“Unipol” La strana coppia

03/01/2006
    martedì 3 gennaio 2006

    Pagina 3 – Primo Piano

    La strana coppia

      Tra Castellano e Consorte scambi di documenti
      Prima «tutto bene». Poi spuntano «grossi problemi»

        ROMA
        All’inizio va tutto bene: il rapporto telefonico tra il numero uno di Unipol Giovanni Consorte e l’amico magistrato a Milano Francesco Castellano è un accavallarsi di «va tutto bene», «non c’è problema». Se Castellano chiama, Consorte si impensierisce ma l’altro lo tranquillizza. Il 5 luglio, per esempio: Castellano chiede a Consorte «quando sei a Milano?». «Non so, perché?». «No, niente, volevo dirti due cose…». Il manager, ansioso: «Tutto bene?». Il magistrato: «Sì, sì, stai tranquillo, però c’è una questione che… no… no… infatti io sono qui a Roma oggi che…».

          Anche Consorte quella mattina è a Roma, Castellano prova a combinare un incontro ma non se ne può far nulla. Il giudice si arrende: «… è un casino… quindi va bé, dato che non c’è nulla di… di… urgente, anzi. Voglio dire: tutto positivo». Consorte, in codice, sembra ricordare un impegno preso: «Comunque, quando hai tempo, io mi son fatto tirare fuori la legge…», «poi ne parliamo» ribatte Castellano. Il 9 luglio Consorte sta per incontrare Castellano e riferisce al suo braccio destro Ivano Sacchetti: «sto andando a incontrare quel signore di Milano che sai… eh… il mio amico… famoso, ti ricordi?». Sacchetti ricorda. «Eh… è stato a Roma e quindi mi dà le ultime novità». Sacchetti sonda: «ma ci sono problemi?». «Sembra di no, sembra proprio di no». L’ad Unipol precisa che l’appuntamento è a Bologna. È stato fissato per le insistenze di Castellano, ma Consorte non è granché entusiasta. Il magistrato vorrebbe andare a cena ma «guarda… te lo dico subito… ci possiamo vedere… perché poi purtroppo avevo una cena alle 20 e 45, mi ero dimenticato… però ci possiamo vedere diciamo alle sette e mezza… ti va bene?». Castellano si accontenta di un aperitivo bolognesissimo: «Sotto le due torri da Feltrinelli…», «Perfetto». Il giorno dopo, 10 luglio, l’ottimismo di Francesco Castellano comincia a incrinarsi. Il magistrato si fa di nuovo vivo con Giovanni Consorte tre minuti prima delle nove, chiede un documento con urgenza. Il manager è sotto la doccia e ha escluso la suoneria del telefono, Castellano lascia un messaggio in segreteria: «Gianni ciao, sono Francesco. Volevo chiederti se è possibile anticipare l’invio di quella… quella documentazione, ecco. Stamattina, grazie». È possibile, risponde un’ora dopo Consorte: «Questione di… guarda non sarà più di… mezz’ora, ecco». I due si risentono una terza volta alle 11. Consorte si assicura che l’amico abbia ricevuto il documento in questione: «Hai letto la prima pagina?». «Sì, comunque poi ti dico qualcosa».

            Il 12 luglio il tono di Castellano si fa invece decisamente allarmato: «Ho bisogno di parlarti». Ma di persona, perché i telefoni sono sorvegliati e «guarda che qui non ti preoccupare che tutti.. non pensare di essere esente», dice il magistrato al manager dell’Unipol. Consorte si allarma e mette fretta a Castellano: «No, se tu vieni in treno poi qui (a Bologna) c’è una macchina con autista che ti porta a Milano».

          Testi A Cura Di Marco Sodano

            Bankitalia
            Quei numeri non quadrano «Ma nessuno ci farà caso»

              Il 12 luglio, dopo aver incontrato Castellano, Giovanni Consorte sa con certezza di essere indagato. Ha un consulto telefonico di una ventina di minuti con il suo vice Ivano Sacchetti. «Sono nel libro degli indagati, ma non lo sa nessuno». Sacchetti è preoccupato: «Con il piano della procedura, Gianni, non dobbiamo sbagliare di una virgola». I due discutono delle procedure di autorizzazione e di un documento da preparare nel quale Sacchetti non vorrebbe comparissero cifre: «Basta che non ci mettano dei numeri». Consorte taglia corto: «No, secondo me i numeri ce li mettono ma non contano niente, ho parlato con De Poli (lavora in Banca d’Italia come esperto di rapporti banche-assicurazioni, ndr) e mi ha detto che non li prendono neppure in considerazione».

              La pressione del togato
              «Ciccio mi mette sempre ansia e chiama solo per i fatti suoi»

                Giovanni Consorte sembra costretto a tener buono Francesco Castellano, ma non è entusiasta del rapporto. A Liana Bertolazzi racconta: «Sto andando in stazione perché devo vedere Francesco che viene da Roma, non so che cazzo mi deve dire. Comunque è diventata una rottura di coglioni anche questa, amore ti dico sinceramente». Liana non sembra granché interessata – risponde a mugugni – ma Consorte è un fiume in piena: «… perché molte volte mi chiama semplicemente per risolvere cazzi suoi, tutte le volte che mi chiama mi mette delle ansie….». È il 12 luglio sera, mancano 10 minuti alle 22 e l’ad Unipol è stanco: «Alle undici vado a letto, sono stanco morto, domani m’ha chiamato che devo andare a Roma a vedere il governatore».

                Fiorani indagato
                «Ora il cinghialone è nei guai perché non ha voluto ascoltare»

                  Non c’è grande stima per Gianpiero Fiorani, il «cinghialone» per Giovanni Consorte. Alla Bertolazzi, la sera del 12 luglio, che gli racconta di aver saputo che Fiorani è indagato: «è andato anche sul Tg5». Consorte risponde: «quindi boh… che ne so… io non so perché s’è messo in quella situazione, perché glielo avevamo detto… si vede che non ha voluto sentire, eh ma fa mediazione e poi va in porto». Più tardi chiama anche un certo Ivano, probabilmente il suo vice Sacchetti. È saltato fuori «un casino della Madonna». «Loro sono nel casino?» chiede Sacchetti. «Sì, il cinghialone e il suo amico sono in un casino». Il soprannome va bene anche per Liana Bertolazzi: «Vedo il cinghialone», le spiega Consorte.

                  La collaborazione con l’Isvap
                  «Abbiamo sbagliato, ma tutti erano d’accordo a fare così»

                    L’Isvap tarda a concedere le autorizzazioni a Unipol e Consorte si innervosisce: le cose cominciano ad andare storte. Sempre il 12 luglio, parlando con Ivano Sacchetti, Consorte riferisce che non riesce a capire se la procedura è corretta o meno per l’istituto. Sembra suggerire che sarebbe stato meglio omettere un documento. Dice: «Io stasera ho parlato a lungo con la Mazzarella (vicedirettore generale dell’Isvap, ndr), lei ha ricevuto una disposizione, perché era in grande difficoltà, non riusciva a motivarmi la cosa». Sacchetti chiede: «Non gliela dovevamo neanche mandare noi quella roba lì», e Consorte ribatte: «mah, c’è un rapporto di collaborazione… Ivano.. abbiamo deciso tutti di mandargliela». E Sacchetti: «Alla luce del senno del poi non dovevamo mandargliela».

                    Un’Opa difficile
                    «C’è un limite oltre il quale non farò la parte del carciofo»

                      Nell’imminenza del lancio dell’Opa su Bnl, a metà luglio, Consorte e Sacchetti si consultano sui passi procedurali da fare. Bisogna convocare i cda dell’intera catena di controllo «perché se no – osserva Sacchetti – non hai le coperture delle banche». Consorte vuole accelerare, Sacchetti lo fa ragionare: «non possiamo fare una cosa se loro non sono d’accordo». Consorte: «C’è un limite oltre il quale proprio non… proprio non si riesce… non so come dire… ppè chiude ste cose qua è na’ rottura di palle terrificante, dopodiché… tutti stanno in campana, … cioé noi stiamo sempre in mezzo come i carciofi su ogni cosa… domani siamo lì (in Banca d’Italia) ci presentiamo e lo chiediamo». Consorte conta molto sul fatto che «noi dobbiamo esser difesi da quell’istituto» (probabilmente gli spagnoli del Bbva).

                      Le firme che mancano
                      «Arriveranno troppo tardi Non possiamo fare tutto noi?»

                        Sono in preparazione le carte della procedura dell’Opa, Sacchetti dà a Conosorte una serie di istruzioni quanto meno curiose: «Domattina, quando ricevi le carte ufficiali, devi chiamare quel signore… con il quale ho parlato io stasera… che gli ho detto di stare tranquillo perché le cose stanno andando per il verso giusto». «Sì, sì», assicura Consorte. «Siccome però c’è l’esigenza di avere degli atti formali, per effetto dei fusi diversi arriveranno domani», dice Sacchetti. Che ricorda a Consorte un misterioso balletto di firme e orari: «gli hanno detto di fare l’ultima firma, l’ultima… non le prime… l’ultima dopo le cinque e mezza… per consentire pure a noi… Gianni, avevo capito, è dell’idea di fare tutto noi?».