesco, 10.900 di uno spagnolo, 18.200 di un inglese. Questi dati fanno riflettere se un fattore come la flessibilità possa trasformarsi in fattore di freno e di ritardo se coniuga precarietà, basso reddito e scarsa copertura di welfare » . Ma c’è anche l’effetto psicologico.« Facendo un discorso di buon senso più che da demografo, possiamo dire che le giovani generazioni non sono stimolate a rendere, non sono abituate a lottare. Invece ci sarà da lottare. La flessibilità va vista in quest’ottica: serve per confrontarsi con la realtà » , dice Giancarlo Blangiardo, dell’Università Bicocca di Milano.

                L’impatto sull’economia. Nell’ultimo rapporto del Centro Studi di Confindustria — sulla base dei dati Ocse — si è messo a confronto l’andamento demografico con quello della crescita del Pil pro capite. « La minor crescita della popolazione in Europa ha contribuito al divario di crescita con gli Stati Uniti, circa un punto di Pil negli ultimi 20 anni » . I numeri sono netti: data la variazione di popolazione dell’Italia dello 0,4% nel periodo ‘ 70 80, il Pil segnava 2,7 di aumento. Nel 2002 2003, con una variazione demografica dello 0,2%, il Pil ha segnato uno 0,1 per cento. L’impatto non è solo sulla crescita ma sulla spesa pubblica: l’invecchiamento della popolazione inciderà sui due voci che già oggi sono esplosive, pensioni e sanità. «Qualcuno, prima di loro ha barato.
                Quindi faranno da apripista a un nuovo modello di welfare», spiega Blangiardo.

                Produttività, immigrati e riserve " domestiche". Gli effetti dell’invecchiamento saranno anche sul lato dell’offerta della forza lavoro e dunque, « ci sarà bisogno di incrementare la produttività e di usare — ma con un livello di formazione più alto dell’attuale — i lavoratori immigrati » , dice Blangiardo. « È fondamentale una politica corretta sull’immigrazione: saranno loro a dare alle aziende in futuro il giusto mix tra lavoratori giovani e anziani. Ma non dimentichiamoci le riserve domestiche: donne e giovani disoccupati » , spiega Antonio Golini, docente all’Università La Sapienza di Roma. Le nuove leve afflitte dalla «sindrome del ritardo» : più lento l’ingresso nel lavoro