Unicredit 4700 esuberi. Gheddafi primo socio

05/08/2010

Con l’approvazione del «Bancone», la riorganizzazione strutturale di Unicredit, arriva anche l’annuncio di altri 4.100 esuberi, su un totale di 57mila dipendenti del gruppo in Italia. A questi, che l’istituto vorrebbe in uscita nel triennio 2011-2013, si assommano 600 persone che hanno già raggiunto un accordo per lasciare l’azienda, ma che sono rimaste bloccate dalla chiusura della finestra pensionistica decisa con la manovra. L’annuncio Unicredit «rischia di rappresentare un fatto drammatico – dice Agostino Megale, segretario Fisac Cgil – se non affrontato nell’ambito di un piano industriale che dia garanzie per l’occupazione: Profumo non segua i cattivi esempi,come Fiat, e lavori per rafforzare le relazioni industriali». Dell’effetto Marchionne parla anche Fabio Sileoni della Fabi Cisl: «Ha purtroppo contagiato, come un effetto domino, anche Unicredit. «Comunque siamo molto sorpresi – aggiunge – soprattutto per l’entità e l’importanza dei numeri.Nonsi eramai parlato di numeri così importanti ». Il ministro Sacconi parla di «un doveroso confronto approfondito. Vietati in tutti i modi atti unilaterali», dice. Lo faranno a settembre, quando si dovrà discutere anche il contratto nazionale. Lo scenario è quello dell’andamento negativo del settore bancario e della contrazione degli utili Unicredit, che in tre anni sono passati da 6 miliardi a 1: elementi che l’altro giorno hanno portato alla fusione delle controllate Unicredit Banca, Unicredit Banca di Roma, Banco di Sicilia, Unicredit Private Banking, Unicredit Corporate Banking, Unicredit Family Financing Bank e Unicredit Bancassurance management and administration, ultimo gradino del progetto di riorganizzazione strutturale denominato Banca Unica. E il Bancone, come viene chiamato, porta con sè i 4.100 esuberi, che seguono i 7.500 già usciti negli ultimi tre anni. La Cgil chiede «garanzie per l’occupazione – riprende Megale – partendo dal fatto che si può anche ragionare su eventuali uscite per coloro che hanno maturato il diritto alla pensione dando priorità a criteri di volontarietà, e soprattutto concordando un piano per l’inserimento al lavoro dei giovani all’insegna del rispetto del contratto nazionale di lavoro e dei diritti». In sostanza, sul tavolo della trattativa di settembre la Cgil mette la possibilità di nuove assunzioni, a fronte delle migliaia di fuoriuscite. Nei tre anni precedenti, del resto, sono entrati in azienda 3.500 giovani. Sulla vicenda la Cisl sottolinea in una nota che solo pochi giorni fa «il presidente dell’esecutivo Abi, Francesco Micheli, e il neo presidente Giuseppe Mussari prendevano le distanze dal nuovo modello di relazioni sindacali inaugurato da Marchionne ». Unicredit, dice adesso Sileoni, «si pone politicamente e contrattualmente fuori da quella concertazione rivendicata dal nuovo presidente dell’Abi». LA LIBIA SALE Si viene a sapere, intanto, che i soci libici possiedono «effettivamente» il 7% di Unicredit, superando così anche i neo-azionisti di AbuDhabi, Aabar, fino ad oggi in testa nell’azionariato col 4,99%. L’operazione messa a segno a fine luglio dalla Lia, Libyan Investment Authority (il fondo sovrano di Gheddafi), che ha portato la propria partecipazione al 2,07%, si aggiunge a quelle della Banca Centrale Libica e della Libyan Arab Foreign Bank, che detengono un altro 4,98%. La Lia è il braccio finanziario del colonnello Gheddafi, lanciato con lo scopo di gestire i proventi legati al petrolio, un’organizzazione governativa fondata nel 2006 per gestire appunto gli utili derivanti dalle attività petrolifere del Paese. Si tratta di una holding che gestisce fondi d’investimento del governo che provengono dall’industria del petrolio e del gas in varie aree del mercato finanziario internazionale. Si stima che la Lia abbia asset e riserve per un controvalore di circa70 mld di dollari.