Una vicenda con molti misteri investigativi e giudiziari

02/07/2002



Martedí 02 Luglio 2002

L’omicidio di D’Antona, gli attentati a Roma e a Torino, il «caso Landi»: troppe incognite ancora da risolvere
Una vicenda con molti misteri investigativi e giudiziari
(NOSTRO SERVIZIO)

ROMA – La storia recente del terrorismo in Italia è fatta anche di una lunga serie di "buchi neri" investigativi e giudiziari. Prima degli attentati degli ultimi tre anni l’ultimo omicidio dei terroristi, il 16 aprile 1988, era stato quello di Roberto Ruffilli, consigliere dell’allora presidente del Consiglio Ciriaco De Mita. Nel 1990, mentre si celebrava il processo ai brigatisti che avevano ucciso Ruffilli, le Brigate Rosse per la costruzione del Partito comunista combattente diffondevano minacciosi volantini. Sfuggendo agli investigatori, a distanza di 11 anni i brigatisti sono riusciti a colpire ancora. E hanno ucciso due volte. Il 20 maggio ’99 Massimo D’Antona, giurista e consigliere del ministro del Lavoro Antonio Bassolino, cade sotto i colpi sparati da un commando. Nei giorni seguenti vengono ritrovati in diverse parti d’Italia documenti a firma "Brigate Rosse-Partito comunista combattente"; sui muri di alcune città ricompare la stella a cinque punte, il simbolo della lotta armata svolta tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80. Stelle e rivendicazioni, a distanza di tre anni, ricompaiono quasi identiche l’assassinio di Marco Biagi. Mentre l’inchiesta sull’omicidio D’Antona non si è risolta, nonostante le indagini che all’inizio hanno coinvolto di sette procure. Il 9 settembre ’99 la commissione stragi, presieduta da Giovanni Pellegrino (Ds), accusa: l’omicidio D’Antona «non era un evento del tutto imprevedibile» e il parlamentare Ds avverte: «Le Brigate Rosse potrebbero uccidere ancora». Il 22 maggio il capo della procura di Roma, Salvatore Vecchione, raccomanda ai pm «il massimo riserbo». Ma a metà maggio 2000 l’indagine in corso finisce sui giornali e il presidente del Consiglio, Giuliano Amato, deve rispondere in Parlamento sulla fuga di notizie. I magistrati arrestano Alessandro Geri, presunto telefonista delle Br, che dimostra però di avere un alibi ed è scarcerato. Il 10 aprile vengono compiuti due attentati davanti agli ex uffici Fiat di Torino e all’Istituto Affari Internazionali di Roma. Il 3 maggio, con un blitz dei Carabinieri del Ros, sono arrestate otto persone sospettate di essere collegate all’attentato D’Antona. A distanza di poco meno di un anno, il 19 marzo, viene ucciso il giurista Marco Biagi, consigliere del ministro del Welfare Roberto Maroni. Le similitudini con l’assassinio di D’Antona sono numerosissime, compreso il linguaggio usato nel volantino di rivendicazione inviato al sito www.caserta24ore.it. Ma a questo punto le inchieste si aggrovigliano in un intreccio perverso. Oltre quella per omicidio, scatta l’indagine dei giudici per il mancato rinnovo dell’assegnazione della scorta a Biagi. Tutto diventa ancora più torbido e complicato quando, il 4 aprile scorso, Michele Landi, consulente informatico per l’omicidio D’Antona, viene trovato impiccato nella sua abitazione a Guidonia. Landi, consulente informatico della procura di Roma, aveva fatto parte del collegio dei periti che aveva scagionato Alessandro Geri dall’accusa di essere il telefonista delle Br nell’omicidio D’Antona. E Landi aveva anche dichiarato che era possibile risalire agli autori della rivendicazione su Internet dell’omicidio Biagi. Gli inquirenti dissero che il consulente informatico si era suicidato. Ma circa un mese fa la procura di Tivoli, che indaga sul caso, ha deciso invece di procedere per il reato di omicidio. L’ennesimo colpo di scena in un quadro fitto di misteri da risolvere.

Marco Ludovico