Uno sciopero togato

02/07/2010

Una protesta impopolare dalle parti della maggioranza, ma un po’ anche da quelle dei vertici dello stato. Ieri le toghe italiane hanno incrociato le braccia in tutta Italia contro la manovra che taglia i loro stipendi e soprattutto blocca gli scatti di anzianità e di progressione in carriera,di fatto congelando i salari allo stato attuale. L’iniziativa è andata bene, anzi il presidente dell’Anm Luca Palamara parla espressamente di adesione «massiccia » alla mobilitazione, con una media che viaggia tra l’80 e ’85% delle astensioni, escludendo dal conto i magistrati che per procedimenti urgenti hanno comunque tenuto udienza(tra questi, i giudici del processo Unipol a Milano). Eppure fin dalla mattinata a fare rumore è soprattutto la presa di distanza del vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Nicola Mancino. In apertura del plenum, dice espressamente che la protesta lui non la condivide: «Lo sciopero è un diritto
- spiega – ma servono prudenza e accortezza. Io ho la sensazione che ci sia stata una reazione che poteva essere attenuata da un confronto, che è sempre necessario, tra la categoria dei magistrati e il governo». Poi, l’attacco più duro al cuore politico della mobilitazione delle toghe: «Il cetomedio bass è colpito quasi in via prioritaria, mentre il ceto medio alto è esente dagli interventi. L’accenno all’autonomia e all’indipendenza, rapportate al trattamento economico, è male usato. È sbagliato dire che se il livello retributivo è basso l’autonomia non c’è». Conoscendo la prudenza di Mancino, è evidente che la presa di posizione è concordata punto per punto con Napolitano, titolare dello scranno più alto del consiglio superiore. Lo stesso presidente della repubblica, però, nel pomeriggio corregge leggermente il tiro e spiega che anche a parer suo la manovra economica andrebbe corretta. E che su questo aspetto la maggioranza ha finto di non aver ascoltato il suo richiamo a rivedere i punti più controversi: «Anche senza essere monsignor De la Palisse, è evidente che quel consiglio – ha detto – non è stato ascoltato nel momento in cui sono state prese determinate decisioni a maggioranza nella commissione dei capigruppo. Io non ho l’abitudine di tornare mai sui consigli dati nè di esprimere alcun giudizio per dire se siano stati seguiti o sul perchè non sono stati seguiti».
Ai vari distiungo, l’Anm ha risposto che la protesta non chiude alle possibilità di trattative col governo: «Mi rammarico – ha detto ancora Palamara – che il vicepresidente non sia a conoscenza che da parte dell’Anm c’è sempre stata e c’è tuttora la disponibilità al dialogo, tant’è vero che nella giornata di ieri abbiamo espresso apprezzamento per le aperture del ministro Tremonti e che è ancora aperto il tavolo del confronto con il governo». In realtà, nonostante il risultato complessivamente positivo e l’adesione della magistratura onoraria la protesta ha avuto qualche smagliatura anche nelle roccaforti dell’associazione. Ad esempio a Milano, dove ad appendere la toga al chiodo c’era «solo» il 78% dei magistrati. In Abruzzo oppure in Umbria, dove si sono fermati 64magistrati su cento, compresi quelli che nonostante la protesta hanno trattato i procedimenti inderogabili. Bene è andata invece a Roma, perché i magistrati a braccia incrociate erano praticamente tutti, l’85% del totale. E ottimamente a Palermo, con una astensione quasi totale che ha coinvolto anche il procuratore capo Francesco Messineo. Del resto, qualcuno, anche all’interno dell’Anm, nelle scorse settimane aveva manifestato le proprie perplessità piegando che visto che il taglio tocca tutti i dipendenti del pubblico impiego, la mobilitazione avrebbe dovuto essere più collegata a quella delle altre categorie. Concordando la protesta anche con i sindacati «laici». In parte, la protesta ha acceso il clima d’attesa attorno all’elezione del nuovo consiglio superiore della magistratura. Per i togati, lo scrutinio è previsto domenica e lunedì prossimi, ma intanto ieri camera e senato si sono riunite per la prima volta in seduta comune per scegliere gli otto consiglieri laici.
Come ampiamente previsto, il quorum non c’era e la votazione è stata spostata al prossimo 8 luglio. Si sa però che Berlusconi stavolta è interessato ad far pesare la propria voce sulla designazione del vicepresidente che andrà votato dal nuovo plenum col gradimento del presidente della repubblica. Una mossa che non è mai riuscito a mettere a segno ma che ora potrebbe rivelarsi utilissima, visto che il nuovo plenum avrà a che fare con la legge sulle intercettazioni, il lodo Alfano e forse persino il ripescaggio del processo breve. Inizialmente, il cavaliere aveva puntato su Gaetano Pecorella, avvocato di alto profilo, tra i suoi difensori e già in corsa per la corte suprema. Ora, sarebbe indeciso tra il nome dell’udc Michele Vietti e quello del pd Sergio Mattarella. Entrambi i partiti sono interessatissimi alla proposta.