Unicredit pesante: 4700 esuberi nel piano fusioni

05/08/2010

Unicredit si avvia alla fusione delle banche controllate e ha annunciato, durante l’incontro di ieri coi sindacati, un esubero di 4100 dipendenti nei prossimi tre anni. A questi sono poi da aggiungere i 600 già in eccedenza penalizzati dal blocco delle finestre pensionistiche frutto della manovra del governo. Dunque, sulla scia dell’«effetto Marchionne», anche Unicredit avrebbe deciso di cambiare il proprio modo di relazionarsi con i sindacati, rendendosi in qualche modo più autonoma dal contratto Abi, e scaricando così sui dipendenti il costo della riorganizzazione societaria e delle fusioni nella cosiddetta «Banca unica».
Secondo quanto dichiarato da Lando Sileoni della federazione autonoma bancari italiani (Fabi Cisl), il gruppo bancario, che conta attualmente 4.000 sportelli e 57.000 occupati in Italia, sarebbe intenzionato a modificare il contratto nazionale di lavoro riguardo gli assetti inquadramentali, la mobilità territoriale e professionale e rivedere la flessibilità d’ingresso sul lavoro. Lo stesso Sileoni prevede che quando avrà inizio la trattativa con le organizzazioni sindacali – che dovrebbe avvenire in settembre – ci sarà «un aspro e duro confronto sui numeri delle fuoriuscite e sul nuovo modello proposto dalla società».
Simile sembra essere l’umore della Fisac Cgil che, per bocca del segretario generale Agostino Megale, afferma di non condividere assolutamente la strada marchionniana intrapresa dall’Unicredit: «Gli esuberi rischiano di rappresentare un fatto drammatico se non affrontati nell’ambito di un piano industriale da discutere coi sindacati. Soprattutto – aggiunge – servono garanzie per l’occupazione. L’importante è che Alessandro Profumo, l’amministratore delegato dell’Unicredit, non pensi di seguire i cattivi esempi nelle relazioni industriali come quelli messi in campo dalla Fiat, ma invece prenda l’impegno concreto di operare per rafforzare tali relazioni. Dovrebbe negoziare e concordare con i sindacati il piano occupazionale derivante dalla fusione e salvaguardare i diritti degli anziani. Inoltre non deve dimenticare di avere un occhio di riguardo verso le prospettive delle nuove generazioni, che sono le più deboli, il tutto all’insegna del rispetto del contratto nazionale di lavoro».
Comunque, per ora, Unicredit non ha avanzato nessuna proposta ufficiale per modificare il contratto nazionale. Quella dei sindacati è stata un’azione preventiva per mettere sul chi va là in attesa degli eventi futuri. La Fisac Cgil, inoltre, apprezza l’unità con gli altri sindacati, e si augura che con Unicredit «si possa andare nella stessa direzione». «La speranza – continua il segretario nazionale Fisac Megale – è che si rimanga uniti per evitare che venga siglato un accordo separato come è successo tempo fa nella trattativa con l’altro grande gruppo bancario italiano, Banca Intesa San Paolo, quando ci fu disaccordo tra i sindacati sulle deroghe proposte al contratto nazionale di lavoro riguardanti le assunzioni dei giovani, il minimo salariale e gli orari di lavoro». Dello stesso avviso il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, il quale spera in un confronto approfondito e spiega che «è vietata in tutti i modi qualsiasi decisione presa in modo unilaterale».