«Un’Europa sola per mille diritti»

06/10/2003






 
   



05 Ottobre 2003
POLITICA




 

«Un’Europa sola per mille diritti»
Francesi, polacchi, tedeschi, italiani. Lingue diverse per chiedere un’unica Europa sociale: «Prima viene la gente, dopo l’economia». Berlusconi? E’ «hermano» di Aznar, fratello dei governi che tagliano welfare e diritti. «E noi scendiamo tutti insieme in piazza. Per riprenderceli»

ANTONIO SCIOTTO
ROMA
«Il n’y a pas liberté sans droits», non ci può essere libertà senza diritti. Si apre con uno striscione in francese il coloratissimo corteo dei sindacati europei che ha sfilato ieri a Roma. Tante lingue, dallo sloveno all’inglese, dal polacco allo spagnolo, ma tutti con una sola idea: un’Europa sociale, quella che Berlusconi e gli altri capi di governo non stanno costruendo, quella che viene abbattuta con il taglio alla sanità, alla scuola, alle pensioni. Trentasette le sigle sindacali, in rappresentanza di oltre sessanta milioni di lavoratori: ma il vecchio continente diventa davvero uno se si parla di previdenza senza garanzie, precarizzazione del lavoro, arretramento generale del welfare. Come dovrebbe essere la nuova casa comune degli europei? Forse può funzionare lo schema del belga Bottin Mirello, metalmeccanico della Fgtb: «Io penso che debba venire prima di tutto l’Europa sociale, poi quella politica, quella economica e solo all’ultimo posto la finanziaria. Esattamente l’inverso di quello che vediamo oggi. Ma noi partecipiamo a tutte le mobilitazioni, eravamo a Nizza e oggi siamo qui a Roma perché crediamo che sia importante rivendicare lo spazio sociale all’interno delle istituzioni, proprio nel periodo in cui si stanno prendendo nuove decisioni». I metalmeccanici belgi lavorano alla Caterpillar, nei cantieri areonautici, nella siderurgia, settori in cui dilagano i contratti interinali e altre forme di lavoro precario: «Noi facciamo il massimo per limitare questo tipo di rapporti e ci sforziamo di ottenere la stabilizzazione – conclude Bottin – per questo siamo impegnati nel sindacato ».

Tra i più entusiasti e sicuramente più numerosi sono i francesi della Cgt (analoga alla nostra Cgil): parecchi sono venuti con le famiglie, qualche coppia giovane con i bambini, ma sono moltissimi gli anziani prossimi alla pensione o già pensionati. Tra loro André Desrichard, parigino di 60 anni, impiegato per venti al più noto grande magazzino francese, le Galeries Lafayette. «Sono qui per difendere ma retraîte, la mia pensione e quella dei miei nipoti – ci spiega – Io ho cominciato a lavorare a 17 anni, ma adesso i giovani hanno il primo lavoro a 23-25. Anche in Francia hanno innalzato l’età della pensione, e così va a finire che i ragazzi che iniziano oggi potranno lasciare il lavoro solo a 70 anni. E’ ingiusto, soprattutto se si pensa che molti sono lavori pesanti».

I polacchi di Solidarnosc si distinguono dagli altri perché portano una semplice pettorina bianca e sono più silenziosi, il che fa molto contrasto con i vicini sloveni, che cantano slogan contro il precariato e la disoccupazione agitando raganelle di legno, e i quattro trampolieri tutti rossi che ballano al ritmo di Manu Chao. «Siamo qui per difendere i diritti del lavoro e la sicurezza sociale – spiega Marius Szipek, 30 anni, di Solidarnosc – In Polonia è molto difficile fare attività sindacale, basti pensare che solo il 10% dei lavoratori è iscritto al sindacato, mentre il restante 90% non ha quasi punti di riferimento. E poi l’occupazione è ancora principalmente agricola, mentre la disoccupazione è al 20%». Cosa chiede un giovane polacco alla nuova Europa? «Più stanziamenti nel sociale. Rispetto alla Carta, dico che il riferimento alle radici cristiane non è necessario, ma preferirei che ci fosse».

Ana Morata ha 20 anni, lavora nel commercio, è una delegata della spagnola Ugt. In Spagna il lavoro è muy precario, dice con foga: «Molti miei amici lavorano nei bar e nei ristoranti e non hanno contratto, o se ce l’hanno dura pochi mesi e non c’è speranza di stabilizzazione». «Anche in Spagna, come da voi, vogliono mettere mano alle pensioni in maniera pesante – aggiunge un suo collega – Aznar e Berlusconi son hermanos, sono fratelli, stanno portando avanti gli stessi tagli». E il sindacato cosa fa? «Siamo forti – risponde Ana – e ci facciamo sentire: l’80% dei lavoratori vota alle elezioni dei rappresentanti, e questo basta per avere una buona capacità di pressione».

In rappresentanza dell’Italia parliamo con Emanuele, 24 anni, iscritto Fiom e dipendente di una piccola azienda di Carcognano, nel parmense: «Se passa questa riforma chissà quando vedrò la pensione – dice – Ma io scendo in piazza: ero a Roma per l’articolo 18, e tornerò per lo sciopero generale». Anche i lavoratori tedeschi sono abituati a farsi tutte le piazze europee, e non è la prima volta che sfilano insieme agli altri paesi. Tomas Koczelnik lavora in un grande ufficio postale insieme ad altre 150 persone: «Siamo qui per realizzare l’Europa della gente e non quella dei governi. Per noi era particolarmente importante essere in piazza con gli amici di Cgil, Cisl e Uil, in questa giornata. La vostra protesta per le pensioni e il lavoro è la nostra protesta».