Uno scudo per proteggere l’impresa

10/11/2003



      Lunedí 10 Novembre 2003
      Uno scudo per proteggere l’impresa

      Sicurezza in azienda – A difesa di beni industriali e commerciali non più strutture «fai da te» ma professionalità specifiche

      ELIO SILVA


      Un esercito di 71mila uomini, disseminati in un reticolo di imprese medio-piccole ma con un fatturato globale di tutto rispetto, destinato a superare quest’anno i nove miliardi di euro. É questo l’identikit di gruppo degli operatori privati della sicurezza, un composito insieme di imprese, dai produttori di sistemi d’allarme agli istituti di vigilanza, che affiancano le forze di pubblica sicurezza nella difesa di persone e beni. Un mondo che, generalmente, fa notizia solo per gli interventi nei confronti di singoli cittadini, ma che in realtà deve la propria crescita soprattutto alla difesa dei beni d’impresa, dei business industriali e commerciali e alla tutela dei beni che rappresentano un patrimonio comune, come quelli artistici.
      «La metà del nostro fatturato deriva dalla protezione di imprese e attività commerciali» attesta Franco Dischi, presidente di Assosicurezza, associazione che riunisce i costruttori e distributori di apparecchi di sicurezza, antifurto, dispositivi anti-incendio e videosorveglianza. «Il settore è in crescita, ma le imprese italiane investono ancora poco in sicurezza rispetto alla media europea». Quali le ragioni di questa scarsa propensione? «C’è una spiegazione di tipo culturale – afferma Dischi – perchè, ad esempio sui rischi di incendio, non esiste da noi una sensibilità marcata come altrove. Ma c’è soprattutto una motivazione psicologica, la diffidenza verso le nuove tecnologie e chi le installa, data dal fatto che c’è sicuramente un problema di qualificazione degli operatori».
      Aggiunge Giancarlo Cerchiari, presidente dell’Anciss-Anie, associazione dei costruttori e installatori di impianti: «A complicare le cose contribuisce anche il fatto che, storicamente, le diverse componenti del settore hanno marciato divise, anzi l’una contro l’altra. Ad esempio trent’anni fa la sicurezza passiva, garantita dai mezzi fisici, era considerata in contrapposizione alla vigilanza, mentre ora le due strategie si integrano». Roberto Taranto, direttore generale dell’Anie, riassume così la situazione: «Assistiamo a una frammentazione di esperienze e soluzioni applicative che da un lato testimoniano la vivacità dell’offerta, dall’altro creano forti problemi di coordinamento. Pensiamo, ad esempio, alla sicurezza delle reti di trasmissione dati. Le risposte "fai da te" non sono più accettabili: il ministero dell’Interno dovrebbe definire dei modelli standard di sistemi di sicurezza, da adottare nelle questure piuttosto che negli uffici pubblici o nelle aziende commerciali. Ne guadagnerebbe in efficacia la difesa del territorio, ma risulterebbe valorizzata anche la cifra professionale degli operatori».
      Non a caso Anie, Assosicurezza e altre 16 sigle hanno da poco avviato un meccanismo di consultazione permanente e hanno costituito un comitato interassociativo per fare crescere la cultura della sicurezza e arrivare a una disciplina legislativa che identifichi con precisione le diverse figure professionali. «La cultura della sicurezza – ricorda Dischi – talvolta viene vista solo come una modalità per ottenere sconti sulle polizze assicurative. Con risultati che, spesso, si rivelano controproducenti non solo in termini di protezione, ma anche ai fini dell’eventuale risarcimento». La tendenza a una cronica sottovalutazione del rischio da parte delle imprese sembra, del resto, emergere anche da analisi di fonte assicurativa: una recente indagine del broker Marsh (si veda «Il Sole 24 Ore del lunedì» del 13 ottobre scorso) ha confermato che gli italiani sono "fatalisti" e tendono a limitare l’investimento in risk management, salvo poi correre affannosamente ai ripari quando il danno si è verificato. La vera sfida per il comparto della sicurezza, però, riguarda la qualificazione professionale. Le diverse sigle di categoria sollecitano una generale revisione dei requisiti e dei criteri per la fornitura dei servizi. In particolare, chiedono un albo o quanto meno un "patentino" per gli installatori, anche e soprattutto a garanzia dell’utente. In effetti qualcosa si sta muovendo a livello legislativo: è all’esame della Camera, alla commissione Affari costituzionali, un testo unificato, che riunisce diverse proposte di iniziativa parlamentare e una del Governo, per la disciplina degli istituti di vigilanza privata.
      Un provvedimento che mette a fuoco le caratteristiche professionali degli operatori della sicurezza, ma che al tempo stesso «dovrà riconoscere – sollecita Taranto – il ruolo centrale delle tecnologie e la necessità di una loro certificazione». Per la qualificazione professionale la ricetta d’obbligo è quella di migliorare i meccanismi di formazione. «Occorre arrivare a un’università della sicurezza» sostiene con forza Augusto Balloni, criminologo e presidente del corso di laurea per operatori della sicurezza e del controllo sociale attivato a Forlì dall’ateneo di Bologna. «Oggi – spiega – le figure professionali che lavorano nel settore hanno bisogno di una preparazione elevata e fortemente interdisciplinare».