“Unipol” E il Monte avvertì i Ds

05/01/2006
    giovedì 5 gennaio 2006

    Pagina7 -Primo Piano

    FONDAZIONE MONTEPASCHI E QUERCIA LOCALE UNITI CONTRO LE PRESSIONI DEL BOTTEGHINO

      E il Monte avvertì i Ds
      «Dubbi etici e morali sulla scalata alla Bnl»

        restroscena
        FEDERICO MONGA

          Arazzi, affreschi, busti e un ritaglio di giornale. Tra gli inestimabili arredi di Palazzo Sansedoni, sede della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, dal maggio scorso c’è anche un piccolo pezzo di carta stampata. Davanti alla scrivania del presidente Giuseppe Mussari la piazza del Campo. Alle spalle, sorretta da una puntina da disegno, spunta un’intervista a Vincenzo Visco.

          Erano i tempi dell’Unipol di Consorte al galoppo lancia in resta verso la Bnl con il socio Monte dei Paschi che però aveva già fatto capire di non essere disponibile all’avventura. Dai Ds nazionali arrivavano a Siena pressioni, si dice anche forti pressioni, perché il Monte desse una mano ai compagni bolognesi. Ma niente. Quercia locale e azionista di maggioranza avevano già deciso per il no. Dalle colonne di «Affari e Finanza» l’ex ministro e una delle menti economiche dei Ds, aveva allora rilasciato pesanti giudizi sui quei restii dei senesi che non capivano «come stava cambiando il mondo della finanza». Addirittura «trogloditi».

          Oggi e soprattutto nei prossimi mesi, quando si dovranno decidere i nuovi vertici della banca, Mussari e diessini senesi potranno spendere quell’intervista come una carta pesante nella partita con i vertici del Botteghino. E sì perché adesso, dopo le inchieste, le intercettazioni e le polemiche, l’azionista di maggioranza del Monte dei Paschi passa all’incasso e può fare la voce grossa.

          Le dichiarazioni ufficiali tra la primavera e l’estate scorsa motivavano il no all’operazione Bnl con una scarsa convenienza strategica. La buttavano sul «prezzo troppo alto». Su una «non buona occasione per remunerare il capitale». Sulla «mancanza di opportunità strategiche e industriali». Il business plan, però, c’entrava fino ad un certo punto. Tanto che, a qualche condizione, il matrimonio con la Bnl si sarebbe potuto anche fare. Adesso viene fuori la seconda parte della storia. A Siena l’odore dei furbetti l’avevano sentito in anticipo.

          «La qualità del business – racconta una fonte vicinissima ai vertici della Fondazione che ha seguito passo dopo passo trattative e pressioni politiche – non ci convinceva e nella stessa misura l’operazione non ci convinceva dal punto di vista etico e morale». Fondazione e diesse senesi, spiega la stessa fonte, in telefonate e colloqui, cercarono di mettere sul chi va là i vertici romani dei diesse: «Da allora praticamente non ci chiamano più». E non era solo una questione di filosofia economica. Nel senso che una cooperativa «se ha i soldi per acquistare, per remunerare il capitale e ha le competenze di gestione, può tranquillamente comprare una banca». Il senso, par di capire, è un altro. Di fronte alle carte e alle proposte di collaborazione di Consorte al Monte avevano intravisto anche i guai giudiziari. Tanto che Mussari oggi non sembra affatto dispiaciuto di essere stato definito «un bastardo» da Fiorani e un «disastro» da Ivano Sacchetti.

          Dalle parole si passò ai fatti. E fu un vero e proprio fuggi fuggi dalla banca romana. Mps all’assemblea della Bnl non si schierò con nessuno. Meglio stare alla larga. Né con il patto di Abete, Della Valle e Bbva. Né con il contropatto, preferendo l’astensione. Poi la mancata adesione all’aumento di capitale di Finsoe, la finanziaria che controlla Unipol. E infine l’addio con la vendita sul mercato del 4,75% di Bnl, resistendo alle sirene degli immobiliaristi che volevano acquistare tutto il pacchetto.

          La Fondazione, dopo tutte le polemiche e i veleni, ora non si accontenta di vincere. Vuole stravincere. E respingere le accuse di chi chiede spiegazioni sul caso Gnutti. Il rapporto tra i soci privati e la Fondazione non è mai stato buono ma è riuscito a creare più di un imbarazzo. A Siena un gruppo di fuoriusciti dai Ds, capitanato dall’ex sindaco Pierluigi Piccini bruciato a un passo dalla poltrona di presidente della Fondazione proprio da Mussari e oggi grande spauracchio della sinistra in vista delle prossime elezioni comunali di primavera, chiede ai vertici montepaschini di farsi da parte dopo le dimissioni di Gnutti dalla banca. L’accusa è di avere da anni un asse con il finanziare bresciano e di aver basato su questo asse la strategia della banca. «Questi signori», dicono senza mezzi termini a Palazzo Sansedoni, «ce li siamo trovati, hanno acquistato azioni sul mercato e non certo da noi». I puristi forse chiedevano una maggior decisione quando l’assemblea votò il reintegro di Gnutti, durato per altro un paio di settimane causa nuovi guai giudiziari. La Fondazione decise di non partecipare alzandosi al momento del voto. «Non potevamo fare di più – controbattono – perché una legge, che noi per altro non condividiamo, non ci consente di esprimerci su più del 50% dei consiglieri». E la lunga volata per la successione di Pierluigi Fabrizi alla presidenza del Monte è appena cominciata.