“Unipol” Stefanini pilota l’addio al demiurgo

02/01/2006
    mercoledì 28 dicembre 2005

      Pagina 2 – Primo Piano

        LE REAZIONI – ARIA DI SOLLIEVO NELLA SEDE DELLA COMPAGNIA DELLE COOP ALLA VIGILIA DEL CDA HOLMO

          Stefanini pilota l’addio al demiurgo

            retroscena
            Pierangelo Sapegno
            inviato a BOLOGNA

              Per capire tutto quello che è cambiato, non basta venire qui, via Beverara 6, zona Lame, un po’ più lontano dal cuore di Bologna dove stava l’anima del pci e della sua gente, dentro al cortile antico e al palazzo di via Barberia, quando il mercato era solo un nemico da cui guardarsi e qui si comandava ancora, per davvero, e prima che l’ex magnifico rettore Roversi Monaco conquistasse per l’università la sede storica dei comunisti bolognesi come un trofeo da esibire. Adesso, quello che succede in via Stalingrado nel regno della Lega, rimbalza solo in questo palazzo di quattro piani di via Beverara coperto dal silenzio, avvolto in questa atmosfera di lontananza. Non è più qui il centro del potere, e questa diventa la voce dei compagni di viaggio, della base.

                Giovanni Consorte, il demiurgo di Unipol, forse oggi presenterà le sue dimissioni al cda di Holmo, assieme alla sua memoria difensiva.

                Raccontano che sia stato Pierluigi Stefanini, presidente della Coop Adriatica e della Holmo, ad accelerare i tempi, lunedì sera, appena cominciava a girare la notizia sul conto a Montecarlo intestato a Consorte: nello stilema etico delle cooperative questa era la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Voce dalla Lega (un dirigente): «Mi hanno detto che s’è arrabbiato di brutto. Ha convocato subito il consiglio e ha richiesto le sue dimissioni». Mezza smentita da via Stalingrado, abbastanza incerta. «Beh, non mi risulta che le dimissioni siano all’ordine del giorno». Mezza conferma dai Ds (dirigente): «Non mi stupisce. Stefanini è un vecchio operaio così lontano da Consorte e dai suoi metodi. A me risulta che sia già tutto deciso».

                  Il fatto è che qui, in via Beverara, si respira un’aria di sollievo, anche se quei pochi che ci sono dicono come Tiziana che non possono parlare: «per queste cose deve sentire i funzionari. E non ci sono fino al 2 gennaio». Al telefono, però, un vecchio dirigente bolognese ammette: «Era l’ora. Non sono il solo a pensarla così. C’è un senso di disagio, un imbarazzo crescente». Claudio Levorato, che viene dal pci e oggi è presidente della Manutencoop, è già uscito allo scoperto: «Ritengo sia giunto il momento che Consorte lasci. L’operazione in sé non è in discussione, ma le vicende personali e la sua condotta sono imbarazzanti». Prima di lui, «la strategia della distinzione», proposta in un’intervista da Pierluigi Bersani, era stata confermata dal presidente Massimo D’Alema e dal segretario Piero Fassino, che aveva detto: «Se nel perseguire gli obiettivi ci sono stati comportamenti di singoli non corretti, risponderà chi li ha messi in opera». Il conto a Montecarlo, cominciano a dire tutti, «è inamissibile, si concilia con gli evasori fiscali, non con la sinistra». E altri iniziano pure a chiedersi che cosa abbia fatto Consorte «dei soldi della vendita Telecom». In pochi mesi, è cambiato tutto, e in fondo è come se il mercato continuasse nella sua nemesi storica, e dopo aver distrutto l’impero sovietico, ora ne perseguita i pezzi, e i suoi figli più moderni, che erano riusciti in qualche modo a scamparla, a integrarsi. A luglio, Sergio Caserta, dirigente delle Coop, aveva già scritto un articolo sul numero 4 di Critica marxista pieno di dubbi, «facendo un’analisi sull’identità delle cooperative in relazione alla vicenda Unipol. E avevo detto che certe cose erano inconciliabili, che bisognava fare i conti con determinate coerenze, con i vincoli di finalità del nostro essere impresa. Noi siamo una proprietà diffusa che dev’essere rappresentata anche in certe scelte».

                    Allora, Caserta era il solo a dire così. Adesso lo pensano tutti. Un altro dirigente dei ds bolognese sottolinea come questo sia il secondo choc subito dalla sinistra in questa rivoluzione imposta dal mercato: «Quando Lanfranco Turci trasformò il movimento cooperativo in un’impresa, fu già come uno schiaffo. Ma questa volta, in questo passaggio al livello finanziario, chi guida non ha avuto il mandato per farlo. E visto come l’ha fatto, lo schiaffo è ancora più forte». Se così stanno le cose, Consorte oggi dovrebbe andarsene senza più nessuno che lo difenda. E dietro di lui, incombe proprio Pierluigi Stefanini, così diverso e così lontano, nessuna laurea in ingegneria, nessun master alla Bocconi, nessun passato alla Montedison, nessun pedigree da manager prestato alla sinistra. Stefanini è un ex operaio Weber, ex sindacalista, ex segretario cittadino del pci negli anni della svolta, uno che ha cominciato nel ’95 la sua carriera nella Coop Adriatica. A febbraio avrebbe dovuto prendere il posto di Giuliano Poletti alla presidenza di Lega Coop. E’ uno che ha sempre mangiato pane e cicoria in vita sua, come suggeriscono davanti a via Stalingrado prima di scappare via. Qualcuno l’ha chiamato così, in questi giorni di assedio e di silenzio, come «l’Imbeni del Duemila», il sindaco della restaurazione. Perché in fondo i tempi cambiano. Ma c’è anche chi spera che ritornino.