Un’Italia del lavoro senza contatti

21/11/2000

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Martedì 21 Novembre 2000
commenti e inchieste
Un’Italia del lavoro senza contatti

di Alberto Orioli

Forse è la prima volta che l’Italia può porsi una domanda da Paese ricco. Potrebbe evitare di chiedersi solo dove sia il lavoro, che in genere significa un lavoro purchessia, magari per non fare la fame; e potrebbe finalmente interrogarsi su cosa sia il lavoro, quale sia migliore per coronare gli studi, per appagare le vocazioni, per stimolare la creatività, per garantire certi standard di qualità della vita.

Potrebbe, ma non lo fa con determinazione. Perché è un Paese con poca consapevolezza di sé e fatica a scegliere. Alla fine, per questa via incerta, non riesce a trovare né 10mila pizzaioli né 150mila supertecnici del web. È un’Italia che non c’è più, ma anche un’Italia che non c’è ancora quella del lavoro.

Si è fatto poco orientamento scolastico per indirizzare gli adolescenti verso studi proficui per l’impiego, poca formazione mirata. Non basta affidarsi alle statistiche dell’Isfol che oggi ci dice come in sette anni (’91-98) la spesa per la formazione sia cresciuta da oltre 7 a quasi 13mila miliardi. Sono 160mila lire a testa per ogni unità di lavoro, ma non si sa mai a cosa corrispondano: corsi per mannequinnes in Aspromonte, come è accaduto, o moduli per impararare l’arte di estetista e parrucchiera?

Ora sono le imprese di servizio legate alla Grande Rete a supplire alla mancanza di contatto tra chi cercava lavoro e chi cercava lavoratori. Proliferano le iniziative nei punti di aggregazione dei giovani e così anche la discoteca può servire a trovare un corso di specializzazione interessante o qualche elemento per valutare meglio la strada da scegliere in futuro. Il mito del web sta modificando gli slogan più classici: ora è addirittura il lavoro che cerca i candidati e non viceversa.

Sono stati troppo a lungo inefficienti i servizi di collocamento che ora sono passati al territorio e non hanno ancora raggiunto l’operatività desiderata. Ancora una volta Internet fa una supplenza spontanea e, per gemmazione, copre i buchi di comunicazione che per decenni sono state la vera zavorra nel mercato del lavoro del Paese. E un pub può diventare un luogo dove bere birra e consultare videate su opportunità di impiego via Rete. Il mondo è davvero un altro mondo: in una sera, magari, può capitare di trovare la fidanzata e un buon impiego.

Il dualismo fa il resto: un Nord in cerca di operai che scommette sull’immigrazione e un Sud ancora troppo immobile e orientato al pubblico impiego pur se con punte di geniale eccellenza nella nuova economia. Un’eccellenza che deve convivere con il mondo dei lavori socialmente utili, grimaldello per entrare nella pubblica amministrazione per chiedere poi di farvi parte in pianta stabile dopo pochi anni, sia che il lavoro sia vero, sia che il lavoro sia finto. E poi c’è il sommerso, ammortizzatore sociale ipocrita di un’Italia che non vuole la responsabilità del suo nuovo stato di Paese ricco.

L’Italia che segue l’onda positiva dell’economia così cerca di tutto: tecnici del tessile, dell’alimentare, della chimica, del design. Cerca e non trova; un po’ perché i cervelli migliori scappano (e per farli rientrare non si segue nemmeno la strada degli sgarvi fiscali o dei premi); un po’ perché anche gli immigrati ad alta specializzazione trovano chance migliori in altri Paesi; un po’ perché la formazione è in ritardo e la nuova economia corre, corre.

Ma il gioco del mercato del lavoro è anche fatto di regole e quelle italiane sono vecchie e impediscono, ad esempio, lo sblocco di una politica salariale efficace: è troppo alto il costo degli oneri sociali a copertura di un welfare da riscrivere e troppo rigido il sistema contrattuale non più in grado di aderire alle differenze professionali. Perché il lavoro è un diritto, ma è anche differenza.