“Unipol” Consorte in trincea

19/12/2005
    domenica 18 dicembre 2005

    Pagina 4 – Primo Piano

    LE MOSSE DEL FINANZIERE – NEL PIÙ STRETTO RISERBO IL NUMERO UNO DELL’UNIPOL STA PREPARANDO UNA MEMORIA DIFENSIVA MENTRE CONTINUA L’ASSEDIO A VIA STALINGRADO

      Consorte in trincea

        Pierangelo Sapegno
        inviato a BOLOGNA

          Nel Palazzo assediato con la fontana davanti o in via Belle Arti, a casa sua, non lo ha visto nessuno, anche se tutti dicono che sia qui dentro, al primo piano di via Stalingrado dove c’è il suo ufficio di 30 metri quadri con il computer sulla scrivania e il tavolo a ferro di cavallo con sei posti, proprio sotto il quadro di Carlo Levi, che Enea Mazzoli aveva fatto comprare vent’anni fa quand’era finito a Torino, mentre lui, Giovanni Consorte, faceva ancora i conti al computer.

          È insieme a tutto lo staff, dicono, anche all’Enoteca Italiana di via Marsala, dove passava ogni tanto e non lo vedono più, «perché Gianni è fatto così, non ha smesso un minuto di lavorare». Ha ordinato di comprare duemila azioni Unipol, «perché adesso sono basse e risaliranno». Ha convocato gli avvocati e sta preparando la sua memoria difensiva.

          Agli amici continua a ripetere di aver commesso un solo errore: «Abbiamo sottovalutato l’importanza dei media, questa offensiva mediatica rischia di costarci molto cara». Appena pochi giorni fa, sbottava ancora con chi gli chiedeva di questo risiko bancario e di queste nubi che si addensano: «Ora mi sto stufando. Dopo sei mesi in cui Unipol è stata rivoltata come un calzino, non si può andare avanti all’infinito: ci dicano sull’Opa solo sì e no». Glielo diranno. E non importa che nonostante tutto quello che sta succedendo dentro e fuori da questo Palazzo di via Stalingrado, nello staff di Consorte non si siano ancora rassegnati, e non temano neppure un rialzo del prezzo né una nuova severità della vigilanza creditizia. Glielo diranno e finirà come solo qualcuno comincia a capire, magari peggio pure di quello che paventano i più pessimisti. I taccuini e le telecamere sparse dei cronisti che partecipano a quello che i collaboratori di Consorte chiamano «l’assedio di Stalingrado», sono qui adesso perché il tam tam perverso dell’informazione sta facendo tintinnare il rumore delle manette.

          Sarebbe l’epilogo peggiore nella parabola dell’allievo prediletto di Cinzio Zambelli, il vecchio comunista creatore della finanza rossa che l’aveva scovato tra i computer e che l’aveva battezzato come un mago dell’informatica dicendo di lui che «questo ragazzo è quello che ci serve», con quell’aria da padre burbero, di uno che si arrotolava le maniche di camicia per lavorare, di uno che tornava tutti i venerdì nella sua Bologna portandosi in valigia il baccalà perché, diceva, a Roma è molto più buono.

          Ma il vecchio Cinzio apparteneva a un altro mondo, degli ideali al servizio di un partito, quello raccontato da Miriam Mafai, degli alloggi in affitto e dei mobili Ikea, degli stipendi da piccoli borghesi e delle cene alla mensa, che guardava agli affari come ai forconi del diavolo. Sapeva che ci sono e cercava di salvarsi. Aveva imparato anche a farli, Cinzio Zambelli, visto che era arrivato assieme a Enea Mazzoli per commissariare l’Unipol sepolta dai debiti ed era riuscito a tirarla fuori dalle secche. Ma sempre con diffidenza. Giovanni Consorte, invece, s’era adeguato in fretta ai nuovi tempi, e 4 anni fa assieme al suo fido Ivano Sacchetti aveva contrattato pure gli emolumenti da manager, con tanto di delibera: 800 milioni di vecchie lire a testa.

          Non ci sarebbe niente da stupirsi se non fosse che all’Unipol, l’assicurazione delle cooperative, prima di lui il direttore generale arrivava attorno ai 5 milioni al mese o giù di lì. Per il resto, Gianni, come lo chiamano gli amici, è rimasto quello che piaceva tanto al vecchio Cinzio, un gran lavoratore senza troppi grilli per la testa, uno che a Bologna non hanno mai visto nei salotti e neanche alle prime della stagione lirica, o al teatro, uno che lavora 14 ore al giorno, entrando al mattino presto dentro al garage di via Stalingrado, e salendo al primo piano dove c’è il suo ufficio. Le uniche sue passioni sono la caccia, e il Bologna alla domenica, quando se ne va allo stadio da solo, un posticino in tribuna, ma non quella dei Vip. «Non ha barche, come hanno scritto sui giornali», racconta un dirigente delle cooperative, «e non è vero che faccia vacanze miliardarie». Le passa al suo paese, a Chieti, come fa qualche sabato.

          È uno che non ama le parole, anche se con Piero Fassino, Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani lunghe chiacchierate ne ha fatte. «Ma solo considerazioni tra amici», come confessa adesso da una qualsiasi finestra dell’assedio. «Noi discutiamo di questioni politiche, legislative, finanziarie. Non affari». In questi giorni, asserragliati nella torre, lui e i suoi dicono che «guardacaso tutta questa storia è cominciata dopo la condanna a Previti, e non è strano che Berlusconi abbia detto ai suoi che ora la questione morale diventerà roba tutta loro, vedrete come si scanneranno su Unipol?». Poi c’è pure chi favoleggia di «una guerra fra l’Opus Dei e la massoneria, e lui c’è finito in mezzo». Ufficialmente, però, sono molto più prudenti. Le fonti vicine a Consorte si limitano a spiegare che questo stillicidio di informazioni mira a ritardare i processi di autorizzazione che mancano al lancio dell’Opa su Bnl. Che niente paura, passerà la bufera. Però, dovranno spiegare tante cose.

            La prima volta che Consorte andò a parlare in Banca d’Italia ad Antonio Fazio si sentì ripetere da tutti la stessa domanda: «Ma voi i soldi li avete?». Li hanno tirati fuori, grazie alla rete di maglia molto stretta esistente tra le coop. Sono i soldi che, diceva Giuliano Amato, potevano essere utilizzati per scopi migliori che la scalata di una banca. E non solo. Perché assieme a quelli ci sono i soldi strani che gli ispettori di via Nazionale annotano nei loro rapporti, su un prestito di 4 milioni ottenuto rapidamente, su un guadagno ancora più rapido («dato maggiormente significativo è che il prelievo è avvenuto ben prima della scadenza, quando invece avrebbero potuto esserci perdite») e sul destino di quei soldi, tra prestanome e fiduciaria. Poi ci sono gli incroci tra Milano e Roma, con Gnutti come vero regista, il finanziere bresciano che è stato appena reintegrato da Mps al posto di vicepresidente della banca senese (era proprio opportuno in questo momento? Ci sono state pressioni politiche o finanziarie?). Per ora sono solo sospetti dei magistrati. Ma Consorte ci sta in mezzo come la storia di questa sinistra affogata negli affari e nel mercato. Non c’entrano i giornali e non c’entra l’assedio di Stalingrado. Forse bisognerà guardare più lontano. Molti destini si stanno incrociando sugli stessi sentieri.