Va a pezzi il Patto per l’Italia

23/09/2002


  Economia




22.09.2002
Va a pezzi il Patto per l’Italia

di 
Bianca Di Giovanni


 Aria pesante in casa Confindustria il giorno dopo. Dopo lo «strappo» con il governo sulle nuove tasse imposte alle aziende, dopo l’ammissione della crisi da parte del premier Silvio Berlusconi. Al tradizionale convegno sul Mezzogiorno organizzato dall’Assindustria di Crotone (quest’anno dedicato ai Mezzogorni d’Europa e Mediterraneo) serpeggia il pessimismo della realtà: si teme per quel Sud tanto decantato dal Patto per l’Italia e già dimenticato dall’esecutivo legato a Bossi. Si pensa al credito d’imposta appena abolito, si pensa a quelle infrastrutture ancora non partite, e alle nuova pressione fiscale appena avviata. Per le imprese è «una gigantesca stangata», dichiara Massimo D’Alema, ospite al convegno assieme al presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, al ministro Maurizio Gasparri, a Pier Luigi Bersani ed Enrico Letta. «È proprio il contrario di quello che Berlusconi aveva promesso – aggiunge D’Alema – Così sono serviti quelli che hanno avuto fiducia in lui».

Poi arriva Letta, ad ipotizzare che la prossima Finanziaria potrebbe essere di 30 miliardi di euro, otto in più di quelli dichiarati da Berlusconi venerdì sera. Infine ci si mette Casini a ricordare cher per Mezzogiorno e federalismo occorrono risorse. «Non si fanno riforme senza soldi», dichiara. E le risorse non ci sono. Quindi stop a tutto? «Non ho detto questo, ma bisogna essere responsabili e consapevoli», replica il presidente della Camera. Insomma, la parola d’ordine del governo è: indietro tutta. Bisognerà agire su pensioni e sanità, «visto che rappresentano il 60% della spesa pubblica», spiega Casini. Dunque, non c’è nulla da promettere. Giulio Tremonti, intanto, diffonde anche una nota in cui dichiara che il decreto fiscale sulle imprese è «un bene per il Paese». E le imprese si allarmano. Molti si tolgono oggi anche qualche sassolino dalla scarpa contro chi si era appiattito sulla linea berlusconiana. «Bisogna finirla con gli innamoramenti delle persone – dice Diego Della Valle riferendosi direttamente a D’Amato – E bisogna anche smetterla di pensare che chi non è con il presidente di Confindustria è contro di lui».

Pochi minuti più tardi spetta a D’Alema salire sul podio per chiudere il convegno. E le bordate sono ancora più forti, ma l’obiettivo è il governo. «Le responsabilità di chi ha fatto promesse che non poteva fare sono innegabili – dichiara – oggi qui ci troviamo a parlare di mezzogiorno come se non fossero passati 10 anni». C’è n’è anche per Confindustria, che sbaglia a chiedere due regimi salariali diversi per il Sud: non sarà quello il volano dello sviluppo, secondo D’Alema. «Il governo ha smantellato tutto quello che era stato fatto prima con un furore iconoclasta – prosegue – Noi eravamo riusciti a far crescere il Mezzogiorno. A partire da quest’anno tutto questo è finito, non solo per la crisi mondiale, ma per lo smantellamento del governo. tant’è che oggi qui si è parlato delle nostre leggi (per esempio il credito d’imposta). Quale idea nuova è stata presentata?» Si sono tolte certezze e si sono introdotte misure che condizionano politicamente l’economia («Non può essere che i contributi siano decisi dal ministero dell’Economia, semmai dal parlamento»), altroché liberismo. «Il quadro di crisi non è solo l’effetto della congiuntura internazionale – conclude D’Alema – Siamo di fronte all’esaurirsi di una visione. Ognuno torni a fare il suo mestiere. Gli imprenditori tornino al loro posto, così ci si fa rispettare di più che non con il collateralismo. Il patto per l’Italia? Le premesse non ci sono più, mancano i numeri macroeconomici. In questa situazione anche l’opposizione deve fare la sua parte, deve elevare una posizione di governo, indicare le soluzioni alternative. E la società civile deve tornare ad essere giudice imparziale dell’operato del governo».

Un appello a tutto campo, quello del presidente diessino, che disegna a tutto tondo i malumori che giungono dalla platea confindustriale. «La sensazione che abbiamo è che l’attuale governo proceda con azioni disarticolate e contraddittorie – attacca il presidente dell’Assindustria crotonese Gaetano Lumare – che non tranquillizzano assolutamente chi investe». Sul decreto fiscale, la presidente dei giovani imprenditori Anna Maria Artoni aggiunge: «Una decisione sconcertante, assolutamente inattesa, in un momento di grande difficoltà internazionale le imprese si aspettavano certezze e invece i segnali sono tutti negativi». Debole – e falsa – la replica di Gasparri: «Confindustria parla dei grandi, il decreto favorisce i piccoli». La fine della Dit era nel programma della Casa delle Libertà, ricorda il ministro a D’Amato. Insomma, chi si è fidato adesso è servito, per dirla con D’Alema. Gasparri va avanti nella sua difesa spasmodica. «La nostra politica fiscale va giudicata nel suo complesso – dichiara – e punta alla riduzione dell’Irpeg». Il fatto è che la riduzione è ancora una promessa, la rimodulazione della Dit una realtà. Che non va giù sostanzialmente a nessuno. Francesco Gaetano Caltagirone bolla la scelta del governo come «eticamente scorretta, sgradevole per gli imprenditori che si trovano decurtati gli importi da investire». Ma le parole oggi non bastano più, perché «l’illusione è finita – dichiara Pier Luigi Bersani – La Confindustria ha finalmente capito che il governo stava parlando di un mondo che non c’era. D’Amato aveva detto di essere deluso dal centro-sinistra. Ad esso, a 48 ore di distanza qualcosa è cambiato. E io giudico una svolta la presa d’atto del sistema industriale e, anche se un po’ tardiva, dei vertici di Confindustria». Opposizione catastrofista? Appassionata del litigio? «Siamo appassionati anche a governare – replica l’ex ministro – Ma bisogna che la maggioranza riveda le misure per il Mezzogiorno, eviti meccanismi una tantum, affronti la realtà».