“Usa 2″ È la religione il segreto del trionfo di Bush (L.Annunziata)

04/11/2004

              giovedì 4 novembre 2004

              analisi
              Lucia Annunziata

              UN’AMERICA ANCORA PIU’ TRADIZIONALISTA SI PRESENTERA’ SULLA RIBALTA INTERNAZIONALE
              È la religione il segreto del trionfo di Bush
              I cristiani evangelici sono andati a votare in massa come un esercito
              E anche i cattolici non hanno scelto il cattolico Kerry. Una rischiosa
              scommessa vinta dal cinico «dottor sottile» del Presidente Karl Rove

              A dirla con il linguaggio pretenzioso dei politologi, la lezione che si ricava dalla vittoria di Bush è che si vince soprattutto rafforzando il proprio elettorato. E, nel caso di George Bush , questo elettorato è soprattutto quello religioso radicale. Il venti per cento degli elettori americani è composto da cristiani evangelici: il loro voto, secondo i primi risultati dei molti studi che ora passano al vaglio le schede dell’altro giorno, è andato a George Bush nella proporzione di 3 a 1. In termini assoluti questo numero è ancora più impressionante: il 20 per cento di 120 milioni di votanti significa 24 milioni di evangelici cristiani; il che vuol, ulteriormente, dire che solo da questo gruppo religioso Bush ha raccolto più di 18 milioni di consensi.

              Questo è solo uno dei molti fattori che indicano che George Bush ha ricevuto un mandato che lo rende più forte non solo in termini di voti, ma anche di identità.

              Prendere o lasciare – e in Europa questo non piacerà – questo secondo mandato sarà segnato da una onda lunga – e non più ristretta a certe zone del paese, o a certe questioni – di religiosità . Il profilo dell’elettore repubblicano è ben descritto da un sondaggio che ha coinvolto, subito dopo il voto, 13.531 votanti cui è stato chiesto quali questioni abbiano determinato la loro scelta. Fra coloro che hanno votato per Bush 6 su dieci credono che l’aborto debba essere illegale in ogni caso; metà frequenta la chiesa almeno una volta alla settimana; metà è totalmente contro ogni matrimonio fra coppie dello stesso sesso, matrimoni civili inclusi; metà possiede un’arma; più di un terzo sono evangelici cristiani di razza bianca; più di un terzo ha detto di aver votato per ragioni morali. Alla scelta militante di questi cristiani va aggiunta poi la fredda accoglienza dei cattolici americani per il cattolico liberal Kerry, che da loro ha raccolto meno voti di quanti ne raccolse nel 2000 il battista Gore. Anche questi voti cattolici sono andati a Bush.

              Nelle lunghe file che sono rimaste per ore davanti ai seggi sotto la pioggia dell’Ohio e fra i due milioni di votanti che per buona misura sono andati ai seggi settimane prima in Florida, la maggioranza era dunque – ora lo sappiamo – sostenuta da questa fede indiscussa e convinta in George Bush. E’ stata una pessima scoperta, il giorno dopo, per i Democratici convinti che la partecipazione aiutasse loro. Una convinzione condivisa in Europa; e infatti gli europei – a cominciare dagli influenti media inglesi che a Washington hanno una vera cittadella – avevano guardato al record di partecipazione come a un segno di favore per Kerry. In parte quella partecipazione è stata anche a favore dei democratici: i giovani fra i 18 e i 29 anni hanno votato di più e hanno votato Kerry, così come con Kerry è stata la maggioranza (9 a 1) del nuovo voto dei neri. Ma i fedeli, inclusi i cattolici, appunto, sono rimasti molto freddi, nonostante Kerry fosse il primo candidato cattolico dopo Kennedy.


              La valorizzazione dei cristiani conservatori era stata del resto una delle idee principali di Karl Rove, il consigliere politico preferito del Presidente, famoso per non aver mai perso una elezione. Rove è antipatico all’intero circuito dei media, è considerato un arrogante e uno scorretto, e non pochi , nella stessa campagna di Bush, avevano storto il naso di fronte a vari suoi suggerimenti – ma il corpulento, cinico e intelligentissimo consigliere ha dimostrato ancora una volta di aver avuto la giusta intuizione. Invece di cercare di convincere gli incerti, Rove aveva predicato (è il caso di dirlo) la necessità di «approfondire» il favore già esistente nei confronti del candidato repubblicano. E approfondire in questo caso significava, come poi è stato, mobilitare l’elemento «militante» dei conservatori – non pensare ai repubblicani tormentati dalla guerra, bensì fare appello ai valori, a chi crede, a chi insomma, in perfetta linea con George Bush, ha in mente in politica qualcosa di più della politica: la fede.


              Era un gioco d’azzardo ma ha funzionato. Oggi lo sanno bene i sostenitori di Washington della presidenza Bush, che di questo appoggio hanno ieri immediatamente fatto il loro manifesto. Ad esempio il Washington Times, il quotidiano della capitale vicino ai repubblicani, ieri mattina titolava semplicemente: «Uomini bianchi, e frequentatori di chiese», per descrivere la costituency del Presidente. Sempre lo stesso quotidiano così descriveva in prima pagina la più importante indicazione del ruolo avuto dalle convinzioni religiose in queste elezioni: «Undici Stati sostengono il matrimonio tradizionale».


              Ma sarebbe anche deviante oggi restringere la questione etica solo agli elettori strettamente religiosi. Il New York Times, ieri mattina, indicava le scelte «morali» come rilevanti per un elettore su due: se questo è vero, il numero di cittadini che in America sceglie in materia pubblica su base «etica» è superiore allo stesso numero di persone che si dichiarano specificamente religiose. In altre parole, nella rielezione di George Bush va letta un’ampia ripresa religiosa ed etica risvegliata dagli attacchi terroristici e dalla guerra. La correlazione fra le due questioni appare del resto ovvia alla prima lettura dei dati: la sicurezza è stata la preoccupazione principale che ha portato gli elettori a scegliere Bush; la seconda sono state le convinzioni morali del Presidente. Del resto questa combinazione era quella che fin dall’inizio ha fatto tremare la campagna dei democratici, favoriti quando si parlava di crisi economica, ma non in sintonia, nel loro liberalismo, con gli operai, con le zone rurali e, persino, con i neri poveri. Ricordate la famosa battuta di caccia per cui si era travestito il povero Kerry? Era un tentativo di parlare proprio a questa gente. Ma questi votanti sono troppo lontani da lui. Eccetto che in Pennsylvania, l’America non cittadina, non classe media, è andata alla fine con Bush perché ne condivide i valori. E’ come se, in epoca di guerra, la scelta su come vivere, oltre che come combattere, sia stata sentita persino più rilevante delle preoccupazioni materiali.


              E’ un segnale importante, che non va sottovalutato, e tanto meno irriso.