«Uno scossone salutare da Marchionne»

30/07/2010

L’intervista

«Marchionne ha aperto una fase nuova e Cisl e Uil hanno visto giusto: il lavoro va salvato». Franco Marini risponde sul caso Fiat. ROMA — «Guardi, quando penso a come si sono impoveriti i salari negli ultimi 10-15 anni, vedo con chiarezza che è dipeso dal grave ritardo col quale si è riformato il modello contrattuale. Già la commissione presieduta da Gino Giugni, dove c’erano anche Massimo D’Antona e Marco Biagi, consegnò nel ’98 al governo Prodi un rapporto che sollecitava la riforma del modello del ’93 perché già allora la priorità non era più l’inflazione, ma il recupero di produttività e la redistribuzione ai salari. E questo si può fare solo andando a recuperare le risorse dove si producono, in azienda. Purtroppo, la riforma è arrivata solo l’anno scorso, e senza il sì della Cgil. Lo scossone che ora ha dato Marchionne era inevitabile e alla fine sarà salutare». Franco Marini, 77 anni, ex segretario della Cisl (dal 1985 al 1991), ex ministro del Lavoro (VII governo Andreotti) ed ex presidente del Senato (nella scorsa legislatura) parte da lontano.
La vertenza della Fiat Pomigliano ha un significato storico?
«Storico è un termine che uso raramente. Diciamo che dà appunto uno scossone a un sistema anchilosato. Pomigliano costituisce un caso di scuola, che si è verificato nel pieno di una crisi economica internazionale dove la difesa del posto di lavoro è una priorità assoluta. Alla quale Cisl e Uil hanno inteso rispondere firmando l’accordo con Marchionne per aumentare la produttività. E su questo hanno vinto il referendum tra i lavoratori col 62%. Un risultato straordinario, in un ambiente così difficile, che ha dato ragione a Bonanni e Angeletti, cioè a quella parte del sindacato che è riuscita a sbloccare il sistema e a superare i veti contrapposti che fin dal ’98 avevano impedito di riformare il modello contrattuale». Veti di chi? «Della Confindustria e della Cgil. Non dimentichiamo lo scontro tra l’allora presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, e Sergio Cofferati. Il risultato dell’immobilismo è stato, come ci ha ricordato di recente il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, che fino al 2008, cioè prima ancora della crisi, la produttività in Italia è cresciuta del 3% contro il 14% dell’area euro».
E secondo lei, dopo Pomigliano riprenderemo a crescere e i salari aumenteranno?
«Lasciare le cose come stavano sarebbe stato un male: l’Italia è ferma, su questo tutti sono d’accordo. Ora il caso ha voluto che si siano incontrati due abruzzesi, Bonanni e Marchionne, che io, abruzzese come loro, conosco per la loro tenacia e testardaggine. Bonanni ispirato dalla cultura della responsabilità e Marchionne, che non è un imprenditore tradizionale, ma uno che sa che davanti alla globalizzazione e alle difficoltà della competizione o ti muovi o resti fuori».
Anche lei subisce il carisma del manager col maglioncino?
«No, le dirò anche che non mi piacciono certe sue espressioni ultimative, ma riconosco che tocca un tema vero e che a Pomigliano ha saputo aprire una fase nuova. Lui non chiede soldi pubblici, ma un recupero di produttività, ovviamente sapendo che non possiamo mica avere i salari serbi da 400 euro al mese. Bonanni e Angeletti hanno accettato questa sfida necessaria».
Massimo D’Alema dice che un po’ è colpa anche dell’assenteismo degli operai di Pomigliano, che non sono come quelli di una volta.
«Ma che c’entra. Tutto è cambiato. Sì c’è stato un problema di assenteismo, ma non solo a Pomigliano».
Cisl e Uil hanno visto giusto, dice lei. Ma è saltata l’unità sindacale.
«Che era già saltata nel 2009 con la riforma del modello contrattuale. Questo è un problema serio e qui, se mi è permesso, vorrei dire una cosa al mio amico Bonanni». Dica. «Lui sa che l’avvio di questa ristrutturazione delle relazioni industriali darà più spazio al livello aziendale e questo è un bene, ma qui si apre una questione importante che riguarda la forza contrattuale del sindacato nelle imprese. Che è maggiore se il sindacato è unito. La divisione è un limite che va superato. Questo è lo stesso problema che io ho vissuto nella vicenda che più mi pare simile a questa».
Quale?
«Quella dell’inizio degli anni Ottanta, quando col governo Craxi decidemmo la predeterminazione degli scatti di scala mobile. Anche allora la Cgil disse no. Ma noi che avevamo firmato, un minuto dopo, ci chiedemmo come recuperare l’unità sindacale. Ecco perché mi sento di dire che se Bonanni sarà capace di riannodare il filo dell’unità, risponderà a una esigenza fondamentale dei lavoratori, e potrei perfino riconoscere che è più bravo di me alla guida della Cisl».
Anche lei vede all’orizzonte il tramonto del contratto nazionale?
«In Italia resterà ancora a lungo, perché la maggioranza delle imprese è piccola e quindi non c’è altra tutela per i lavoratori. Certo, avrà sempre meno importanza, ma non è detto che i lavoratori ci rimetteranno. Anzi, il sistema spingerà la contrattazione nelle aziende per sommare ai minimi nazionali la distribuzione della produttività».
Ma come si fa a immaginare tutta questa contrattazione se le imprese sono appunto piccolissime?
«Gradualmente si può fare, anche con un livello territoriale dove non c’è quello aziendale. E intanto il nuovo modello prevede una clausola di salvaguardia che distribuisce un aumento aggiuntivo di retribuzione per tutti i lavoratori che restano senza contrattazione aziendale».
Il Pd, al quale lei appartiene, accusa il governo di latitanza nella vicenda di Pomigliano. È d’accordo?

«ll governo è debole. Da mesi non ha nemmeno il ministro dello Sviluppo economico. Quanto al ministro del Lavoro, si è trovato davanti a posizioni molto radicalizzate. Ma ora che la situazione si è sbloccata, tutti i protagonisti della vertenza, e quindi anche lui, dovrebbero fare uno sforzo per la ripresa di un rapporto unitario».