Unità sindacale e autonomia per una nuova Cgil

20/10/2003



      Sabato 18 Ottobre 2003

      ITALIA-LAVORO


      Unità sindacale e autonomia per una nuova Cgil


      di GUIDO BAGLIONI

      Un nutrito gruppo di dirigenti della Cgil ha scritto di recente un impegnativo documento per «una nuova fase del sindacato confederale in Italia», coerente con la dimensione europea. Si tratta di un documento meditato, con un linguaggio più sobrio di quello prevalente negli ambienti politici e sindacali della sinistra, in più punti coraggioso (ad esempio, quando ci si interroga se, nella vicenda Patto per l’Italia, erano davvero tutte precluse le possibilità di una mediazione unitaria). Questo documento, emerso all’interno della Cgil, parla ovviamente molto di tale organizzazione ma delinea i tratti essenziali di come dovrebbe essere e operare il sindacato oggi. Per gli autori ciò significa correggere la linea recente della Cgil e richiamare la sua tradizionale impronta riformistica. Sul piano comparativo, le loro proposizioni si avvicinano molto a quelle delle esperienze europee non antagonistiche; nonché, oggettivamente, a quelle della Cisl e della Uil. Le critiche rivolte alla Cgil sono principalmente le seguenti: inadeguatezza strategica rispetto alle trasformazioni in atto; prevalenza di atteggiamenti tattici per eccesso di politicizzazione e di residui ideologici; troppa propensione alle grandi mobilitazioni e alla protesta politica; risposta alle difficoltà unitarie prendendo la strada dell’autosufficienza, illusoria e di scarsa efficacia. In positivo, ecco i punti essenziali di una linea diversa. Si dà (finalmente) una definizione laica dell’azione sindacale che, tuttavia, non cancella valori come solidarietà e sussidiarietà. Il sindacato «agisce esclusivamente sul terreno della organizzazione sociale e della rappresentanza degli interessi ed è su questo terreno che esso si misura con l’azione di Governo e con le forze politiche». Esso non fa opposizione ideologica; non è schierato pregiudizialmente in un campo politico, anche con il sistema bipolare attuale. Le due idee forza sono l’autonomia e la rappresentanza: e cioè il modo di essere e la ragione di essere del lavoro organizzato. Per l’auspicato processo di risindacalizzazione, risulta centrale la prospettiva unitaria. Non si punta all’ambiziosa meta dell’unità organica quanto sul ripristino concreto dell’unità d’azione, favorita se viene meno il sovraccarico ideologico. In effetti, non sembrano sussistere profonde differenze di principio, salvo per il tema della democrazia sindacale, sul quale gli autori sono orientati verso una autoregolamentazione interconfederale, che trovi un punto di equilibrio fra la democrazia associativa e quella referendaria. Accettata la connessione fra concertazione e sviluppo, si affronta il tema della revisione del sistema contrattuale. Tra le affermazioni significative segnaliamo queste: la revisione non deve comportare uno spostamento drastico del baricentro negoziale dal primo al secondo livello; questo livello dovebbe essere esigibile e generalizzato; è tempo di pensare alle forme di partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese. L’altro tema determinante è quello di un Welfare capace di assicurare a tutti un’efficace rete di protezione sociale. È l’insieme della spesa sociale che va riorganizzata e potenziata. Il documento è ricco e chiaro sui rapporti fra sindacato, Stato e partiti politici. È lasciato un po’ in ombra un fondamentale attore delle relazioni industriali e dell’impiego del lavoro: l’imprenditore e le imprese. Lo si vede anche nelle pagine dedicate all’aggiornamento del sistema contrattuale, per il quale si fanno proposte troppo cariche (in pratica, due livelli di contrattazione, ambedue generalizzati ed esigibili). Il documento appare esauriente nel delineare l’impostazione e la concezione dell’azione sindacale; lo è meno sul piano delle scelte operative e di attualità. Mi riferisco soprattutto all’annoso problema della previdenza: tale azione viene valutata finora inadeguata ma non si dice quali scelte andrebbero fatte per rendere compatibile il nostro sistema pensionistico con le trasformazioni demografiche in atto.