“Unipol” Berlusconi: dossier sui rapporti tra sinistra e finanza

13/12/2005
    martedì 13 dicembre 2005

    Pagina 3 – Primo Piano

    LA STRATEGIA DEL PREMIER PER ORA NON ESCE ANCORA ALLO SCOPERTO PERCHÉ VUOLE VALUTARE RISCHI E VANTAGGI

      Berlusconi prepara un dossier
      sui rapporti tra sinistra e finanza

        retroscena
        AUGUSTO MINZOLINI

        ROMA
        In pubblico, almeno finora, Silvio Berlusconi ha solo sfiorato la vicenda giudiziaria che ha nel mirino l’operazione Unipol-Bnl. Poche battute, spesso ripetitive: ad esempio, nei discorsi e nei comizi con il moltiplicarsi dei titoli dei giornali sull’argomento, si sono moltiplicate le volte in cui il premier ha citato la «merchant bank di D’Alema a Palazzo Chigi». Poi, ultimamente, il Cavaliere ha aggiunto nei suoi discorsi un’altra ironia incentrata proprio sui desideri di espansione dei nipoti di Palmiro Togliatti nella finanza: «Avete visto – ha detto più volte nelle ultime settimane il premier con una punta di sarcasmo – adesso i comunisti vogliono anche comprarsi una banca».

          In privato, invece, Berlusconi si è dimostrato più attento al tema e il suo interesse non si è limitato ad una lettura, sia pure approfondita, dei giornali. A sentire persone che lavorano gomito a gomito con lui, infatti, il premier si è talmente appassionato da avere nel cassetto un mezzo dossier che ripercorre la vicenda dai suoi albori. Solo che per ora i suoi giudizi e le sue intenzioni rimangono lì, non si traducono in un’operazione politica o in una campagna di propaganda. Il Cavaliere, infatti, è incerto sul da farsi, lui come i suoi consiglieri. Soprattutto, non vuole schierarsi «gratis», senza guadagnarci. «Da una parte – spiega Fabrizio Cicchitto, l’unico consigliere del premier che è intervenuto con una certa foga sull’argomento – ci sono le icone imbalsamate del capitalismo nostrano che, appoggiate dalla magistratura, vogliono mantenere i loro privilegi. Dall’altra ci sono “i furbetti del quartierino” di cui fa parte anche il presidente dell’Unipol, Consorte, che vogliono mettere in discussione gli equilibri, senza rischiare capitali ma giocando con le plusvalenze.

          Addirittura arriviamo al paradosso che l’Unipol utilizza le risorse derivanti dai suoi privilegi fiscali come azienda del sistema cooperativo per l’acquisizione di un’altra azienda. Insomma, in questo scontro non ci sono i buoni. Basta guardare agli intrecci tra i soliti noti: in questa storia c’è anche quel Vincenzo De Bustis, quel genio della finanza scoperto da Massimo D’Alema, che quando era un manager della banca del Salento si inventò dei prodotti finanziari ad alto rischio, e adesso, approdato alla Deutsche Bank, ha fatto da sponda alla trama che mette insieme i furbetti del quartierino, cioè i Ricucci e i Fiorani, con l’Unipol di Consorte. Già, se si va a guardare dalla Banca del Salento, alle scalate in Telecom, all’operazione della Bnl, c’è sempre sullo sfondo una figura schermata: quella di Massimo D’Alema».

            Appunto, per ora, il premier non ha motivo di schierarsi: da una parte ha i cosidetti poteri forti che non l’hanno mai amato; dall’altra ha la galassia finanziaria che ruota attorno al maggior partito del centro-sinistra, suo avversario nelle prossime elezioni. Di fatto, il personaggio ha più di un motivo per tenersi alla larga. Una cosa, però, il Cavaliere ha cominciato a farla, senza eccessi ma con una certa decisione: ha lanciato dei segnali inequivocabili al gruppo dirigente dei ds in vista della prossima campagna elettorale. «D’Alema e i ds – è l’indicazione che ha dato ai suoi – possono dire quello che vogliono, possono difendersi come gli pare. Ma d’ora in avanti non debbono più permettersi di sollevare la questione morale contro gli altri o di dare lezioni».

              Già, nell’arsenale del Cavaliere, almeno per adesso, la vicenda Unipol rimane un deterrente, un’arma di dissuasione e non di offesa. Il premier prima di agire vuole valutare i «pro» e i «contro». Tra questi ultimi, ovviamente, c’è l’atteggiamento di insofferenza che Berlusconi prova nei confronti delle interferenze della magistratura, di qualsiasi tipo, e un suo atteggiamento nazionalistico dal punto di vista finanziario: «Non possiamo accettare che il nostro sistema bancario – ha ripetuto spesso in questi mesi il Cavaliere – venga controllato dagli stranieri». Proprio per questo dentro Forza Italia c’è una scuola di pensiero che preferisce anche D’Alema ai magistrati: «Io certi pm non li soffro più – osserva il responsabile per il credito di Forza Italia, Guido Crosetto -. E’ possibile che tutte le cordate italiane vengano penalizzate? Secondo questi magistrati gli stranieri, siano spagnoli o olandesi, sono sempre dei gentlemen, mentre gli italiani sono sempre dei buzzurri. Questo non è accettabile. Anche perchè le regole del mondo della finanza le conoscono tutti: è come se qualcuno volesse far credere che nel rugby ci sono giocatori violenti e altri che si atteggiano a ballerini di danza classica».

                Un’altra scuola, invece, consiglia al Cavaliere di guardare lontano: «A questo punto gli spagnoli del Banco di Bilbao – fa presente l’ex-presidente della Bnl, Giampiero Cantoni – tornano in campo ed è sbagliato mettersi dalla parte del capitalismo straccione, quello dei furbetti del quartierino o dell’Unipol. In fondo il Cavaliere non ha mai avuto contatti con loro. Si era incuriosito solo quando alcuni di loro avevano tentato la partita Rcs, visto che i poteri forti non sono mai stati dalla sua parte. Ma ora perché dovrebbe mettersi dalla parte dei comunisti dell’Unipol?».

                  Già, l’unica bussola nelle scelte di Berlusconi, sia di quello imprenditore che di quello politico, è il tornaconto. E alla fine è probabile che l’avvicinarsi della campagna elettorale e l’innalzamento dei toni nello scontro politico peserà sulle sue decisioni: o il premier avrà una contropartita da uno dei due schieramenti in campo, oppure non si lascerà sfuggire l’occasione di sfruttare l’inchiesta sull’operazione Unipol-Bnl dal punto di vista politico. «Vedete – osserva Mario Valducci, uno degli strateghi della campagna elettorale del Cavaliere – il mondo cooperativo-affaristico non è cosa nostra. Ecco perchè da qui a qualche giorno cominceremo a dare battaglia».