«Unica strada, aumentare i salari»

24/01/2001


Corriere della Sera








ITALIA DEI PATRIMONI Forum di «Corriere Economia» con Geminello Alvi, Renato Brunetta, Napoleone Colajanni, Valentino Parlato

«Unica strada, aumentare i salari»


Sul reddito complessivo pesano sempre di più rendite e pensioni. E sempre meno il lavoro. Pericoloso. E del tutto poco efficiente Forse proprio questa è la ragione del tasso di crescita anemico del Paese. Le responsabilità dei sindacati e degli imprenditori

      N on è ancora un cambio di stagione. Qualche segno che il clima sta mutando, però, si vede: il paradigma che ha dominato l’ultimo ventennio dell’economia italiana – fondato sulla ricerca di bassi salari – sta mostrando i suoi limiti e inizia anzi a suscitare preoccupazione. Lunedì scorso, su questo giornale, l’economista Geminello Alvi ha sviluppato un’analisi nella quale si mostra come la quota di reddito nazionale lordo che va al lavoro sia calata dal 56% del 1980 al 40% del 1999 e come, in parallelo, siano aumentate la quota di rendite e pensioni e la quota dei profitti netti. E ha posto la questione non solo della «giustizia» di questa tendenza profonda ma anche dell’efficienza di un sistema economico nel quale il lavoro pesa sempre meno. Probabilmente, il sospetto che l’Italia sia un Paese via via più fondato su patrimoni e pensioni e sempre meno sul reddito da lavoro è ormai venuto a molti, a sinistra e a destra, tra i sindacati e tra gli imprenditori. Serviva un po’ di follia, però, per andare contro la corrente che fluisce da anni e per dirlo in modo esplicito. Per questo, Corriere Economia ha riunito attorno a un tavolo, a discuterne, quattro economisti che di lucida follia e di libertà di pensiero ne hanno un bel po’, nel loro curriculum. E ne è uscita un’indicazione netta: è assolutamente necessaria una politica economica (esatto, politica economica) che spinga a un aumento dei salari, che ridimensioni rendite e pensioni e che ridia al lavoro un ruolo centrale. I quattro protagonisti della tavola rotonda che segue, che si è tenuta giovedì 18 gennaio nella redazione romana del Corriere della Sera , sono lo stesso Alvi; il professor Renato Brunetta, deputato europeo di Forza Italia; l’ex senatore del Pci Napoleone Colajanni; Valentino Parlato, polemista e uno dei fondatori del quotidiano il manifesto .
      Alvi . «Ciò di cui si parla troppo poco è la conseguenza di questo mondo fondato sui patrimoni. La mia tesi è che un mondo all’interno del quale i patrimoni comandano sempre più lavoro è un mondo che genera tre gravi insanie economiche. Diminusce anzitutto la propensione al risparmio, cioè si impoverisce una virtù, la parsimonia, tanto più importante per un Paese con un elevato livello di debito. Seconda insania: si produce uno svilimento del lavoro, della laboriosità, l’atto economico fondante della società: il lavoro diventa una cosa che sempre meno viene ricercata, perché si preferisce giocare all’Enalotto, si preferisce giocare in Borsa, si preferisce fidare sulle pensioni e su altre rendite. Quindi si crea, soprattutto nei giovani, un’attitudine perniciosa che alla lunga ammala la società. Terza conseguenza è l’effetto di questa situazione sui prezzi relativi: una famiglia con tre o quattro milioni di reddito mensile, di fronte a tale crescita della ricchezza finanziaria che si riverbera immediatamente sulla ricchezza reale, non ha la possibilità di costruirsi una posizione patrimoniale. Quando i prezzi di un appartamento a Milano sono spinti a un miliardo e mezzo a causa del gonfiarsi della ricchezza patrimoniale, cosa possono comprare i lavoratori, ma anche il ceto medio, che, in una vita, hanno risparmiato qualche centinaio di milioni?».
      Parlato. «I dati pubblicati lunedì scorso da Corriere Economia , sono stati elaborati da statistiche in fondo note. Non sono la scoperta di uno 007. Allora, la prima domanda è perché questi dati non diventano argomento di dibattito. È qualcosa che deve farci riflettere sullo stato dei media. Ma, per entrare nel merito delle conseguenze di un mondo patrimonializzato: questo è un ritorno all’ancient régime , a quasi prima della Rivoluzione francese. È un fatto di grande diseguaglianza. Altra questione è la marginalizzazione del lavoro: in quanto lavoro, è stato escluso dalla ripartizione del reddito nazionale. Cosa significa – dal punto di vista della Confindustria e di quant’altri, che continuano a spremere questo lavoro, il quale è ormai salario di sussistenza – parlare ancora di costo del lavoro? I veri costi sono i profitti e le rendite. Se parte di questi profitti e rendite li investissero in riduzione dei costi delle merci e dei servizi che offrono sul mercato e in investimenti per migliorare tecnologia e produttività, forse l’Italia sarebbe più competitiva».

      Brunetta. «I salari bassi fanno male alle imprese e fanno male ai lavoratori: ci sono scaffali di letteratura che lo dimostrano. Noi dovremmo riflettere sul perché, in Italia, i sindacati delle imprese e i sindacati dei lavoratori si sono messi d’accordo per lungo tempo, almeno dalla metà degli Anni Novanta, per tenere bassi i salari, cioè su una cosa che fa male a tutti e due. Anzi, a tutti e tre, perché c’era anche il governo. E che è una delle ragioni della caduta di competitività del Paese. La motivazione che veniva data negli Anni Ottanta per la politica dei redditi era la lotta all’inflazione: si preferiva il male minore, manipolare il reddito piuttosto che rischiare l’inflazione. Ma la politica dei redditi va bene per periodi limitati, eccezionali, poi il sistema deve essere lasciato al suo funzionamento fisiologico. Invece, nella seconda metà degli Anni Novanta si è continuato, io credo a fini politici, in una manipolazione del reddito che ha fatto male all’economia. Come conseguenze ha portato al gigantismo delle rendite e dei profitti e a una sorta di conflitto freddo tra capitale e lavoro, dove il capitale ha vinto e il lavoro ha perso. Complici di tutto questo, i sindacati, e soprattutto la Cgil, per ragioni di scambio politico: la partecipazione al governo del sindacato. Uno scambio politico pagato dai lavoratori. La Confindustria e i produttori si stanno rendendo conto negli ultimi tempi, tardi, che questa cosa fa male anche a loro; però, sono totalmente corresponsabili di questa insania economica. La sinistra al governo, invece, se ne renderà conto perdendo le elezioni».
      Colajanni . «Questi sono argomenti che vanno collegati all’andamento dell’economia reale. Se guardiamo i grafici, vediamo che c’è una straordinaria coincidenza tra l’aumento dei profitti in rapporto al Prodotto interno lordo e la diminuzione degli investimenti sull’economia. Paradossale fino a un certo punto. Il fatto è che questi profitti vanno da un’altra parte, vanno alla finanziarizzazione dell’economia, cioè restano liquidi. Le conseguenze della finanziarizzazione sono la diminuzione della propensione al risparmio e quindi una ripercussione sul tasso dell’accumulazione. Un processo che diventa una specie di circolo vizioso. Tutto ciò porta, dal momento che a differenza degli americani non abbiamo il serbatoio del disavanzo della bilancia dei pagamenti, a una riduzione del tasso di sviluppo. E secondo me questa è una delle ragioni della minore crescita dell’Italia rispetto ad altri Paesi. Concordo sul fatto che i sindacati hanno accettato che i salari diminuissero in termini reali rispetto al ’92. Dico però che non si può pretendere che siano i sindacati a fare una politica economica che cambi questa situazione. Possiamo chiederlo ai partiti. Serve una politica economica capace di affrontare questi problemi».
      Alvi. «Una politica economica, però, i governi di centrosinistra l’hanno avuta. Paradossalmente hanno traslato quote di reddito dal lavoro alle rendite e ai profitti, tassando massicciamente il lavoro. La politica fiscale ha avuto un’enorme rilevanza. Questo è stato un gioco che ha avuto conseguenze disastrose. Il mal disegno che ha creato il caos presente nel mercato del lavoro peggiorandone la segmentazione. Se la sinistra punta sulle lotterie, sull’Enalotto, asseconda il gioco all’accumulo del capitalismo nel suo aspetto deteriore, puramente speculativo. In questi anni si è persa la bussola, nessuno ha fatto più il suo mestiere».
      Brunetta. «Sulla questione delle tasse, ha funzionato un meccanismo molto semplice. Con l’apertura dei movimenti di capitale, i Paesi hanno giocato a fregarsi i capitali, detassandoli. Il capitale è mobile e va dove le tasse sono più basse. Questo minor gettito che derivava dai capitali diciamo autarchici gli Stati l’hanno dovuto prelevare dal fattore meno mobile, cioè dal lavoro. Magari fosse una politica economica esplicita. La realtà è che una politica economica esplicita non la fa nessuno. Il risultato è che l’unica maniera per tenere gli equilibri e per tenere il cambio fisso è quella di giocare sul fattore meno mobile, il lavoro. In questo quadro non ci si può stupire dello svilimento del lavoro e anche della sua immagine».
      Alvi . «Un paradosso. Lavorare è ormai redditizio solo per gli extracomunitari».
      Brunetta . «La cosa curiosa è che l’Europa, che dovrebbe essere il luogo del modello sociale di mercato, del Welfare State, del Labour, sta maltrattando il lavoro».
      Alvi. «Qui si stanno superando le proporzioni sensate tra lavoro comandato e capitale. Col capitale si comanda troppo lavoro. E questo crea una società del lavoro servile nella quale il lavoro è mal pagato e serve sempre più a creare un contorno di servizi a poco prezzo. Bene o male, ritroviamo il concetto di lavoro improduttivo. Qui c’è un problema di salute economica: il linguaggio economico è un linguaggio malato. Di destra, di sinistra, di centro, io lo sento insano, inadeguato: esprime l’assoluta incapacità ad afferrare qualsiasi problema».
      Colajanni. «A esempio, l’espressione tasso di accumulazione è sparita. Cioè, come avviene la formazione del capitale non lo sappiamo più spiegare. Da buon veteromarxista resto convinto che quello che conta sia lo sviluppo delle forze produttive».
      Parlato. «Ma cosa significa questo?».
      Alvi. «Favorire anzitutto un aumento dei salari».
      Parlato. «Bene. I salari non si possono aumentare per decreto. Però, si può fare una politica di detassazione dei redditi da lavoro».
      Brunetta. «Un’altra strada ci sarebbe: la partecipazione dei lavoratori al capitale. Quote azionarie, perché no?».
      Alvi. «Sono d’accordo. Il problema è come reinserire nel gioco il lavoro. Senza aumentare la spesa, anzi riducendola, a differenza di quanto è stato fatto nella corsa verso i criteri di Maastricht, quando si sono aumentate le entrate e non si sono tagliate significativamente le spese. Può essere detassazione, partecipazione dei lavoratori al capitale. Ma anche ridimensionamento delle pensioni».
      Colajanni. «Mettere insieme tutte queste cose e provocare un circolo virtuoso non è un processo che avviene spontaneamente in nome del liberismo. Occorre una politica economica. Cioè, non basta detassare i salari perché si avvii il circolo virtuoso: l’aumento della domanda che provocherebbe va confrontato con le capacità produttive. Ma come si comporterebbe in questo caso l’Europa? Quale politica economica farebbe? La farebbe? L’aumento dei salari, insomma, è necessario ma non sufficiente».
      Alvi. «Ora, però, se guardiamo la situazione dal punto di vista rovesciato, cioè non più dalla parte dei salari ma da quella del capitale, dobbiamo notare che siamo in una fase ciclica e anche nel ciclo quando il capitale è cresciuto troppo va dimagrito».
      Parlato . «Dal nostro dibattito esce innanzitutto che l’idea del mercato che si autoregola è finita. Ci vuole una politica economica. Il resto è chiacchiera. Ma condizione per una politica economica è probabilmente una crisi. Tutto sommato, la crisi del ’29 è stata provvidenziale: senza essa non avremmo avuto il New Deal. Siamo in una situazione nella quale i bisogni degli uomini sono enormemente cresciuti. Il programma deve dunque essere un nuovo Welfare: invece di ridurlo va allargato. Se io mi presentassi alle elezioni, direi: signori, nell’assistenza sanitaria generale metteremo l’odontotecnica, vi curiamo i denti. Avrei un successo straordinario».
      Brunetta. «Io sono per la visione hard. Rimettere in gioco il lavoro vuole dire liberare la contrattazione: farne di più e farla meglio, cioè non lasciarla ai sindacati centralmente. Secondo, la qualità della vita: una politica economica e di infrastrutture europea avrebbe un grande peso. Terzo, punterei fortemente sul capitale umano: qui è la vera politica economica. Viva Delors, a questo punto: queste cose c’erano già quasi tutte nel suo "Libro Bianco"».
      Colajanni. «D’accordo con l’esigenza di una politica economica. L’obiettivo non può che essere una ripresa della crescita. Solo da qui si possono affrontare una serie di problemi, dall’occupazione all’aumento dei salari. Ma chi la fa? E come si rilanciano certi valori? Questo è il vero punto di crisi della società europea: non ci sono forze capaci di legare i valori all’azione politica. L’unica possibilità è che tutti portiamo la nostra pietruzza a un processo di rilancio di questo tipo».


Primo Piano



© Corriere della Sera