“Unipol” Conversazione con Granata, storico di Legacoop

15/12/2005
    giovedì 15 dicembre 2005

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    CONVERSAZIONE 2 CON GRANATA, STORICO DI LEGACOOP

      «Ci vuole una nuova governance
      che separi proprietà e controllo»

        In Italia deve sempre scoppiare prima il bubbone perché si apra un dibattito serio. La scalata Unipol a Bnl, e le polemiche che hanno investito il mondo coop, in questo senso non fanno eccezione. Tanto che il giochino oggi più in voga è il palleggio tra complottisti e colpevolisti. Manca però una voce all’appello: il dibattito interno al movimento. Si sa che alcune coop hanno fatto la fronda all’operazione lanciata da Giovanni Consorte, ma per il resto assistiamo a un silenzo sordo sul futuro dell’impresa cooperativa. Eppure temi da toccare ce ne sarebbero di decisivi. Ad esempio: quanta distintività sociale è sopravvissuta dentro aziende che fatturano centinaia di milioni di euro, o dentro scelte strategiche di manager alla Consorte? Tutti problemi che in questi giorni rimangono colpevolmente sottotraccia: l’incalzare della cronaca fa premio sulla riflessione accurata, se è vero che stiamo parlando di aziende che occupano più di un milione di addetti (contribuendo all’8% del Pil nazionale), che nel decennio ’91-2001 hanno creato un posto di lavoro su quattro.

        Mattia Granata, storico e funzionario del settore industria di Legacoop Lombardia, appena prima dell’estate ha scritto un libro quanto mai profetico dal titolo Impresa cooperativa e politica. La duplice natura del conflitto, che sembra anticipare i termini della disputa esplosa in questi ultimi mesi sollecitandone un grande dibattito. Quali termini? Semplice. «Credo che in questi giorni di bagarre su Unipol – spiega Granata al Riformista – definire uno scenario di fondo sia assolutamente fondamentale. Ricordiamoci infatti che il modello di impresa cooperativa viene da una fase di accelerata crescita che dura dalla fine degli anni ottanta, quando si sancì de facto la definitiva autonomia coop dalla politica, cioè da quei partiti ai quali la Lega era stata collaterale (Pci e Psi). La necessità del dibattito e di un aggiornamento nasce da qui».

        Autonomia? Veramente in questi giorni si parla insistentemente di collateralismo tra Unipol e pezzi di mondo diessino. «Mi sembrano polemiche assolutamente strumentali e prive di senso. Oggi il collateralismo non esiste più, si è sbullonato da sé. Esiste solo nella strumentalità di alcune posizioni ideologiche. Intendiamoci: storicamente è esistito un robusto rapporto verticale tra mondo della cooperazione e i suoi partiti di riferimento. Spesso patologico, quando negli anni Cinquanta e Sessanta la cooperazione era la masseria del partito. Però quello che tutti trascurano – continua Granata – è il cosiddetto rapporto diagonale di cui ho scritto nel mio libro. Cioè il rapporto con quei partiti politici che rappresentavano i nemici dei propri partiti di riferimento. Perché la cooperazione ha avuto partiti amici ma anche nemici. E questi di volta in volta l’attaccavano per motivi diversi: quando era debole e vicina ai suoi partiti di riferimento, per motivi politici perché così indebolivano i loro referenti. Mentre quando la cooperazione era forte, e sapeva concorrere sui mercati, la attaccavano semplicemente per indebolirla». Bene, ma oggi? «Le cooperative sono imprese. E che i sistemi di impresa facciano sentire la propria voce alla politica, nella separatezza delle proprie funzioni e nella libera rappresentanza degli interessi, è naturale e giusto, se non diventa patologico. Cerchiamo piuttosto di rintracciare i temi aperti dentro alla cooperazione».

        Perché è ovvio che secondo Granata, tanto più in questi giorni di bagarre, un dibattito va aperto urgentemente e lo ha scritto nero su bianco nel suo volumetto. In almeno quattro direzioni: «Sulla formazione di manager cooperativi, su una migliore comunicazione esterna, sull’aggiornamento delle strutture di rappresentanza, e soprattutto sulla governance delle cooperative, perché la crescita rapida del movimento ha fatto sì che dentro ci siano diversi tipi di imprese, quelle micro in cui l’elemento sociale è molto spiccato e quelle grandi che operano nei grandi mercati, come Unipol o coop. Personalmente credo che per queste aziende ci voglia un sistema di governance che separi strutturalmente proprietà e controllo, riflettendo su diversi diritti e sistemi di proprietà». Perché in fondo i problemi di governance delle coop non sono dissimili da quelli di tutto il capitalismo manageriale. Là dove la proprietà è debole, il manager è molto forte, talvolta autoreferenziale.

        «L’importante – continua lo storico delle coop – è che queste modificazioni partano e si confrontino con i valori fondanti della cooperazione, mantenendo un equilibrio tra principi cooperativi e leggi di mercato». Un equilibrio, sempre precario, spezzato con l’operazione Unipol-Bnl, almeno per molti. «Guardate: aspettiamo l’esito della scalata e delle indagini della magistratura, di più non si può dire. Ma ripeto, l’operazione Unipol, dal punto di vista industriale, sta in totale continuità con la storia di 120 anni di cooperazione. Non c’è fuoriuscita dalla sua tradizione, come qualcuno paventa, non c’è deviazione, non c’è degenerazione finanziaria. Negli anni ’20 il movimento aveva raggiunto livelli dimensionali anche maggiori di oggi, se vogliamo». Vero. Però c’è qualcosa che non torna nelle difese d’ufficio di questi giorni da parte di alcuni esponenti diessini. Un rachitismo intellettuale che in qualche modo alimenta e attira le strumentalizzazioni. Quasi una coda di paglia, un giustificazionismo un po’ timido, una specie di difficoltà nel maneggiare la cultura di mercato, l’esibizione di un vizio di origine, quasi fosse un ammissione del tradimento dei propri ideali più autentici. «Sì, in effetti è vero. Il dibattito sul futuro coop è tarpato anche da questa debolezza politico culturale. È un deficit storico, e anche conoscitivo che persiste in certi pezzi di sinistra. Spesso si parla senza conoscere bene ciò di cui si parla», ragiona Granata.

          «Tuttavia ricordo che chi dice che le cooperative devono solo occuparsi di supermercati e non anche di finanza (e qui il riferimento a Confindustria e al suo presidente Montezemolo non è casuale, ndr), si dimentica che le coop facevano finanza quando i banchieri italiani parlavano ancora tedesco. Voglio dire: se hai la capacità e le risorse per ingrandirti e comprare una banca, non vedo nessun motivo plausibile per non farlo. Scadere nel penale, infatti, è tutt’altra questione».