«Uno sciopero fuori dalla realtà»

21/03/2002





«Uno sciopero fuori dalla realtà»
Il giuslavorista Weiss, amico di Biagi: più pacato il dibattito tedesco
di Attilio Geroni

Marco Biagi era conosciuto a apprezzato anche qui, a Francoforte, alla Goethe Universität. Con il professor Manfred Weiss, titolare della cattedra di diritto del lavoro, non c’era soltanto un rapporto professionale molto stretto. C’era, semplicemente, una grande amicizia, con il tradizionale corollario che accompagna l’amore sviscerato di molti accademici tedeschi nei confronti dell’Italia, della sua cultura e in questo caso delle sue risorse intellettuali. Rintracciare il professor Weiss non è facile. A casa non risponde. All’Istituto c’è il filtro di una segreteria telefonica. Internet questa volta è utile e si riesce ad arrivare a quello che probabilmente è il numero di telefono della stanza accanto a giudicare dall’interno, il numero di una collega, Marlene Schmidt: «Il professore non c’è, è a Parigi per una conferenza. Capisco perché sta chiamando. Immagino voglia intervistarlo, era molto legato a Marco Biagi, erano colleghi, si stimavano ovviamente, ma li univa soprattutto un’amicizia profonda. Siamo tutti molto addolorati e, se mi consente, un po’ increduli, per quello che è accaduto. Comunque, se mi richiama tra dieci minuti le dò il numero di cellulare del professore». Dopo cinque minuti è lei stessa a richiamare: ecco il numero di telefono del professore, ecco Manfred Weiss, una delle massime autorità europee di diritto del lavoro, autore di numerosi volumi conosciuti in tutto il mondo accademico, uno dei quali, «European employment and industrial relation glossary: Germany», scritto insieme all’ex ministro del Lavoro, Tiziano Treu. Un Paese, quello di Weiss, dove proprio la rigidità del mercato del lavoro è una delle cause principali della crisi economica e soprattutto occupazionale. E dove si affrontano problemi in linea di principio simili a quelli affrontati in Italia. Soltanto, in un clima sociale decisamente meno teso, com’è nella tradizione tedesca. «Sono sconcertato – dice Weiss – ho perso un collega ma soprattutto un amico, uno dei miei migliori amici. Uno che quando, alcuni anni fa, mi avevano diagnosticato un cancro mi era stato molto vicino, uno di quelli che mi ha aiutato a guarire». Qual è, professore, il suo ricordo professionale di Marco Biagi? Lo conoscevo da parecchi anni. Abbiamo avuto una collaborazione molto stretta. Lo dico senza retorica e l’avrei detto anche se Marco non fosse morto: per me è stato uno dei migliori comparativisti al mondo nel diritto del lavoro e nelle relazioni industriali. E dire che avevamo così tanti progetti in cantiere. Ad esempio stavamo preparando una conferenza a Modena per metà aprile e avevamo appena iniziato a lavorare ad un grande progetto sugli schemi di partecipazione dei lavoratori in Europa. Inoltre sono un collaboratore della rivista che lui dirige e anche in questo abbiamo lavorato parecchio assieme. E adesso tutto è andato a monte. È una tragedia così grande, ancora non riesco a crederci. Quando vi siete conosciuti? Ci siamo incontrati in Italia, parecchi anni fa, e poi altre volte in altre parti del mondo, alle solite conferenze internazionali. Sono anche presidente dell’Associazione internazionale delle relazioni industriali e anche in questo ambito il suo contributo è stato notevole. Ricordo che fu lui, nel 1998, assieme a Tiziano Treu, ad organizzare il congresso mondiale a Bologna. Fu un grande successo. Mancherà molto a me e ad altri nostri colleghi non soltanto perché era uno dei più bravi in assoluto in questo campo, ma perché era un uomo onesto. Lavorava per ciò che riteneva fosse giusto. E questo, a quanto pare, è diventato per lui un problema fatale. In Italia è stato sempre difficile introdurre modifiche strutturali al mercato del lavoro. Il Paese è spaccato sulle riforme e soprattutto sulla necessità o meno di modificare l’Articolo 18. Anche la Germania, però, è un Paese alla ricerca di una maggior flessibilità in questo campo. Sinceramente non capisco questa opposizione emotiva alla riforma del mercato del lavoro e alla modifica dell’articolo 18. E l’idea di uno sciopero generale mi sembra al di fuori della realtà. Anche in Germania stiamo affrontando problemi di questo genere e c’è un grande dibattito in corso: tra i partiti, tra i partiti e il sindacato, tra questi e le imprese. L’attuale crisi economica conferma che una riforma del mercato del lavoro è necessaria, non più rinviabile. La differenza con l’Italia è che si discute in un clima più ragionevole, un clima dove nessuno ha paura di poter essere ucciso per le proprie idee in materia.

Giovedí 21 Marzo 2002