Valutazioni della CGIL in merito ai documenti approvati dal Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile di Johannesburg

VALUTAZIONI DELLA CGIL IN MERITO AI DOCUMENTI APPROVATI DAL VERTICE MONDIALE
SULLO SVILUPPO SOSTENIBILE DI JOHANNESBURG

PREMESSA
Il vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile era chiamato ad esprimersi sul rapporto del Segretario Generale dell’ONU che individuava un piano d’azione articolato nei seguenti 10 punti.

üUna globalizzazione in favore dello sviluppo sostenibile.
üEliminare la povertà.
üModificare i modelli di produzione e di consumo insostenibili.
üMigliorare la salute.
üGarantire l’accesso all’energia.
üGestire gli ecosistemi e le biodiversità in modi sostenibili.
üFornire l’acqua potabile e tutelare le risorse idriche.
üFornire le risorse finanziarie.
üFavorire lo sviluppo sostenibile in Africa.
üRafforzare la capacità di governo internazionale.

Il Summit si è concluso con l’approvazione di tre documenti: la dichiarazione politica, il piano di azioni e il suo allegato.
La dichiarazione politica è per sua natura un sintetico documento molto generale.
Il piano d’azione è un documento molto complesso che si articola in 10 capitoli a loro volta ripartiti in numerosi temi (148 paragrafi).
Il terzo documento, allegato del piano, comprende 562 accordi di Tipo II.

Per comprendere appieno i risultati del Summit e per evitare di accodarsi ai numerosi commentatori che già prima della sua conclusione avevano formulato la loro sentenza, è opportuno analizzare rapidamente i contenuti dei documenti, in particolare quelli del piano di azione, in quanto in esso sono indicati gli impegni concordati tra i governi.

DICHIARAZIONE POLITICA

In essa si ribadisce l’impegno dei 190 paesi riuniti a Johannesburg di rispettare quanto sancito a Stoccolma nel 1977 ed a Rio 1992 in merito al carattere dello sviluppo sostenibile che, in estrema sintesi, viene individuato nella continua ricerca di un corretto equilibrio tra dimensione sociale, dimensione economica e dimensione ambientale dello sviluppo.

PIANO DI AZIONE
I – Introduzione
Al di là dei generali riferimenti ai principi di Rio 92, all’agenda 21 e ad altri importanti accordi internazionali, viene affermato il principio per cui tutto il processo di sviluppo sostenibile si fonda sul comune riconoscimento dei diversi ruoli e responsabilità dei paesi nell’aver causato danni ambientali e di conseguenza nell’onere che dovrà essere sostenuto per i necessari processi di cambiamento.
Questo principio della “comune ma differente responsabilità” verrà continuamente ripreso in tutto il piano proprio al fine di sottolineare le diverse responsabilità. Proprio per questo sarà oggetto di una continua polemica non ancora sopita tra chi (i paesi in via di sviluppo) pone l’accento ai danni ambientali prodotti nel passato e chi (i paesi sviluppati) si preoccupa dei danni possibili nel futuro.

    II – Lo sradicamento della povertà

La povertà viene considerata la principale delle emergenze dei paesi in via di sviluppo ed in particolar modo nell’Africa.
üL’obiettivo di fondo del piano è dimezzare entro il 2.015 la popolazione che vive con meno di un dollaro al giorno. E’ questo un obiettivo che, anche se riprende la “dichiarazione del millennio”, suscita molte perplessità.
Le Nazioni Unite considerano “povertà” coloro che vivono con meno di due dollari al giorno: 2,7 miliardi di persone. Quelle che vivono con un dollaro sono invece 1,3 miliardi. Di conseguenza l’obiettivo è riferito a 650 milioni di persone.Se consideriamo che le stime prevedono che entro il 2.015 la popolazione mondiale crescerà di un altro miliardo, proprio nelle regioni più povere, ne consegue che si accetta che al 2.015 più di tre miliardi di esseri umani vivranno ancora con meno di due dollari al giorno.
Lo stesso ragionamento vale per quanto riguarda l’obiettivo del dimezzamento al 2.015 delle persone senza accesso all’acqua potabile (oggi 1,4 miliardi), ai servizi sanitari di base (2,4 miliardi) ed servizi energetici.
üSempre in questo capitolo si riafferma il principio che il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali deve essere considerato presupposto essenziale dello sviluppo sostenibile.
üSi afferma il ruolo delle donne nei processi decisionali e dell’abbattimento di ogni forma di discriminazione e violenza nei loro confronti. Al riguardo, però, non si può non richiamare lo scontro duro tra parte dell’UE, Canada, Nuova Zelanda, Svizzera ed Australia da una parte e Vaticano, Stati Uniti, Italia, Spagna, Irlanda e quasi tutti i paesi islamici dall’altra, sul diritto alla salute delle donne. Il testo finale raccomanda “il rispetto delle legislazioni nazionali e dei valori culturali e religiosi”, finendo nei fatti per includere pratiche di mutilazione sessuale o il possibile rifiuto di curare le donne, senza fare alcun riferimento ai diritti umani.
üRibadisce il diritto all’istruzione e l’impegno nella lotta al lavoro minorile, anche se limitando troppo l’accento alle forme peggiori di sfruttamento dei bambini.
üPer quanto riguarda il diritto dei lavoratori e il ruolo dell’O.I.L. si recuperano i contenuti dei precedenti accordi internazionali: su entrambe le questioni però il linguaggio debole e generico non prefigura alcuna significativa assunzione di impegni. Questo vale in particolare per l’occupazione come obiettivo ed insieme strumento prioritario di sviluppo.

    III – Cambiamento dei modelli di produzione e consumo insostenibili

I principali impegni sono i seguenti:
üIncrementare gli investimenti nelle produzioni “più pulite”.
üPromuovere politiche che evitino che la crescita economica causi necessariamente degrado ambientale. Questo è possibile innalzando l’efficienza e la sostenibilità nell’uso delle risorse nei processi produttivi e la durata in “vita” dei prodotti. A questo scopo si raccomanda che del singolo prodotto si curi con attenzione l’ intero ciclo di vita: dalla culla al suo eventuale riciclo, al fine di ridurre al minimo gli effetti nocivi sulla salute, sulla sicurezza e sull’ambiente.
üAccrescere la responsabilità sociale e ambientale delle imprese. E’ stato questo uno dei punti su cui si è molto dibattuto durante i lavori del Summit. In particolare da parte del sindacato internazionale si è molto insistito per impegni più cogenti richiedendo, tra l’altro, l’applicazione delle linee guida dell’OCSE per le imprese multinazionali che enunciano principi e norme volontarie per il comportamento responsabile delle imprese.
üTenere conto a tutti i livelli delle raccomandazioni della commissione per lo sviluppo sostenibile riguardo l’uso dell’energia, con un particolare richiamo: allo sviluppo delle energie alternative, anche se non vengono indicati precisi obiettivi, alla eliminazione di fattori distorcenti il mercato dell’energia,alla ricerca di sempre nuove tecnologie per migliorare l’efficienza energetica.
üPromuovere a tutti i livelli un approccio integrato al sistema dei servizi di trasporto.
üMinimizzare la produzione di rifiuti anche con politiche di riciclo dei materiali e sviluppando i sistemi di gestione dei rifiuti.
üRinnovare l’impegno sul complesso tema dei prodotti chimici. Al riguardo si prevede di far entrare a regime la convenzione di Rotterdam entro il 2003 (pesticidi) e la convenzione di Stoccolma entro il 2004 (inquinanti organici resistenti). Inoltre si sollecita a rendere attivo entro il 2008 la classificazione e l’etichettatura dei prodotti chimici.

    IV – Protezione e gestione delle risorse naturali

Questo capitolo prevede numerose linee di azione che recuperano per lo più gli impegni contenuti nelle precedenti conferenze ONU.
I temi che vengono trattati sono i seguenti.
üSi sollecita un impegno straordinario sull’acqua potabile così come già affermato nella millenium declaration. In particolare si concorda sull’obiettivo di dimezzare entro il 2015 il numero delle persone che non dispongono di acqua potabile. Inoltre si sollecita lo sviluppo di piani di gestione efficiente della risorsa idrica entro il 2005, in particolare nei paesi in via di sviluppo.
üAlla qualità degli oceani si presta una particolare attenzione non solo per il loro ruolo strategico per la futura sicurezza alimentare, dove al riguardo si afferma l’esigenza di mantenere e aumentare lo stock ittico mondiale, ma anche per quanto riguarda numerosi altri aspetti trattati nelle diverse conferenze internazionali richiamati nei paragrafi relativi.
üSi sollecita la realizzazione di un approccio integrato sul tema della gestione delle calamità naturali.
üViene trattato il tema del cambiamento climatico sollecitando l’entrata in vigore del protocollo di Kyoto, tenendo conto dei risultati degli accordi di Marrakech.
üUna particolare attenzione viene dedicata al tema dell’agricoltura sotto i diversi profili economico, sociale e ambientale. Sul tema dei sussidi dell’agricoltura si è verificato uno dei confronti più duri tra paesi sviluppati e in via di sviluppo. Confronto che si è concluso con un generico impegno alla riduzione del sussidi per le produzioni agricole nocive all’ambiente da parte del paesi sviluppati.
üSempre nel IV capitolo vengono trattati inoltre: il tema della desertificazione con il richiamo alla convenzione dell’ONU; il tema degli ecosistemi montani; quello del turismo sostenibile, delle foreste e delle miniere.
üInfine viene trattato il tema della tutela della biodiversità con il richiamo alla convenzione ONU. Attualmente 11.000 specie vengono considerate a rischio di estinzione.

    V – Lo sviluppo sostenibile in un mondo globalizzato.

E’ forse il capitolo che meglio rende l’idea sui risultati complessivi del Summit e della qualità del compromesso raggiunto. Di fatto il tema più discusso, e cioè il rapporto tra qualità ed equità dello sviluppo e processi di globalizzazione, viene trattato in poco più di una stringata cartella del piano di azioni. In successione i punti ripresi sono i seguenti.
üIl processo di globalizzazione deve avere un carattere pienamente inclusivo.
üAttuare quanto previsto nella dichiarazione ministeriale di Doha e nel Monterrey consensus.
üSupportare l’OIL come affermato nel Monterrey consensus.
üSostenere nel loro impegno i paesi in via di sviluppo.
üPromuovere attivamente la responsabilità e la trasparenza delle imprese sulla base dei principi di Rio.
üPromuovere iniziative pubblico/privato e la cooperazione internazionale.
üInfine assistere i paesi in via di sviluppo a partecipare al dividendo digitale.

Come si comprende ben poca cosa rispetto alla complessità sottesa al tema ed alle attese di una guida più lungimirante di un processo di globalizzazione fonte di forti discriminazioni.

    VI – Salute e sviluppo sostenibile

Sono previsti i seguenti obiettivi di fondo.
üRidurre di due terzi entro il 2015 la morte infantile entro i 5 anni, come già stabilito dall’assemblea generale dell’ONU.
üRidurre di tre quarti la mortalità da parto.
üRidurre del 25% le infezioni da HIV tra le persone tra i 15 e i 24 anni entro il 2010, come già previsto dall’ONU, (con una accelerazione nel caso dell’Africa).
üDimezzare il numero di persone che non hanno accesso all’acqua potabile ed ai servizi igienici entro il 2015.
üSempre in materia di salute è previsto l’impegno a ridurre le sostanze inquinanti dannose.
üInfine è previsto l’impegno a ridurre le morti e gli incidenti nei luoghi di lavoro.

    VII – VIII – VII BIS – Piccole isole, Africa, Aree regionali.

Sono i capitoli relativi alle piccole isole, all’Africa e ad altre iniziative regionali. Per ognuna di queste realtà si tenta di finalizzare in modo più specifico quanto contenuto nei capitoli precedenti. In particolare per quanto riguarda le drammatiche condizioni Africane.

    IX – Mezzi di attuazione

Il IX capitolo è quello più complesso e controverso perché avrebbe dovuto indicare le modalità e le risorse per realizzare gli obiettivi indicati nei capitoli precedenti.Tuttavia anche qui non si sfugge a una diffusa genericità degli impegni della comunità internazionale.
Il quadro delle potenziali linee di intervento è molto ampio. Si prevedono azioni sul piano finanziario, si indica il ruolo chiave di una maggiore apertura dei mercati, si indica l’esigenza di un’azione su quelle tariffe che distorcono la concorrenza, si sollecita l’estensione della partnership pubblico privato, si propone di agire in ambito WTO sul terreno dei sussidi concessi ad attività produttive che hanno effetti negativi sull’ambiente, si sottolinea l’importanza dell’azione per la sicurezza e la salute, il trasferimento tecnologico viene considerato un elemento chiave, così come la capacità di governo, la comunicazione, l’educazione, la formazione, la ricerca, i sistemi di monitoraggio ed informazione ambientale. Come si vede vengono toccate un po’ tutte le leve per uno sviluppo sostenibile.
Rimane però del tutto vago il tema delle risorse. Al riguardo si ribadisce l’impegno già assunto a Monterrey nel marzo 2.002 per la riduzione del debito dei paesi in via di sviluppo. Nel merito viene suggerito l’adozione del “DEPT SWAPS”, cioè la conversione del debito in azioni concordate tra paese creditore e debitore in favore di attività produttive.
Si ripropone inoltre di destinare lo 0,7% del PIL dei paesi sviluppati a favore di quelli del terzo mondo, come già deciso a Monterrey e come da anni si dice inutilmente di fare. Si tenga conto che in questi anni gli aiuti sono progressivamente diminuiti passando dello 0,35% nel 1.992 allo 0,22% nel 2.000 e che solo 5 paesi hanno rispettato l’impegno dello 0,7%.
Viene riconfermato l’impegno di rifinanziare lo strumento della Banca Mondiale utilizzato per finanziare i progetti di sviluppo sostenibile.
Viene infine istituito un fondo di solidarietà a carattere volontario (?) al fine di favorire i commerci tra Nord e Sud del mondo e si auspica un più forte coordinamento tra le istituzioni finanziarie internazionali.

X – Quadro istituzionale per lo sviluppo sostenibile
Il quadro istituzionale è stato un altro dei punti caldi del dibattito del Summit.
Le attese erano rivolte alla possibilità di dare vita ad una organizzazione mondiale dell’ambiente con poteri di controllo e di sanzione simili a quelli dell’organizzazione mondiale del commercio. Questo evidentemente non fa parte delle conclusioni, malgrado che lo stesso Presidente francese abbia sostenuto questa idea.
I lavori del Summit si sono conclusi invece con la sollecitazione ad una maggiore efficacia delle istituzioni che ai vari livelli hanno competenze in materia di sviluppo.
A questo fine nel documento si richiamano e si puntualizzano i ruoli dell’Assemblea generale dell’ONU, del Consiglio Economico e Sociale, della Commissione per lo sviluppo sostenibile, delle istituzioni internazionali quali WTO, le Commissioni regionali, le istituzioni nazionali ed infine la partecipazione delle principali organizzazioni non governative.

ALLEGATO AL PIANO
Come si è detto l’allegato al Piano comprende 562 progetti di cooperazione (AzionI di Tipo II) che allo stato impegnano risorse per circa 1500 milioni di euro.
Senza dubbio l’allegato costituisce uno sforzo positivo al fine di concretizzare programmi spesso astratti. Tuttavia risente anch’esso del limite, fortemente criticato nel corso dei lavori del Summit, di muoversi fuori da un sistema di obiettivi, tempi e regole.
I progetti dell’allegato fanno riferimento alle seguenti 12 aree di intervento.

üRiduzione della povertà.
üPromozione di modelli sostenibili di produzione e consumi.
üConservazione e gestione delle risorse naturali e della biodoversità.
üPromozione delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica.
üPurificazione delle acque e gestione integrata del ciclo idrico.
üProtezione ed estensione delle foreste.
üGovernance in un sistema globalizzato.
üPromozione di un sistema della salute.
üSviluppo sostenibile nelle piccole isole.
üSviluppo sostenibile nell’Africa.
üTrasferimento ai paesi in via di sviluppo di competenze e tecnologie innovative per consolidare le capacità di gestione ed il governo delle risorse.
üSupporto alla realizzazione dei modelli di commercio compatibili con le convenzioni ed i protocolli internazionali.

CONSIDERAZIONI
Le conclusioni di lavori del Summit di Johannesburg, promosso non tanto per riaprire la discussione sulla sostenibilità dello sviluppo, a parole da tutti confermata, quanto per fare un bilancio del dopo Rio 1992 e quindi per individuare e promuovere linee di azione concrete per realizzare lo sviluppo sostenibile, sono il risultato di un confronto durissimo. Per comprenderne appieno la dimensione si consideri che il documento su cui si è avviato il confronto, dopo ben quattro preconferenze, per il 25 % non era ancora condiviso. Se poi andiamo a vedere i temi su cui si concentravano le parentesi quadre, esse erano per il 95% sul capitolo della globalizzazione, per il 90 % sul capitolo relativo ai mezzi di attuazione e per l’ 85 % sul tema della riforma delle istituzioni internazionali.
Le posizioni che si sono confrontate, spesso espressione di interessi alle volte diametralmente opposti, in estrema sintesi si possono schematizzare nel modo seguente.
·I Paesi in via di sviluppo tesi a conquistare migliori condizioni di accesso ai mercati delle loro produzioni al fine di far progredire le loro economie. Questo ruolo di punta in particolare è stato giocato dal Gruppo 77, fortemente condizionali dai paesi OPEC.
·Gli Stati Uniti, che fino in fondo si sono spesi per una conclusione dei lavori che evitasse una griglia troppo rigida di impegni tale da coinvolgere eccessivamente il loro Paese e allo stesso tempo, troppo vincolante l’azione delle grandi multinazionali americane. Da qui la forte pressione per rendere il piano di azioni il più vago possibile spostando invece l’attenzione sugli accordi bilaterali.
·L’Unione europea, di fatto in un ruolo di sollecitazione, ruolo che in alcuni casi ha saputo giocare con buona lungimiranza come nel caso del Protocollo di Kyoto:
·Intorno a queste tre linee di confronto si sono poi articolate un insieme ampio di altre posizioni, espressioni di interessi particolari e generali, portate avanti da soggetti sociali ed economici i più diversi per carattere, storia e consistenza. Tra questi in particolare sono da ricordare le associazioni ambientaliste, il forum sociale mondiale, la rete mondiale delle istituzioni pubbliche locali, il sindacato internazionale, un folto e potente numero di imprese multinazionali.

Ognuno di questi soggetti ha espresso posizioni più o meno critiche rispetto alle conclusioni del Summit. Si va dalle critiche drastiche delle associazioni ambientaliste e del social forum, tali da porre l’interrogativo sull’utilità di ripetere nel futuro vertici di questo tipo. Al più pacato giudizio della Unione Europea che, tra i chiari e gli scuri, intravede la possibilità futura di un lavoro positivo anche se faticoso. Agli Stati Uniti che tutto sommato si ritengono soddisfatti avendo spostato l’asse sugli accordi bilaterali. Ai Paesi in via di sviluppo che scioglieranno la loro riserva a seconda di come verranno realizzati gli impegni genericamente indicati nel piano. Ad una parziale soddisfazione del sindacato internazionale che ha visto riconosciuto il ruolo importante del lavoro e dei suoi diritti.

Ma al di là di queste diverse interpretazioni di un risultato di compromesso, che in una certa misura andava dato per scontato, emerge anche un sentimento di diffusa insoddisfazione sui risultati del Summit che forse è utile approfondire per capirne le ragioni di fondo.

Le ragioni sono numerose. Innanzitutto non si è tenuto nel debito conto delle conseguenze dell’11 settembre. Nell’aspettativa generale era come se nulla fosse accaduto, mentre di fatto lo stesso Summit deve essere visto all’interno di un processo che ridisegnerà gli assetti politici e le alleanze per il prossimo futuro che, guarda caso, hanno al centro il controllo delle risorse naturali strategiche. In sostanza Rio è stato un Summit in tempo di pace, dopo la caduta del muro, la Guerra del Golfo oramai era alle spalle. Una forte aspettativa per un equilibrio mondiale multilaterale. Johannesburg di fatto è venuto a cadere in un periodo di forte tensione e con l’idea di multilateralità in forte crisi. Da questo punto di vista solo gli USA sono stati coerenti con la loro impostazione che privilegia fortemente gli accordi bilaterali.

Un secondo ordine di problemi deriva dalla generale sottovalutazione politica e culturale della complessità di realizzare una strategia globale di sviluppo sostenibile. In particolare, non sono state tratte le conseguenze di quella strategia individuata con nettezza già nella Conferenza di Rio de Janeiro del 1992, che fondavano la sostenibilità dello sviluppo su tre pilastri: quello sociale, quello ambientale e quello economico.
Il fatto che uno dei punti di maggiore scontro sia stata la richiesta del Gruppo 77 di ridurre i sussidi pubblici alle produzioni dei Paesi sviluppati e, di converso, la richiesta dei Paesi sviluppati di applicare i diritti civili e del lavoro e misure di tutela ambientale nei Paesi a basso reddito, esprime efficacemente per un verso l’assunzione positiva del tema dell’ambiente e dei diritti nell’ambito del confronto politico sulle strategie di sviluppo globale. Allo stesso tempo, però, mette in evidenza la profonda inadeguatezza delle sedi, degli strumenti e degli attori.
Sviluppare con coerenza le scelte di Rio 1992, avrebbe dovuto comportare una profonda innovazione di sedi, strumenti e soggetti, a partire dalla riforma delle istituzioni finanziarie internazionali, al fine di realizzare un’integrazione efficace dei tre pilastri.
Tutto questo non è avvenuto e di fatto i travagliati lavori del Summit si sono sviluppati avendo alla base una visione strabica dei problemi: pensare , cioè, che il centro del Summit fosse il tema “dell’ambiente”, quando invece il Summit si è andato caricando di tutto quell’insieme di contenuti, a partire da quello della lotta alla povertà, che sono base irrinunciabile della sostenibilità.
L’assenza di chiarezza su questo punto fondamentale ha determinato un insieme di scelte che di fatto hanno condizionato pesantemente il Summit. La prima e più grande è stata quello di non capire che una strategia di sviluppo sostenibile non è materia da delegare ai soli responsabili delle politiche ambientali, ai diversi livelli nazionali e internazionali. Le competenze ambientali hanno sicuramente un valore strategico, ma –come si è detto- sono solo uno dei tre pilastri della sostenibilità. Da qui un generale basso profilo delle responsabilità politiche delle istituzioni nazionali e internazionali impegnate nei lavori del Summit.
Da questo punto di vista l’Italia, al di là della fugace apparizione di Berlusconi, non è stata un’eccezione, se pensiamo che la delegazione governativa era incentrata sui Ministeri degli Esteri e dell’Ambiente e che nessuno sforzo di serio coinvolgimento delle parti sociali era stato fatto, tanto nella fase preparatoria quanto nei lavori del Summit.

Non aver compreso questo salto di qualità ha determinato conseguenze anche nel mondo delle organizzazioni non governative. Di fatto, il mondo delle Associazioni ambientaliste ha perso molta della sua visibilità conquistata al vertice di Rio 1992 e lo stesso World Social Forum, che doveva essere probabilmente il soggetto più pronto a stare con efficacia nella nuova fase, ha invece dato segni preoccupanti di stanchezza. Certamente più pronto a cogliere questa nuova dimensione del confronto è stato il sindacato internazionale, in particolare quello europeo. Senza dubbio però il nuovo contesto ha paradossalmente fatto il gioco delle compagnie multinazionali che, forti dei loro potenti mezzi, hanno fatto di tutto per favorire la scelta degli accordi bilaterali all’interno dei quali inserirsi come partners dei soggetti pubblici.

Da tutto questo non poteva non derivare uno scontro evidente tra enunciati generali ed impegni concreti, tra diagnosi e terapie, fra consapevolezza della globalizzazione dei problemi e capacità di uscire da vecchi schemi che alimentano visioni ormai obsolete e riduttive degli interessi nazionali.
Si sono ascoltati e letti interventi di leaders politici, in generale salvo poche eccezioni, pieni di buone analisi e di enunciati condivisibili, al punto da essere indotti a ritenere che al Summit vi fosse un’ampia maggioranza disponibile ad avviare nuove e impegnative scelte che poi, invece, al dunque non si sono viste.
Lo stesso piano di azioni contiene diagnosi delle principali malattie dell’attuale sviluppo globalizzato: una diagnosi che individua gravi crisi ecologiche (dai cambiamenti climatici alla biodiversità), gravi crisi sociali (un’inaccettabile livello di povertà che colpisce una parte rilevante dell’umanità), diagnosi ampiamente condivisa, visto che quel documento ha avuto un’approvazione straordinariamente unanime dei rappresentanti dei governi presenti. Quando poi si passa alle terapie, alle misure da prendere, quasi con un salto logico, il documento diventa generico, privo di obiettivi precisi, di strumenti e mezzi attuativi: come se si fosse diagnosticata una grave infezione e poi si proponesse di curarla con acqua tiepida.

Che dire poi dei numerosi riferimenti alla globalizzazione, al deficit di capacità di governo mondiale, del potere crescente e privo di reali controlli di un ristretto gruppo di grandi imprese transnazionali e poi vedere che gli esiti di un Summit globale sono compromessi da una visione ristretta di riduttivi interessi nazionali o di singole multinazionali? Che il necessario compromesso viene ricercato non per graduare la soluzione, o il tentativo di soluzione, dei problemi globali comuni, ma come mediazione degli interessi e delle visioni politiche rappresentati dai singoli governi nazionali.

L’incoerenza delle conclusioni del Summit è un fardello pesante per tutti e, anche se non deve essere sottovalutata, francamente è una magra consolazione la semplice riproposizione degli impegni assunti in precedenti accordi internazionali. Di questo insuccesso tutti i Paesi ne sono responsabili in maniera tuttavia differenziata. La parte principale di questa responsabilità senza dubbio fa capo agli USA che, dopo l’11 settembre, anziché buttare il loro peso nello sviluppo degli strumenti e delle politiche multilaterali di solidarietà internazionale, hanno ancor più esasperato la protezione dei propri interessi e della propria visione politica, impedendo e cercando di fermare accordi maturi e ampiamente condivisi e arrivando a posizioni indifendibili. Emblematica in tal senso è la vicenda del Protocollo di Kyoto, sostenuto a questo punto da 7 Paesi su 8 del G8, da tutti i paesi industrializzati e perfino dalla Cina, con la dissociazione isolata degli Stati Uniti.
Come non vedere l’incoerenza fra i ripetuti richiami del Presidente USA alla necessità di una forte solidarietà internazionale, ritenuta giustamente necessaria per battere il terrorismo e l’atteggiamento isolazionista e per certi versi arrogante, quando si parla di qualità dello sviluppo?
E’ del tutto evidente come questo insieme di condizioni abbiano pesato notevolmente sul compromesso raggiunto e alimentato un profondo senso di insoddisfazione che probabilmente potrà essere superato sola da una auspicabile ritrovata vitalità e autorevolezza dell’ONU, proprio in questi giorni messa ancora una volta a dura prova.

CONCLUSIONI
In estrema sintesi quindi le conclusioni che possiamo trarre sono le seguenti.

Il Piano di azioni ad eccezione di alcuni traguardi temporali molto generali, non propone obiettivi, tempi, regole, risorse e sanzioni. Ciò significa che è solo un documento ricco di buone intenzioni, la cui realizzazione è affidata alle disponibilità e volontà politiche che nelle diverse situazioni sapranno esprimersi.

Ad eccezione di poche misure innovative, sono per lo più riconfermati gli impegni già presenti in precedenti accordi internazionali. In alcuni casi questi contenuti vengono ripresi (diritti del lavoro e ruolo dell’ OIL) in altri casi vengono indeboliti (vedi il caso della tutela delle biodiversità). Sul protocollo di Kyoto si è fatto un passo avanti decisivo con la prossima ratifica da parte di Russia, Cina, India e Canada.

Il tanto auspicato sviluppo delle tante realta’ oppresse da secolari iniquità viene affidato al potere taumaturgico della libera circolazione delle merci, lasciando però di fatto inalterato il sistema dei sussidi dei paesi ricchi.
Lo stesso enorme problema delle risorse per gli aiuti allo sviluppo è demandato alla “buona volontà” dei Governi. Da questo ne consegue la debolezza degli impegni per lo sradicamento della fame, della sete e della lotta per la salute che doveva essere uno degli obiettivi di fondo del summit. Debolezza che non deve essere misurata solo con le poche risorse rese disponibili, ma anche con la qualità dell’aiuto allo sviluppo. A partire dal coinvolgimento democratico dei soggetti a cui l’aiuto è rivolto.

La vera novità del summit sono infatti gli accordi di Tipo II. Che però trova un forte limite proprio nella assenza di un più generale quadro di riferimento. Infatti, mentre un programma definito per obiettivi, tempi, regole implica scelte concordate a livello mondiale su strategie generali, assetti delle istituzioni economiche internazionali, sistema dei controlli ecc. un insieme di progetti bilaterali, questa è la vera novità del summit, produrrà effetti sicuramente positivi ma parziali e, per la loro oggettiva casualità non saranno in grado di modificare qualità e dinamiche dello sviluppo.

La riforma delle istituzioni internazionali su cui si contava per un governo più democratico della globalizzazione non fa passi avanti. In particolare è stato accantonato il progetto di istituire una organizzazione mondiale per l’ambiente.
Da qui le sbrigative e liquidatorie conclusioni di alcuni commentatori, per i quali i Summit mondiali dell’ONU hanno dimostrato la loro inutilità.
Questa valutazione non è assolutamente condivisibile. Spesso i Summit si concludono con scarsi risultati e questo è il caso di Johannesburg. Tuttavia allo stato sono l’unica sede dove i popoli del mondo e le diverse sensibilità hanno l’occasione di far sentire la propria voce. A questa opportunità non si deve rinunciare.
Nel contempo occorre continuare a lavorare per una sostanziale e democratica riforma delle istituzioni internazionali, a partire da ONU, WTO, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale Così come occorre alimentare quella rete di esperienze multinazionali che hanno come promotori i più diversi segmenti della società civile. Il rischio che si corre con un attacco liquidatorio a queste occasioni, è per un verso di fare un favore a quegli interessi che per ben altre ragioni farebbero volentieri a meno di queste occasioni, dall’altro, di mettere in crisi l’idea stessa di un “governo multilaterale” dei processi di sviluppo.

Infine per quanto riguarda il sindacato, anche se a parole sono stati fatto passi avanti sul tema dei diritti, l’obiettivo del riconoscimento della “clausola sociale” resta ancora molto lontano. Al riguardo c’è da domandarsi seriamente come una grande forza organizzata come quella del sindacato europeo ed internazionale non sia riuscita a incidere più di tanto sui lavori del summit. E’ fuori di dubbio che gli interessi che vedono contrapposti i diversi paesi attraversano in molti casi il movimento sindacale. Tuttavia, non si può non rilevare un forte ritardo culturale e politico nella assunzione della sostenibilità dello sviluppo, che ha portato di fatto anche il sindacato ad esprimere una presenza al summit politicamente inadeguata.
Di fatto il sindacato internazionale, si è mosso nelle strette di una impostazione fortemente marcata dalla sola dimensione sociale e quindi poco sensibile alle implicazioni della qualità ambientale e nel contempo dalla incapacità politica di risolvere al suo interno le contraddizioni espresse dalle sue diverse componenti in quanto priva di una propria idea di sviluppo. Da tutto questo non poteva non discendere una ridotta efficacia del proprio agire.
Occorre riconoscere che il sindacato europeo, anche perché trainato dal ruolo giocato dall’Unione Europea, in qualche misura è riuscito ad evitare questa trappola riuscendo ad esprimerete una maggiore visibilità.

Nei prossimi mesi approfondiremo quanto il summit ci lascia in eredità. Quello che possiamo dire fin da ora è che si ripropone con urgenza un cambiamento profondo delle modalità di assunzione delle decisioni che condizionano la vita di miliardi di esseri umani in un mondo sempre più piccolo. Non c’è alternativa alla crescita degli spazi di partecipazione democratica e responsabile e alla conquista di un ruolo attivo dei lavoratori a tutti i livelli per realizzare una strategia di sviluppo sostenibile.

Ottobre 2002