Uno spettro che torna sull’Italia – di F.Geremicca

03/03/2003


        3 marzo 2003



        Uno spettro che torna sull’Italia

        di Federico Geremicca

        QUEL che ora si può sperare è che abbia ragione il ministro Pisanu che ieri ha annunciato: «Anche alla luce di questo episodio, ribadisco che sugli omicidi D’Antona e Biagi non brancoliamo più nel buio». Questo, almeno, e cioè l’aver contribuito – seppur inconsapevolmente – a far luce su due assassinii ancora impuniti, può ridare senso ad una morte altrimenti davvero inaccettabile. E da ieri, comunque, sappiamo due cose. La prima è che in questo paese può ancora accadere che un padre di famiglia, poliziotto ferroviario, salga poco dopo l’alba su un treno per i soliti controlli di routine e poi finisca crivellato per mano terrorista. La seconda è che il fuoco che cova sotto la cenere brigatista è assai più che una fiammella, e che vi sono latitanti dell’eversione ancora pronti a uccidere e farsi uccidere piuttosto che deporre le armi. Cosa che, evidentemente, rende non più tollerabili sottovalutazioni di ogni genere.

        L’11 settembre ha segnato una sorta di prima e di dopo per il mondo intero. Da allora, infatti, l’allarme intorno ai pericoli derivanti dalla recrudescenza del micidiale terrorismo islamico ha tenuto sul chi vive i servizi di intelligence di tutto l’Occidente. Per molte e comprensibili ragioni, l’Italia non è sfuggita a questa emergenza. Fatto sta che, però, a partire dall’11 settembre 2001 i soldati di Bin Laden non hanno per fortuna prodotto danni nel nostro paese: mentre il vecchio e noto terrorismo brigatista ha continuato a uccidere (Biagi prima e l’agente Petri ieri) e a compiere attentati qui e lì per l’Italia (compresa una bomba al Viminale). Se ciò sia accaduto per un comprensibile cambio di passo delle indagini da un fenomeno all’altro o, più inevitabilmente, per difficoltà nell’inquadrare ed individuare le nuove leve di questa seconda generazione terrorista, è difficile dire. Quel che però adesso è certo, è che è giunta l’ora di correre ai ripari, tornando ad investire – se lo si era fatto di meno – in uomini e mezzi lungo la frontiera della lotta al terrorismo brigatista.

        Un’ultima annotazione non può che riguardare – purtroppo anche stavolta – lo spesso contestato sistema dei cosiddetti benefici carcerari. Mario Galesi, il terrorista che ha ucciso l’agente Petri e che è poi deceduto per le ferite riportate nel corso della sparatoria sul treno, era stato arrestato l’ultima volta nel 1997, dopo una rapina per autofinanziamento. Si è reso latitante un anno dopo, appena gli furono concessi gli arresti domiciliari. E’ soltanto un dato. Sul quale, però – anche alla luce dei non pochi precedenti – occorre finalmente avviare una riflessione priva di polemiche e di strumentalismi.