“Unipol” Marino: basta dirigenti con la tessera Ds

03/01/2006
    lunedì 2 gennaio 2006

    Pagina 10 – Primo Piano

    SCALATE E INCHIESTE
    L’ intervista

      Marino: basta dirigenti con la tessera Ds

        ROMA – «Troppo forte il collateralismo tra Ds e le Coop. Se la Lega diventasse davvero autonoma, sarei il primo a proporre l’ idea di fare squadra, di allearci per crescere insieme». Luigi Marino, presidente di Confcooperative, il concorrente storico e "cattolico" della "rossa" Lega, con 19 mila imprese associate e un fatturato di 43 miliardi di euro, tira le orecchie al gruppo che ha lanciato Consorte e soci. «Molti credono che basti "passà ‘ a nuttata" per risolvere i problemi – dice – io credo invece che la vicenda Unipol lascerà segni profondi su tutta la cooperazione perché si confondono i metodi di una ventina di imprese su una realtà di 75 mila aziende».

          Bruno Trentin sostiene che tutte le cooperative «hanno perso l’ anima». E’ d’ accordo?

            «Una parte, non tutte. Ma la cooperazione per oltre il 90% è fatta da piccole e medie imprese. Trentin ha perfettamente ragione quando sostiene che il metodo cooperativo non va mai eluso. Il fulcro di tutto deve rimanere il socio. Se si manipola la massa sociale, poi si finisce per creare mostri come il "padre-padrone"».

            Claudio Levorato di Manutencoop, proprio sul Corriere, ha riconosciuto il rischio di un eccesso di potere…

              «Levorato ha detto altre cose che mi hanno fatto inorridire. Quando sostiene, per esempio, che ha trasformato la sua cooperativa in una holding. Ma questa non è la cura, è la malattia. Assurdo scimmiottare le Spa».

              Si può dire sia una forma del collateralismo tra coop e Ds?

                «Non si può non riscontrare una oggettiva convergenza che, purtroppo, la vicenda Unipol esalta anziché allontanare. E’ la dimostrazione che i disegni sono comuni. Una gran parte dei dirigenti delle cooperative ha la tessera di uno stesso partito. Fa effetto notare come ci sia una associazione di imprese che, passando dalla prima alla terza repubblica, sostiene gli interessi non di una parte politica ma di uno stesso partito. Prima il Pci, ora i diesse. Nell’ epoca del bipolarismo questo non dovrebbe succedere».

                  Non è stato così anche tra le coop "bianche" e la Democrazia cristiana?

                    «Non nego che fino all’ inizio degli anni Novanta la gran parte dei nostri dirigenti si riconoscevano nella Dc. Con Tangentopoli questo collateralismo è finito anche perché si è dimostrato che la Dc aveva ben altri supporti. Oggi il nostro riferimento è la dottrina sociale della Chiesa».

                    Ma hanno senso ancora due movimenti cooperativi in Italia?

                      «Assolutamente no. Se la Lega fosse realmente autonoma, non indugerei un attimo per avviare un processo unitario in grado di far uscire dalle secche tutto il mondo cooperativo. La Lega, per esempio, è fortissima nella distribuzione. Potremmo allearci per competere in Europa contro i colossi francesi e tedeschi. Mi fa piacere che Mauro Zani, oggi non più al vertice dei diesse, pur avendo gestito a lungo i rapporti con le coop, abbia denunciato l’ eccessiva osmosi tra partito e dirigenza della Lega. E’ una affermazione che bisognava fare. Ma la Lega, di fronte alle ripercussioni che ha avuto questa storia Unipol, non può eludere la domanda chiave».

                        La faccia lei.

                        «Il vero perché della scalata Bnl. Non vale la teoria che le coop non sono figlie di un dio minore, né della validità di un progetto industriale di integrazione assicurazione-banche. Non sono risposte convincenti perché, nel secondo caso, si possono fare cooperative di credito».

                        E qual è il vero perché?

                          «Che risponde a un disegno di potere e di potenza. Un salto di qualità per stare nei salotti buoni, nel superattico dell’ economia e della finanza italiana. Faccio un esempio: ma il cliente di Unipol è oggi davvero trattato diversamente da quello delle Generali o della Cattolica assicurazioni? Io credo di no. E allora cosa fa pensare che un domani i clienti Bnl abbiano beneficio? Il disegno non è dunque quello di allargare la democrazia economica ma di potere».

                            Cofferati chiede una riflessione sulla governance delle cooperative.

                              «Ha ragione. Bisogna prevedere dei meccanismi per far contare di più i soci nelle assemblee. Poi ha detto che tra qualche giorno avrebbe espresso la sua opinione sulle cooperative. Siamo tutti in ansia».

                              Roberto Bagnoli