“Unipol” Rocchi (Cgil): chi aspira a guidare il Paese doveva vigilare

03/01/2006
    martedì 3 gennaio 2006

    Pagina 5 – Primo Piano

    IL SINDACATO – «DA SEMPRE CONTRARI ALLA SCALATA BNL, NON SERVIVA AL MOVIMENTO COOPERATIVO»

      Rocchi (Cgil): chi aspira a guidare il Paese doveva vigilare
      Consorte e soci erano ormai diventati degli autocrati

      Intervista
      Raffaello Masci

      ROMA
      Nicoletta Rocchi, segretaria confederale della Cgil, «esperta di banche» di Epifani. Perché fa questa faccia contrariata se le chiediamo di parlare di Unipol?

        «Perché è una storia che non ci piace né ci è piaciuta mai»

          Si fa presto a sentenziare quando i buoni e i cattivi sono già sulla lavagna.

            «E allora si vada a rileggere tutte le nostre dichiarazioni e i nostri interventi da luglio in avanti e capirà che le nostre perplessità sono antiche. E fondate».

              Fondate su che?

                «Intanto su una questione di merito, tecnica: Unipol, tentando la scalata a Bnl – una società grande cinque volte se stessa e per di più non sana economicamente – induceva l’intero sistema cooperativo a indebitarsi per anni e a compiere uno sforzo finanziario inaudito e potenzialmente pericoloso».

                  E l’altra perplessità?

                    «Riguarda gli uomini: che c’entrano con il sistema cooperativo uomini come Gnutti, per non dire di altri finanzieri legati al mondo immobiliare. Non mi riferisco alle persone come tali, ma a ciò che rappresentano come partners economici, ovviamente».

                      Si è detto che doveva essere un’operazione «per crescere», da cui avrebbe tratto vantaggio tutto il sistema cooperativo.

                        «Ci vogliono far credere che un sistema economico forte, sano, radicato come quello delle cooperative abbia bisogno di una banca propria? Non poteva rivolgersi al mercato se avesse avuto bisogno di alcunché? Ma andiamo!»

                          Qual è stato, secondo lei, l’errore principale di Unipol?

                            «Gli errori sono stati due, a mio avviso. Il primo è quello di aver ceduto al fascino dell’investimento finanziario, che vuol dire speculazioni e soldi facili. Il secondo è correlato al primo ed è il problema centrale: quello della governance. Unipol si è strutturata con un sistema di scatole cinesi, si è ibridata con una serie di Spa e ha perso il rapporto e la legittimazione che le derivavano dal consenso dei soci delle cooperative. A chi rispondevano i manager di Unipol? Chi li controllava? Erano diventati dei monarchi autoreferenziali, e si capisce che in questa sacca di potere qualcuno si è anche arricchito, o ha provato a farlo».

                              E, in tutto questo, i Ds?

                                «Oh, i Ds! In questo Paese nessuno fa il suo mestiere. Da un partito che si candida a governare il Paese ci saremmo attesi un lavoro serio nel fissare le regole del gioco e non che a questo gioco volessero partecipare».

                                  Sciolga la metafora.

                                    «Norme sulla trasparenza, sul risparmio, sul conflitto di interesse, sulle autorità di vigilanza, norme che regolino la vita economica insomma. Invece i Ds si sono fatti contagiare dalla sindrome di Unipol, hanno pensato che acquisire potere anche economico avrebbe permesso loro di avere voce in capitolo nel salotto buono della finanza (per quel che ne resta) o capacità contrattuale con i poteri forti. No, per noi un partito non deve fare questo: la politica serve a dare regole certe e valide per tutti».

                                      Possibile che siate voi gli unici a sinistra a non avere colpe?

                                        «Guardi che io non sto accusando nessuno. Lei mi chiede delle opinioni e io gliele dico. Come sindacato, comunque, ci siamo esposti con fermezza, tant’è che a leggere le intercettazioni, un dirigente di Unipol, parlando con un politico si è preoccupato: “Adesso bisogna bloccare Epifani”, ha detto».

                                          Ora, segretaria, come se ne viene a capo?

                                            «Da un punto di vista generale dando regole chiare all’attività finanziaria e al risparmio. Quanto alle cooperative, invece, devono darsi norme di governo interno che garantiscano trasparenza nelle decisioni e vigilanza sul management. Regole fondate sul più democratico dei sistemi: ogni socio un voto, e a chi vota bisogna rendere conto. Lei mi dirà che questo è l’abc. Bene: questo alfabeto è stato disatteso per tornaconto personale e scarsa lungimiranza politica. Da qui tocca ricominciare».