“Unipol” Da Greganti a Tangentopoli, il candore perduto a sinistra

04/01/2006
    mercoledì 4 gennaio 2006

      Pagina 2 – Primo Piano

      LE INCHIESTE SU PCI-PDS-DS – IN MOLTI LIBRI LA STORIA DELLE INCHIESTE CHE HANNO COINVOLTO I DIRIGENTI DEL PARTITO NELLA SUA STORIA

        Da Greganti a Tangentopoli, il candore perduto a sinistra

          Mattia Feltri

          ROMA

          Il leasing di Massimo D’Alema alla Popolare di Lodi del furbetto Gianpiero Fiorani e le cameratesche conversazioni fra Piero Fassino e l’ex presidente di Unipol, Gianni Consorte, hanno riacceso un antico dibattito sulla diversità morale della sinistra, e in particolare degli eredi del Pci. Una diversità che Michele Serra ama codificare scientificamente in «superiorità antropologica», e che la base, delusa, cerca di rinvigorire scrivendo ai giornali e su Internet «non abbiamo bisogno di nostri Berlusconi». Ma il turbamento con cui i vertici diessini stanno vivendo questi giorni, e i toni di rivincita usati da un centrodestra per una volta spettatore, sembrano annunciare il crollo definitivo del mito sulla rettitudine progressista

          Nemmeno l’incrollabile resistenza di Primo Greganti, che durante Mani pulite venne ripetutamente indagato, e anche incarcerato, e mai cambiò la versione secondo cui il denaro l’aveva preso per sé, e non per il partito, fu dannosa quanto gli eventi attuali; anzi, la tostaggine del «compagno G» fu ragione di tacito orgoglio, specie davanti alla piagnucolosa arrendevolezza dei carcerati preventivi di altri partiti. E, più meno allo stesso modo, la vicenda del miliardo di lire consegnato da Raul Gardini non fece traballare molte coscienze. Che il Pirata di Ravenna abbia portato la valigetta con la «stecca» al Partito comunista è dato per certo in diverse sentenze. Antonio Di Pietro pronunciò una delle sue frasi più celebri: «Ho seguito la tangente fin sul portone di Botteghe Oscure». Quel portone, però, Gardini lo varcò da solo. A chi abbia consegnato i quattrini, è un mistero irrisolvibile. Di Pietro spiegò: «La responsabilità penale è personale». E così, alla salvezza della fedina, corrispose la salvezza dell’anima.

          Eppure le ragioni per dubitare dell’innato candore diessino sono state riportate nei numerosi libri dedicati alle inchieste di Tangentopoli, e da autori piuttosto dissimili fra loro: Marco Travaglio, Filippo Facci, Andrea Pamparana, Giancarlo Lehner. Proprio Travaglio sostiene che una delle sue opere più enciclopediche («Mani pulite, la vera storia», Editori Riuniti) venne scartata dalla Feltrinelli perché conteneva il resoconto di un finanziamento illecito accettato da D’Alema nel 1985. Glielo girò Francesco Cavallari, conosciuto come il «re delle cliniche» baresi. Venti milioni di lire, confessò il re; qualcosa meno, precisò D’Alema, senza negare, in tempi in cui la prescrizione era maturata. Non furono tanto i denari a imbarazzare il partito, quanto la provenienza: Cavallari è stato condannato per associazione mafiosa, truffa e corruzione.

          Il «Mani pulite» di Travaglio (scritto con Gianni Barbacetto e Peter Gomez) contiene anche un capitolo dedicato a Piero Fassino. Il quale si interessò – senza mai neppure avvicinarsi a una violazione di legge – all’edificazione di un centro commerciale in provincia di Torino per il quale amministratori locali, anche del Pci-Pds, intascarono somme consistenti. Fra i protagonisti c’erano il solito Greganti e Aldo Brancher, oggi noto alle cronache come uno dei migliori amici in Parlamento di Fiorani. Quelle di un anno fa, invece, raccontano della parziale grazia concessa dal Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, a Giovanni Battista Zorzoli. Nel 1986, Zorzoli diventò consigliere d’amministrazione dell’Enel in quota al Pci, di cui è stato, fino al 1990, responsabile delle questioni energetiche. Venne poi condannato a quattro anni e sei mesi per le tangenti pagate all’azienda elettrica fra il 1986 e il 1992. Pure in questa circostanza non si ebbe modo di verificare se almeno una parte dei soldi fosse finita a Botteghe Oscure.

          Di storie se ne potrebbero raccontare a decine, sebbene la più clamorosa resti quella di Milano e della sua Metropolitana, attorno alla quale i comunisti spartirono con democristiani e socialisti palate di miliardi. Un ex funzionario Pci, Lodovico Festa (oggi editorialista del «Giornale»), anni dopo raccontò: «Anche subito prima di Mani pulite, nel partito si discuteva molto se la fetta di Roma dovesse essere maggiore di quella di Milano». Così come oggi si discute molto di una verginità forse ampiamente perduta.