Urla, sospetti e confusione – di Paolo Franchi

26/03/2002






La peggior giornata dell’esecutivo

URLA, SOSPETTI E CONFUSIONE
di
Paolo Franchi
      Se qualcuno è ancora convinto che la posta di questo scontro frontale e senza precedenti siano solo, o soprattutto, alcune modifiche all’articolo 18, sfidi pure il ridicolo, ed alzi la mano. In gioco ormai c’è qualcosa che riguarda da vicino la sostanza stessa della nostra democrazia e della nostra convivenza civile. Il diritto, cioè, che ciascuna parte in campo deve avere di «essere ascoltata e valutata in buona fede» dall’avversario, come ha voluto sottolineare con evidente preoccupazione il capo dello Stato. E la possibilità stessa di tenere vivo un dialogo, citiamo ancora alla lettera Carlo Azeglio Ciampi, il cui fine «non è di formulare necessariamente dei compromessi… ma di far maturare le soluzioni migliori». Nella maggioranza come nell’opposizione, tra gli imprenditori come nei sindacati, sono in molti a nutrire questi timori. Fin qui hanno faticato assai a far sentire la loro voce e a far pesare le loro ragioni. Adesso, però, non può essere più tempo di timidezze. Su alcuni temi di fondo che vengono ben prima dell’articolo 18 ogni forza responsabile certo, ma prima di tutti il governo di questo Paese, nella persona del presidente del Consiglio, deve dire con chiarezza, prima che sia troppo tardi, da quale parte sta.
      La questione principale (come ha dimostrato la convulsa e drammatica giornata di ieri, la più cupa nella breve storia del governo Berlusconi) riguarda il giudizio sul rapporto tra lo scontro sociale, i suoi protagonisti, il terrorismo, la natura e le sorti stesse della nostra democrazia: e si tratta, in tutta evidenza, di una questione cruciale. Alla vigilia di un incontro con i sindacati cui erano appese le esili speranze di una sdrammatizzazione del confronto, due ministri, Antonio Martino e Umberto Bossi, e un sottosegretario, Maurizio Sacconi, hanno improvvidamente provveduto a chiamarla in causa in forme sbagliate e inaccettabili, ottenendo il bel risultato di far saltare l’incontro e di farsi addirittura querelare da Sergio Cofferati. Martino e Sacconi hanno per lo meno fatto una mezza marcia indietro. Bossi no. Anzi, ha voluto rincarare la dose anche dopo che Palazzo Chigi aveva cercato (maldestramente) di raffreddare il clima, ed è tornato a sostenere che il terrorismo è «di sinistra» e figlio di un’«esasperata protesta sindacale», aprendo così per governo e per maggioranza un problema ben più grave di quello costituito da Cofferati.
      Silvio Berlusconi se ne è stato zitto. Cosicché non ci è dato sapere come esattamente la pensi. Nonostante a chiedergli di prendere visibili distanze dagli estremisti del centrodestra non siano stati solo sindacati e opposizione, ma anche, e con pubbliche prese di posizione, Alleanza Nazionale e il Biancofiore. Se ne desume che la maggioranza è peggio che divisa, e il presidente del Consiglio non sa che pesci pigliare. Eppure in ballo c’è una decisiva questione di principio. E Berlusconi, se può e sa, è ancora in tempo ad affrontarla, e a fare la sua parte, proprio come gli chiede il presidente del Ccd-Cdu Marco Follini, «per riportare il confronto politico e sociale sul terreno liberale del rispetto delle persone e delle opinioni».
      Non sarebbe difficilissimo. Ma a condizione di sostenere l’esatto contrario di ciò che predica irresponsabilmente Bossi, e di parlare, appunto, da liberale. Cominciando con il riconoscere che la grande manifestazione della Cgil a Roma è stata quello che è stata, una grande manifestazione contro il terrorismo e la politica del governo, punto e basta. Che contro il terrorismo non è lecito dividersi, su tutto il resto sì, e questo, in una democrazia dell’alternanza, è un fatto fisiologico, non una tragedia. Che nel Paese non è aperta, e non deve aprirsi, una guerra di religione. Non sarebbe difficilissimo, vogliamo ripeterlo. Ma, prima ancora, sarebbe doveroso per riportare il confronto, e anche il conflitto, nel loro naturale alveo democratico, e richiamare tutti, sindacato compreso, alle loro responsabilità.