“Usa” Lo scomodo legame tra Hillary e Wal-Mart

22/05/2007
    martedì 22 maggio 2007

      Pagina 15 – Esteri

      Quello scomodo legame
      tra Hillary e Wal-Mart

        La Clinton è stata nel consiglio di amministrazione dell’azienda fino al 1992
        Un ruolo da lei mai pubblicizzato, un handicap agli occhi degli elettori liberal

          DAL NOSTRO INVIATO
          Massimo Gaggi

          NEW YORK — Interrogata, un mese fa, sul ruolo di Wal-Mart (la grande catena commerciale che, con 1,3 milioni di dipendenti, è il maggior datore di lavoro d’America) nell’economia Usa, Hillary Clinton se la cavò con una risposta asettica («Mi piacciono le sue radici rurali e i bassi prezzi praticati danno più valore ai dollari dei consumatori, ma i comportamenti sociali dell’azienda suscitano interrogativi»), evitando accuratamente di citare il suo passato di consigliere d’amministrazione del gruppo. Poche ore dopo l’amministratore delegato di Wal-Mart, Lee Scott, replicò che l’azienda stava facendo progressi nelle aree sociali citate ed era, comunque, «orgogliosa della sua relazione storica con la senatrice Clinton».

          Hillary sa da tempo che gli antichi legami con Wal-Mart — un’azienda accusata dalla sinistra americana di pratiche antisindacali, di discriminazione nei confronti delle donne e di non garantire ai suoi dipendenti un livello accettabile di assistenza sanitaria — rappresentano un handicap nella sua campagna elettorale.

          Tanto che un anno fa, nel tentativo di separare nettamente la sua immagine da quella della società, restituì 5.000 dollari ricevuti come contributo elettorale per la rielezione al Senato.

          Troppo poco, troppo tardi, hanno replicato i critici. Da allora le domande su Wal- Mart fioccano, durante gli appuntamenti elettorali che vedono Hillary protagonista. Fin qui la candidata alla Casa Bianca ha minimizzato, sostenendo che l’epoca dei suoi rapporti col gruppo di Bentonville, in Arkansas (lo Stato di cui Bill Clinton fu governatore, prima di arrivare alla Casa Bianca), è ormai remota. Hillary, che fu membro del «board» dal 1986 al ’92, sostiene che in quegli anni, nei limiti del possibile, sostenne cause «progressiste».

          Nei giorni scorsi, però, Los Angeles Times e New York Times, due giornali portabandiera dell’America «liberal», hanno cercato di andare più a fondo nella biografia manageriale della Clinton, scoprendo che, nei suoi anni con Wal-Mart, l’allora moglie del governatore dell’Arkansas condusse, sì, battaglie solitarie per aumentare il numero delle donne-dirigenti e per una politica aziendale più attenta all’ambiente, ma non ebbe mai nulla da dire sull’atteggiamento apertamente antisindacale della società. Né si oppose, come avrebbe potuto, quando Sam Walton, il fondatore della società, inserì nel «board» con la carica di vicepresidente John Tate, l’avvocato di Omaha al quale aveva affidato fin dal 1970 la ricerca di modi legali per tenere i sindacati lontani dall’azienda.

            Quella dei rapporti di Hillary con la grande catena di supermercati è una storia un po’ curiosa. Lo stesso Sam Walton (scomparso nel 1992, lo stesso anno dell’elezione di Bill Clinton alla Casa Bianca e delle conseguenti dimissioni di Hillary da Wal-Mart) raccontò a suo tempo che, fosse stato per lui, non l’avrebbe mai nominata. Ma la moglie Helen e la figlia Alice (che oggi, grazie all’eredità di Sam, è la donna più ricca del mondo) insistettero molto per una presenza femminile in consiglio d’amministrazione; e proposero proprio Hillary, che avevano avuto modo di incontrare varie volte in Arkansas. Sam cedette: una donna progressista non era certo l’ideale per un imprenditore conservatore del «profondo Sud» come era lui.

            Ma Hillary era pur sempre la moglie del governatore e un avvocato dello studio «Rose Law», che aveva lavorato spesso per conto di Wal-Mart.

            I sostenitori della Clinton l’hanno sempre difesa dalle accuse proprio sulla base di questa sua «estraneità» alle logiche dominanti nel «board» di Wal-Mart. Ma ora diversi consiglieri della società hanno raccontato che la giovane avvocatessa (Hillary entro nel «board» a 38 anni) non ebbe mai di paura di condurre battaglie solitarie. Ma solo per cause femministe e ambientali.

            Non è un problema da poco per la ex «first lady», visto che i sindacati in America, benché poco popolari e afflitti da un’inarrestabile emorragia di iscritti, rappresentano pur sempre l’unica macchina elettorale organizzata del partito democratico.

            Lo staff di Hillary minimizza, sostenendo che si tratta di vicende ormai remote, ma in realtà i rapporti dei Clinton con Wal-Mart non si sono mai interrotti. Bill parla spesso con Lee Scott che è stato loro ospite a cena alcuni mesi fa, mentre di recente Hillary ha dato il suo aiuto per organizzare un incontro segreto tra alcuni leader sindacali e Leslie Dach — un alto dirigente di Wal-Mart che è anche un esponente del partito democratico — nel tentativo di ripristinare un dialogo tra azienda e «unions».

            Proprio per questo, difficilmente la vicenda danneggerà in modo irreparabile la campagna di Hillary. L’Afl- Cio, la centrale sindacale Usa, è molto pragmatica. Apprezza il ruolo politico della Clinton — che si tratti di provare a ricucire con Wal-Mart o di proporre un sistema sanitario «universale» che copra anche i 46 milioni di americani oggi senza mutua — e non si scandalizzano se non l’hanno avuta come alleata negli anni 80.

            Del resto, se il problema è quello dei rapporti col gruppo di Bentonville, nemmeno la «fedina» degli altri candidati democratici è immacolata: John Edwards ha ammesso di possedere un pacchetto di azioni Wal-Mart, mentre la moglie di Barack Obama, Michelle, è stata nel consiglio di una società che è uno dei principali fornitori di Wal-Mart.

            Certo, gli attivisti del sindacato che verranno chiamati a dare un sostegno capillare al candidato democratico nel momento cruciale della campagna elettorale, dovranno fare qualche esercizio zen, prima di andare porta a porta ad esaltare le doti di Hillary.

            IL LIBRO
              «Un avido fondatore»
              Nel libro In Sam we trust (Confidiamo in Sam) del giornalista del Wall Street Journal Bob Ortega (1998), Sam Walton, il fondatore di Wal-Mart,
              è descritto come l’invasore che distrusse l’autenticità delle piccole città americane rubando il 75% dei clienti alle botteghe. Appare inoltre come
              un uomo ossessionato dal profitto e dai tagli alle spese (la sua catena era la meno generosa in Usa nelle donazioni caritatevoli in rapporto alle entrate). È definito poi il pioniere del lavoro part-time (per due terzi dei dipendenti) e di salari bassissimi
            LE ACCUSE
              Dipendenti sottopagati
              I salari di Wal-Mart sono bassissimi. Secondo il sito WakeUpWalMart.com,il dipendente medio guadagna circa 8 dollari l’ora. Se con un simile salario, si cerca di mantenere una famiglia di tre persone, si vive al di sotto della soglia di povertà. Sin dalla fondazione nel 1962, l’azienda ha inoltre combattuto contro l’iscrizione dei suoi impiegati ai sindacati (licenziando chi vi era iscritto, spiandoli). È sotto accusa anche per l’assistenza sanitaria ridotta all’osso (quando c’è) e discriminazione delle dipendenti donne