“Unipol” Fassino tra smentite e silenzi

03/01/2006
    martedì 3 gennaio 2006

    Pagina 5 – Primo Piano

    IL CASO UNIPOL – IL SEGRETARIO DIESSINO AVEVA DETTO: «NON SONO COMPAGNO DI MERENDE DI NESSUNO»

      Fassino «prima e dopo» tra smentite e silenzi

        Dai colloqui al telefono emerge l’attenzione per la scalata a Bnl

          Mattia Feltri

            ROMA
            Nemmeno venti giorni fa, rispondendo a Giuliano Ferrara nel corso della trasmissione «Otto e mezzo», il segretario dei Ds, Piero Fassino, disse: «Diventa un capo d’accusa fare una telefonata e chiedere informazioni su come va una certa vicenda che riguarda il movimento cooperativo, che notoriamente è vicino a quella vasta area politico-culturale che si chiama sinistra? Tanto per essere chiari, io non sono compagno di merende di nessuno». Si riferiva alle conversazioni avute con l’ex presidente di Unipol, Gianni Consorte, durante il tentativo di scalata alla Banca nazionale del lavoro. Nessuno allora ne conosceva il contenuto, e del resto pubblicare le parole intercettate di un parlamentare non è lecito.

              La composizione della cordata

                Il «Giornale», però, ha deciso di non curarsene: è entrato in possesso delle trascrizioni e le ha mandate in stampa nell’edizione di ieri. In particolare si è potuto sapere che cosa si sono detti, intorno alle 13 del 18 luglio, Fassino e Consorte. E’ Fassino a esordire con un certo slancio: «E allora siamo padroni di una banca?». Consorte gli risponde di sì, è fatta, e subito dopo Fassino si raddrizza: «Siete voi i padroni della banca, io non c’entro niente».

                  Più avanti, quando il segretario cerca di ricostruire la composizione della cordata, la prima persona plurale torna a sostituire la seconda: «Noi abbiamo il 15 più 4 delle Coop fa il 19 a noi, e come arrivi al 51 tu?». Consorte glielo spiega. Fassino si tranquillizza. Passa oltre: «Perché il problema adesso è dimostrare che noi abbiamo… Che voi avete un piano industriale».

                    Niente di clamoroso. Non fosse che l’uso del «noi» e il passionale «siamo padroni di una banca» non coincidono perfettamente con la natura asettica dei rapporti fra partito e cooperativa, sin qui data per certa da Fassino. Ancora il 22 dicembre, in un’intervista a «La Stampa», il leader dei Ds aveva ripetuto di non essersi immischiato nella vicenda, e di averla seguita nel rispetto dell’autonomia strategica dell’Unipol. E’ la tesi sostenuta da metà agosto, quando, intervenendo sullo scandalo montante, dichiarò alla «Repubblica»: «Non c’è nessuna confusione di ruoli, né commistione di interessi. I Ds sono un partito, l’Unipol un’azienda e ciascuno fa la sua strada». Disgraziatamente, quella stessa mattina (12 agosto) il «Corriere della Sera» propose un primo elenco delle telefonate fra Consorte e Fassino. Il sospetto di commistione e interessi, appena respinto sulla «Repubblica», aveva già ripreso corpo sul «Corriere».

                      Il giorno successivo Fassino scelse «l’Unità» per sistemare le cose. Ammise (stupefatto di dovere ammettere) i contatti con Consorte: «Tutti potranno constatare che si tratta di conversazioni puramente informative e che non c’è niente altro che uno scambio di opinioni». E quelle telefonate, lasciava intendere, non dimostrano complicità: «Io difendo il diritto di Unipol a perseguire le sue scelte di impresa. E questo non significa condividere necessariamente tutti gli atti che Unipol può aver compiuto». Ma la proposta avanzata su «La Stampa» la settimana precedente («un pacchetto di regole in cui si vietino, ad esempio, i rapporti privati di parlamentari con esponenti di aziende interessate da provvedimenti legislativi in corso») avevo perso molto del suo vigore.

                        I suggerimenti a Consorte

                          Dopo un placido autunno – durante il quale un rassicurato Fassino si sentì di confermare che «il tempo è galantuomo» – sono giunti l’inverno e la scoperta del leasing di Massimo D’Alema, alla Banca popolare lodigiana di Gianpiero Fiorani, per l’acquisto della barca. Fassino ha reagito. Non sono compagno di merende di nessuno, ha detto. Ha ripetuto di aver «sentito Consorte semplicemente per informarmi della scalata alla Bnl». Ora si è ritrovato sul «Giornale» i dialoghi con l’ex capo di Unipol, meno formali del previsto. Non soltanto il «noi» e il «siamo padroni». Ma anche la minuziosa ricostruzione, fino ai titolari dell’uno per cento, della cordata.

                            E qualche suggerimento a Consorte: «Prima di denunciare aspetta. Prima portiamo a casa tutto», con quel «portiamo a casa tutto» che impressiona in un uomo solitamente distaccato come Fassino.