“Unipol” Conversazione con Poletti, presidente Lega

15/12/2005
    giovedì 15 dicembre 2005

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    CONVERSAZIONE 1. CON POLETTI, PRESIDENTE LEGA

      Di Francesco Cundari

        «La scalata di Unipol a Bnl è pulita
        e il movimento delle coop la sostiene»

          Nel pieno della bufera, mentre i giornali si riempiono di intercettazioni e indiscrezioni sui legami tra Fiorani e Consorte, il presidente della Lega delle cooperative Giuliano Poletti ostenta olimpica serenità. «Noi riteniamo sbagliato accomunare la vicenda di Fiorani all’iniziativa di Unipol. Perché alla base di quell’iniziativa c’è un obiettivo strategico importante: costruire un polo italiano di grande rilievo nel campo dei servizi assicurativi, bancari e del risparmio gestito. Questa è l’iniziativa che ha ottenuto il sostegno convinto di un nucleo significativo di cooperative».

          Qualcuno ha parlato di scarsa trasparenza delle decisioni, Lanfranco Turci, suo predecessore alla guida di Legacoop, sul Riformista ha parlato di «bonapartismo manageriale». «La questione della governance – risponde Poletti – il coinvolgimento dei soci nel rapporto con i manager e la trasparenza delle decisioni sono questioni importanti. E noi pensiamo che siano gestite in modo corretto. C’è una proprietà di Unipol che ha discusso e approvato un progetto e lo sostiene, fino al punto da investire delle risorse». Si dice anche che quella che ne emergerebbe, qualora l’operazione andasse in porto, non sarebbe una banca cooperativa. «Certo non sarebbe una banca cooperativa in senso stretto, non lo sarà mai. Quella delle banche di credito cooperativo è un’esperienza importante, che conosciamo bene e che sosteniamo con convinzione.
          Ragion per cui certo non immaginiamo le diverse iniziative come scelte in contrapposizione l’una con l’altra. Noi immaginiamo semplicemente che un grande gruppo bancario-assicurativo possa svolgere la propria funzione sul mercato in modo un po’ diverso dalle altre istituzioni bancarie, assicurative e finanziarie, in ragione del fatto che ha una proprietà cooperativa alle spalle. E conseguentemente pensiamo che questo soggetto possa lavorare con strumenti piu adatti e mirati allo sviluppo della piccola e media impresa e allo sviluppo dell’impresa cooperativa».

          Fiorani è stato arrestato insieme ad altri dirigenti della sua banca. I giornali sono pieni di intercettazioni, ricostruzioni e indiscrezioni sui suoi rapporti con Giovanni Consorte, amministratore delegato di Unipol. Nessuna preoccupazione?

          «Se quello che si fa è lecito, e io penso proprio che lo sia, non vedo di cosa dovremmo preoccuparci. Stiamo parlando di un’opa su Bnl che non è fatta con Gnutti o con altri, ma da Unipol e dai suoi soci. Ho l’impressione che molti ragionamenti siano frutto di osservazioni interessate o come minimo fondate su elementi di fatto che per quanto riguarda il mondo della cooperazione non sussistono. Mi sembrano valutazioni basate su presupposti che hanno scarso fondamento. Per esempio la legittimità dell’impresa cooperativa a compiere queste operazioni. O ancora la ricorrente domanda se ci siano o meno i mezzi per sostenerle. Domande più che sensate, intendiamoci, ma proprio per rispondere a tali domande sono state istituite le autorità di controllo. Lo diranno loro se abbiamo i mezzi o la legittimità per andare avanti. Finora le due autorità che si sono espresse hanno risposto di sì».

          L’altra obiezione, critica o se si preferisce accusa, è il collateralismo politico. «Posso garantire – dice Poletti – che le cooperative che hanno deciso di sostenere l’operazione, a tutto hanno pensato meno che a disegni politici o intrecci di potere. Si tratta di una iniziativa imprenditoriale, con le caratteristiche che abbiamo appena ricordato. Questo abbiamo valutato e a questo abbiamo pensato». Inutile insistere o alzare i toni, magari domandando se le vicende di questi giorni non costituiscano una macchia e un grave danno per la cooperazione, se non si stia svendendo una grande tradizione, se non la si stia trascinando nel fango. Poletti replica con lo stesso tono con cui risponderebbe a chi gli chiedesse l’ora. «Noi giudichiamo i nostri dirigenti e siamo giudicati a nostra volta in forza dei risultati prodotti nel tempo, nella nostra attività. Credo sia indiscutibile che i manager e la proprietà di Unipol hanno dimostrato di avere ben agito in termini di sviluppo del gruppo assicurativo e della sua azione nel nostro paese. Li valutiamo da questo».

          Non pensa, per citare il titolo di un editoriale di questo giornale, che ci voglia «più Lega e meno Consorteria»? «Mi pare un po’ semplicistico. Certo ci fa piacere che si prenda atto del peso della cooperazione in questo paese come si fa nell’articolo, consapevolezza peraltro che fino a qualche mese fa non mi sembra fosse molto diffusa. E’ evidente che all’inizio di questa vicenda qualche meraviglia l’abbiamo suscitata e anche la domanda ricorrente: “Ma ce li avete i soldi?”, forse era figlia di questa scarsa conoscenza del nostro mondo. Ma questo mondo è cresciuto da molti punti di vista, non solo in dimensioni imprenditoriali. Perché noi non siamo mica megalomani, non poniamo la dimensione sopra ogni valore. Semplicemente pensiamo che per fare un buon servizio ai nostri soci, che è la nostra missione, bisogna essere imprese eccellenti, in grado di offrire qualcosa di più e di meglio di quanto non offra il mercato ordinariamente, altrimenti la nostra funzione si svilisce. Ci sono mercati, attività e servizi che per essere erogati in modo efficiente e competitivo hanno bisogno di dimensioni imprenditoriali significative, altrimenti si viene spazzati via. Quella della crescita non è una scelta ideologica, è la condizione per fare bene il proprio lavoro. Ma è cresciuto anche il numero delle cooperative ed è cresciuta l’occupazione. Legacoop ha 15 mila aderenti. Non ci sono solo le grandi. Noi non accettiamo la tesi secondo cui se le cooperative diventano più grandi allora sono meno cooperative. Peraltro si tratta di una tesi originale. Come dire: se siete imprenditori di successo e crescete, allora non vale. Assomiglia un po’ a quell’altra tesi di chi ci dice: “Bene, bravi, siete cresciuti, però adesso andate a casa che bisogna cambiare tutto”. Ma quel “bene” chi lo ha fatto? A essere “bravi” chi sono stati, quelli che dovrebbero venire dopo o chi c’era prima? Manager, presidenti, dirigenti di associazione e di lega, dirigenti di cooperative. I buoni risultati economici sono il risultato di una buona azione cooperativa di tutto il sistema, imprenditoriale ma anche associativo. Sostenere che le cooperative siano cresciute “nonostante” la lega delle cooperative mi pare un po’ paradossale. Gli organi dirigenti della Lega sono composti in grandissima maggioranza da dirigenti di imprese cooperative che secondo questa logica sarebbero bravi in azienda e diventerebbero inetti quando stanno nella loro associazione di rappresentanza. Naturalmente questo non toglie il bisogno di un confronto sulla governance nelle coop che esiste come esiste dappertutto. Anche su questo stiamo lavorando, anche sperimentando modelli diversi. E’ un cantiere aperto in cui sono ben accetti tutti i contributi. E’ chiaro che c’è una sfida, nella nuova fase, anche per le organizzazioni di rappresentanza che devono ricostruire le loro logiche di adesione, il loro patto con gli associati, la loro democrazia interna. Legacoop non sfugge a queste problematiche, tanto che abbiamo avviato una discussione su una riforma organizzativa che guarda proprio a questi temi».