“Usa 1″ Quella sporca ultima meta (F.Ceccarelli)

04/11/2004

              giovedì 4 novembre 2004

              reportage
              Quella sporca ultima META

              Filippo Ceccarelli
              inviato a NEW YORK

              LA battaglia dell’Ohio, la vittoria gloriosa di George W. Bush, la presidenza degli Stati Uniti come «Quella sporca ultima meta». O la stessa sconfitta di John F. Kerry: le ultime immagini, l’ultimo discorso, gli ultimi applausi a Boston come l’uscita di scena di mille e mille campioni coraggiosi che abbandonano il verde campo da gioco, a capo chino, mentre parte una musica virile, eppure malinconica. C’è sempre una donna ad aspettare il «good loser», il buon perdente, espressione del tutto sconosciuta dalle nostre parti.

              Sugli spalti i tifosi democratici o repubblicani mangiano hamburger e patatine intinte nel ketchup. A casa approfittano degli spot, che arrivano a raffica come nemmeno Berlusconi nella sua fase di accumulazione primitiva, per telefonare alla fidanzata o portare il cane a spasso. Prima di reimmergersi nella partita, quale che sia, comunque sopraffatti da
              strike e field goal, da inning e replay, da slam dunk, catch 22, standing ovation, tutte espressioni che si adattano benissimo alla conquista rapace di un pezzo di terra, di un punto in più, e quindi anche alla politica. E alla guerra.

              E insomma. A chi sia giunto dall’Europa, meglio se senza troppi pregiudizi, queste ultime elezioni americane non potevano meglio apparire come il proseguimento dello sport con altri mezzi. Una aspra e dura prova di agonismo democratico. Un gigantesco sforzo prima di tutto fisico, poi anche di interessi e di valori. A chi sia arrivato in America imbottito soprattutto di suggestioni cinematografiche la campagna elettorale americana è sembrata, irresistibilmente, uno straordinario spettacolo che tiene insieme le veloci e incomprensibili geometrie del baseball, figlio contadino del cricket; poi la violenza tutta industriale e carnevalesca del football, giocatori bardati come guerrieri medievali con tanto di gabbia sul volto; e quindi le evoluzioni post-moderne e televisive del basket, da «Space jam» in avanti, e magari pure indietro, e sopra, e sotto, e ai lati, perché in America i confini non ci sono più tanto.


              Qua e là, nei comizi e negli spot d’attacco, più che il ricordo emergeva con qualche sconforto la vertigine di un futuro artificiale – e anche italiano – alla «Rollerball»: palle d’acciaio a velocità pazzesca, spintoni, massacri. In compenso, o a parziale risarcimento, si staglia a suon di numeri vittoriosi la favola tutta americana di Barack Obama, che viene dal Kenya, cioè viene dal nulla, emigrato africano dell’estrema ora, e vince, diventa governatore dell’Illinois,
              a star was born, e così sia. Perché l’America delle grandi competizioni resta nutrice amorevole con i suoi ultimi figli, purché abbiano fegato e talento e li mettano in gioco. Non ci sono caste, in quel caso, non ci sono ruoli, non ci sono razze. Vince chi merita, il riscatto è sempre a portata di mano. E qui la mitologia sportiva made in Usa è la più nobile e la più tosta, quella della boxe, da Cassius Clay a «Il Paradiso può attendere», da «Toro scatenato» alla saga di «Rocky».

              Un universo democratico e al tempo stesso meritocratico, soldi e sangue, individualismo e membra fracassate. Tutto copre, lo sport, dalle lacrime alla paranoia, dal business alla profezia meta-terroristica di «Panico allo stadio». Infatti non può mancare il pazzo, nell’immaginario cinematografico americano, che dall’alto di una torre si mette a sparare sulla folla del Memorial Coliseum di Los Angeles.
              E poi sì, certo, così come nel grande circo elettorale entrano in pista anche le canagliate, la corruzione, i trucchetti sozzi della «dirty politics», è anche vero che questa stessa robaccia spesso e volentieri frequenta e sporca il mondo dello sport.

              C’è sempre l’imbroglio che incombe sul paradiso innocente dei valori, c’è la scommessa truccata, la combine fuori e dentro il ring, tra le strisce di gesso dei quarterbacks, o in tribuna, basti pensare all’ambiente sordido che Oliver Stone fa girare attorno all’allenatore Al Pacino in «Ogni maledetta domenica».

              Eppure. Se lo sport è lealtà e
              fair-play (altra parola inesistente nel vocabolario italiano) sarà difficile dimenticare l’elegante saggio che Kerry ha dato nel suo discorso di ieri, a Boston, tra bandiere e busti settecenteschi. Un autentico rituale di ricomposizione dei conflitti, un evento simbolico che anche nella coreografia evoca il riconoscimento di un quadro certo di regole e che si ripete un’ora dopo quando, stavolta a Washington, è George Bush a salire sul podio del campione. Per poi celebrare anche lui l’unità della nazione.

              Ma se lo sport è vita, e gratuito esercizio anche quotidiano del proprio corpo, sarà altrettanto difficile da dimenticare, per quanto intronati da ore e ore davanti al video, l’inviata della Cnn che dall’Ohio, su una panchina, all’alba, intervistava l’ennesimo esperto di flussi elettorali, e dietro di loro sul prato una schiera di uomini e donne in tuta rossa soffrivano e sbuffavano facendo le flessioni.


              Erano buffi, certo. Ma un po’ veniva anche da riflettere su un certo scetticismo intellettualistico europeo, in particolare su certe goliardiche amenità che la classe di governo italiana, pre-berlusconiana s’intende, pronunciava in proposito fin dai tempi dell’Ugi e dell’Unuri: «Se lo sport è salute – concludeva una di queste facezie – viva la tubercolosi».


              E già, quante differenze! In Italia, per dire, «Il Migliore» era Palmiro Togliatti; mentre in America «Il migliore» è il titolo di un film – e qui potrebbe partire uno stacco musicale, una marcetta – in cui Robert Redford fa la parte di un giovane povero che è un mostro di bravura sul
              playground, e insomma diventa pure lui ricco e famoso, fino a quando un incidente…

              C’è un intreccio profondo, in America, fra realtà e
              fiction, vita pubblica e competizione sportiva, a partire dalle università. Il presidente Gerald Ford fu un discreto giocatore di calcio americano; Ronald Reagan esordì come giornalista e commentatore sportivo, quindi da attore divenne famoso per la parte di un allenatore: Gipper, si chiamava nel film, un soprannome che gli rimase appiccicato, fino a diventare uno slogan della sua campagna («Win one for Gipper»).

              Anche Kerry ha giocato. Scrivono Guido Moltedo e Marilisa Palumbo ne «L’altra America» (Rizzoli) che fu proprio lui nel 1965 a segnare facendo vincere la squadra di football di Yale contro i rivali di Harvard. Mentre Bush, chiedendo in prestito 600 mila dollari, ha acquistato in gioventù una squadra di baseball, i «Texas Rangers».

              Ogni tanto, quando si inaugurano i campionati, al presidente fanno tirare la prima palla propiziatoria. Pare che non se la cavi malaccio. Da bambino con un lancio attraversò la strada rompendo il vetro dei vicini. La mamma Barbara lo raccontò a George senior: «Ah, però – commentò quello – un bel colpo, un tiro lungo!».

              Bene. Può non piacere, ma è così. Perché lo sport americano è anche lo specchio delle sue più pericolose magagne: primitivismo, darwinismo sociale, rozzo maschilismo, cieco militarismo, vedi Iraq. Ma questo, al dunque, nulla toglie al fatto che l’Electoral Day assomigli a una specie di Superbowl al cubo, un fantasmagorico contenitore di fatiche corporali, potere, innocenza, quattrini, patriottismo, pubblicità, regole impossibili da capire e resa spettacolare perfetta. Un tremendo passatempo, verrebbe da dire, considerato che sono in gioco i destini del mondo.


              Ma questi destini si possono sempre cambiare. Gli americani ne sono convinti e anche per questo cambiano spesso le regole nei loro sport per favorire l’attacco, lo show. E pensare che il grande Brera diceva che la partita perfetta è quella che finisce zero a zero. Ma forse non ci credeva nemmeno lui.