Una vertenza ostaggio degli imbarazzi politici

04/12/2002





          (Del 4/12/2002 Sezione: Economia Pag. 3)

          analisi
          Mario Deaglio

          DIFFICILE IMPASSE PER UN TAVOLO NEGOZIALE CON MOLTE ANOMALIE
          Una vertenza ostaggio degli imbarazzi politici
          L´azienda difende il piano industriale, i sindacati puntano anche ad opporsi alle flessibilità nel lavoro sostenute dal governo

          Lavertenza Fiat sta evolvendo secondo linee che presentano numerose novità, o, se si preferisce, anomalie rispetto alle tradizionali vertenze sindacali. La prima riguarda la continua evoluzione dell´oggetto della vertenza. All´inizio, infatti, l´attenzione si è focalizzata sulla sospensione dell´attività prevista per lo stabilimento di Termini Imerese, tanto che, fino a un paio di settimane fa, un osservatore che fosse arrivato da un altro pianeta avrebbe potuto ragionevolmente concludere che, salvando in qualche modo lo stabilimento siciliano, i problemi della Fiat sarebbero stati avviati a soluzione. La situazione di Termini Imerese, in realtà, è gravissima per i lavoratori e le loro famiglie, e molto seria per l´economia siciliana nel suo complesso ma, di certo, non rappresenta il nodo centrale delle difficoltà della Fiat. Successivamente, l´attenzione si è spostata sul piano industriale. Per il sindacato e per il governo, questo comporta la necessità di addentrarsi su un terreno scivoloso in cui si trovano a discutere dell´opportunità di adottare questo o quel modello d´auto, del rendimento previsto da questo o quell´investimento, senza disporre in pieno dei necessari parametri tecnici. In realtà, non si può negoziare su aspetti singoli del piano senza rimettere in discussione il tutto. Un esempio: è difficile pensare a investimenti della Fiat nel settore auto di entità superiore a quella attuale data la difficoltà tecnica di realizzarli nei tempi previsti. L´attenzione, infine, si è spostata sugli esuberi, con l´emergere di un´istanza – avanzata anche in varie sedi politiche, di schieramenti diversi e apparentemente disgiunta dal piano industriale – della salvaguardia del posto di lavoro per tutti e da subito. Una simile priorità equivale a dichiarare pregiudizialmente impossibile qualsiasi ristrutturazione e innova profondamente il comportamento politico e sindacale rispetto a occasioni analoghe nelle quali, al contrario, la ristrutturazione era stata accettata. Proprio da questa accettazione era partito il negoziato. L´occupazione, in altre parole, pare diventata la variabile indipendente, così come, nel sindacalismo di decenni passati, la variabile indipendente era il salario e il piano industriale si riduce alla quantificazione delle risorse per far lavorare tutti, sempre e nei luoghi di lavoro in cui operano oggi. Coerentemente con questa impostazione, da parte sindacale non sono state prese in considerazione le offerte di trovare occupazione per i lavoratori in esubero in altre attività e neppure di variare i turni di lavoro degli stabilimenti in maggiore difficoltà. La seconda innovazione-anomalia riguarda l´importanza relativa di questa vertenza nel panorama sindacale italiano. Le decine di migliaia di esuberi annunciati dal sistema bancario hanno suscitato un´attenzione molto minore di quella attribuita alla vertenza Fiat; le rivendicazioni di migliaia di giovani medici specializzandi per ottenere condizioni di attività decenti all´interno degli ospedali sono state praticamente ignorate, anche se dovrebbero far sussultare chiunque abbia a cuore i diritti dei lavoratori; i tagli che la Finanziaria infligge alla ricerca scientifica, con lo sconvolgimento che possono comportare nel prodotto di questo settore e nei piani di vita di altre decine di migliaia di giovani hanno ricevuto solo un interesse modesto da parte sindacale. Per ragioni storiche e ideali, insomma, i meno di 10 mila lavoratori della Fiat pesano di più sulla bilancia sindacale; forse perché sono in grande maggioranza operai o forse perché alla vertenza Fiat il sindacato e una parte della sinistra attribuiscono un particolare significato simbolico e politico. Alla percezione della Fiat come nemico storico, come emblema del capitalismo dei «padroni», si aggiunge probabilmente una percezione della vertenza come banco di prova della flessibilità-rigidità del mercato del lavoro. Dietro la chiusura sindacale è possibile scorgere l´ombra dell´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, il timore di licenziamenti facili; l´appoggio di una parte della sinistra si deve allora intendere non solo come solidarietà a chi rischia di perdere il posto di lavoro, ma anche come atto di opposizione al governo. Il che può anche essere accettabile ma non si concilia con le esigenze di rapida soluzione né dell´impresa, che tutti i giorni si confronta con le difficoltà di vendita del prodotto, né della complessiva tenuta del sistema industriale in un contesto internazionale competitivo. La terza innovazione-anomalia riguarda il governo. A differenza di molte grandi vertenze del passato, l´esecutivo ha svolto sinora un ruolo molto meno «attivista» di alcuni governi che l´hanno preceduto. Fornisce il tavolo delle trattative ma non pare proprio avere una bozza di accordo già scritta verso la quale far convergere le parti. Da esponenti governativi sono venute dichiarazioni in parte divergenti, mentre lo svolgimento della vertenza è stato seguito, a diversi stadi, da ministri differenti. Alcune dichiarazioni hanno contribuito ad alimentare aspettative dei lavoratori senza che dietro di loro fosse evidente un qualche piano d´azione. In realtà sarebbe più ragionevole una divisione di compiti: all´impresa quello di tornare competitiva, alle autorità di governo, ai vari livelli, quello di occuparsi degli effetti sul territorio. In questa situazione, con l´impresa arroccata a difesa del proprio piano industriale, il governo apparentemente privo di una proposta di soluzione, il sindacato irrigidito su una linea di contrattazione non flessibile, le premesse per un accordo sono scarse. Se l´accordo si farà, come deve essere nelle speranze di tutti, esso dovrà rispettare le coerenze generali della stabilità finanziaria dell´impresa e le speranze di risanamento del settore dell´auto. Non ci sarebbe nulla di peggio di un´intesa che, apparentemente, salvasse tutti i posti di lavoro oggi a rischio compromettendo però la competitività dell´impresa. Dovremmo, in tal caso, entro tempi brevissimi, affrontare crisi più gravi per l´impresa, per i lavoratori e per tutta l´economia.
          mario.deaglio@unito.it