Un’altra minaccia per il pianeta: il turismo

17/10/2005
    lunedì 17 ottobre 2005

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    Un’altra minaccia per il pianeta: il turismo

      NEL 2020 i viaggiatori nel mondo saranno un miliardo e mezzo. Se non impareranno a rispettare l’ambiente e le culture, la Terra non reggerà. Un convegno a Marrakech sul turismo responsabile

        di Andrea Barolini

          Esiste un modo di viaggiare diverso da quello che rincorre il divertimento ad ogni costo. Che costruisce immensi parchi gioco, simili ad «enclaves» di paesi occidentali, su sponde incontaminate di atolli esotici. E che spesso è legato a filo doppio allo sfruttamento del lavoro minorile, al traffico illegale di specie protette per il mercato dei «souvenir», alla perdita d’identità culturale delle popolazioni locali. Esiste un modo di viaggiare diverso: virtuoso, civile, coscienzioso. Neppure inconciliabile con le spietate logiche del mercato globale. Capace di trasformare i «turisti» in «viaggiatori». È il turismo «sostenibile», o «ecologico», o ancora «ecocompatibile». Più semplicemente potremmo definirlo turismo «responsabile».

            Uno dei principali tour operator italiani, il Cts, è da tempo impegnato proprio in tale processo di responsabilizzazione dei propri viaggiatori, promuovendo un turismo fondato sul rispetto delle popolazioni, degli ambienti e delle culture dei Paesi ospitanti. Un obiettivo ambizioso, che ha costituito il leit-motiv dei lavori del venticinquesimo convegno nazionale, tenutosi (non a caso) fra le mura ocra di Marrakech.

              Il contesto in cui si inserisce il progetto del Cts è quello di un mercato che cresce a ritmi vertiginosi. I dati forniti dagli analisti del settore, in questo senso, sono impressionanti: nel 1995 il numero di viaggiatori nel mondo si aggirava attorno al mezzo miliardo di persone e si prevede che la cifra possa triplicare entro il 2020. In altri termini: ogni anno si sposterebbe quasi il 25% degli attuali abitanti del pianeta. Senza una seria ed efficace razionalizzazione di tale fenomeno – se cioè quel miliardo e mezzo di persone dovesse viaggiare nei prossimi decenni secondo i canoni del turismo di massa – le conseguenze potrebbero rivelarsi devastanti. In particolare per le popolazioni locali e per le loro economie.

                Proprio per questo il primo passo da compiere è quello di un forte coinvolgimento degli abitanti dei Paesi ospitanti. Secondo Maurizio Davolio, presidente dell’Aitr (l’Associazione italiana per il turismo responsabile), ciò significa «rendere ciascuna popolazione sovrana nello scegliere quale tipo di turismo adottare nel proprio paese». Il che non si traduce solamente nel porre limiti concreti allo sfruttamento di territori, mari, siti archeologici o monumenti: significa soprattutto far sì che il gigantesco mercato del turismo – 698 milioni di arrivi internazionali per un giro d’affari di 478 miliardi di dollari all’anno, un occupato su dodici nel mondo, la prima industria del pianeta – coinvolga direttamente (e virtuosamente) le popolazioni locali. Anche come strumento di lotta alla povertà. «Il turismo – sottolinea Micaela Solinas, responsabile del settore Turismo sostenibile del Cts – è in grado di coinvolgere i consumatori, l’industria, le comunità locali. E di porli in relazione diretta con l’ambiente fisico circostante. Ciò può produrre enormi benefici economici e sociali per le comunità locali e, al contempo, favorire la conservazione della natura, l’integrazione tra le culture, la conoscenza e il rispetto del diverso da sé».

                  Un processo di integrazione e di scambio di cui il mondo di oggi – sconvolto da uno scontro di civiltà cavalcato da molti governi occidentali – necessita in modo urgente. «Anche nei confronti degli italiani, ormai, comincia a manifestarsi un sentimento ostile. In questo senso, la politica estera di molti paesi ricchi può mettere in pericolo la stessa incolumità di chi viaggia», mette in guardia Alessandro Politi, esperto di relazioni internazionali.

                    Certo, non tutti i turisti sono interessati alla dimensione culturale e, in qualche misura, «filantropica» del loro viaggiare: ancora in molti non disdegnerebbero un «cinque stelle» da venti piani sulla spiaggia rosa dell’isola di Budelli. Sembra, però, che una coscienza del turista si stia formando davvero, perfino nei contesti apparentemente più difficili.

                    Negli Stati Uniti – la patria dei gas serra, delle mancate ratifiche ai protocolli internazionali in tema di ambiente, delle armi all’uranio impoverito – il 75% dei turisti abituali ritiene «importante non danneggiare l’ambiente» durante i propri viaggi. E se può apparire più scontato il fatto che il 69% dei turisti provenienti dalla consolidata socialdemocrazia danese sia disposto a spendere di più pur di farsi ospitare da strutture munite di «certificato ambientale», forse non lo sono altrettanto i due terzi di italiani che riguardo a tali certificati si dichiarano «molto favorevoli».

                      Un semplice attestato di simpatia: d’accordo la tutela dell’ambiente, però guai a toccarci il portafogli. Ma «anche un viaggio di diecimila miglia comincia con un primo passo»