Una tessera che vale un licenziamento

27/05/2002



26 maggio 2002

Una tessera che vale un licenziamento
Storia di una donna che ha osato iscriversi al sindacato senza art.18
PAOLO ANDRUCCIOLI


Isuoi amici la descrivono come una ragazza battagliera. Le piace lavorare, prende le cose sul serio, ma vuole anche essere rispettata. Vuole che siano rispettati certi diritti elementari. Così ha provato prima a difendersi da sola in azienda, cercando di discutere le scelte organizzative e gli orari di lavoro. Ha provato a parlare di straordinari quando si andava oltre l’orario stabilito, ha provato a dire che forse 10 ore continuative davanti a un monitor del computer sono un po’ troppe. Senza ottenere risultati. Poi le è venuto in mente di rivolgersi al sindacato. E il sindacato, in questo caso la Slc, il sindacato dei lavoratori delle comunicazioni della Cgil, le ha consigliato di farsi la tessera per poter agire più garantita nel suo posto di lavoro. Così la donna, 34 anni di Foggia (preferisce non dire il suo nome), il 21 maggio scorso ha deciso di farsi la tessera sindacale, ma ha ricevuto due comunicazioni in contemporanea: la prima che era stata iscritta al sindacato, la seconda che era stata licenziata. La direzione dell’azienda, la Dva di Foggia, che produce video e filmati occupando 8 dipendenti, non ha gradito la notizia che era stata trasmessa, come prevede la legge da un sindacalista. Alle 11,56 del 21 maggio il segretario provinciale della Slc, Michele Lunetta, ha spedito infatti un fax all’azienda comunicando appunto l’avvenuta iscrizione al sindacato della donna. Passano circa due ore e la Dva reagisce. E’ delle 13,14 il telegramma della direzione che comunica alla donna l’avvenuto licenziamento. Il telegramma è giunto a destinazione, nell’abitazione della lavoratrice che lo ha ricevuto di persona visto che era in casa per una leggera malattia che le aveva impedito di andare al lavoro. La ragazza non si è fatta però intimidire neppure dal telegramma, visto che tra l’altro non prevedeva neppure i giorni di preavviso. Così venerdì si è presentata in azienda da cui però è stata – con gentilezza – allontana. Lei è licenziata. Punto e basta. Niente preavviso, niente discussioni, torni pure al suo sindacato. Qui – è il messaggio implicito della direzione della Dva – non si discutono gli orari di lavoro, l’organizzazione, l’ambiente. Chi vuole lavorare, lavora, non si parla di diritti sindacali.

Il sindacalista che ha «licenziato» la donna, ha subito impugnato la faccenda. E’ stato avviata una denuncia per violazione dell’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori (comportamenti antisindacali), il licenziamento è stato contestato e la pratica è stata già affidata a un legale. Ora si dovranno seguire gli sviluppi della storia, ma nel frattempo sono ovvie le considerazioni più generali. La donna è stata licenziata, dice il telegramma per «giustificato motivo». In realtà non ci sono motivi tecnici e professionali che giustifichino il provvedimento. L’azienda, cioè, nonostante l’atteggiamento critico e non supino della donna, non può dire nulla sul suo lavoro. Il giustificato motivo è legato quindi solo all’iscrizione al sindacato, cosa che in Italia non è però illegale. Il sindacato è libero, ogni lavoratore, ogni cittadino ha il diritto di iscriversi al sindacato che preferisce ed è singolarmente portatore del diritto di sciopero. Ma la Dva di Foggia, che produce filmati e video in piccola quantità, su una scala locale, può licenziare una lavoratrice solo perché si è iscritta al sindacato. L’azienda ha meno di 15 dipendenti. E’ uno dei tantissimi casi in cui il famoso articolo 18 (quello che prevede appunto il reintegro in caso di licenziamento ingiustificato) non arriva. Se la Dva invece di avere nel libro paga 8 dipendenti ne avesse avuti 15 il problema non sussisteva.

«Ma allora è proprio assurdo che in questo momento si faccia la campagna per la trasparenza, per l’emersione del sommerso, per la regolarizzazione dei rapporti di lavoro», dice il sindacalista Lunetta. «Questa storia che è capitata alla nostra nuova iscritta – spiega ancora il sindacalista foggiano – è davvero esemplare perché da una parte dimostra quanto è difficile per chi lavora al sud in piccole aziende farsi rispettare dai datori di lavoro. Poi dimostra quanto è importante quell’articolo 18 che si dice non serve a nulla e che addirittura limiterebbe l’occupazione. Qui abbiamo una prova che le aziende vogliono utilizzare a loro piacimento l’arma del licenziamento. Se non gli vai bene per le tue idee, o magari perché sei iscritto al sindacato ti cacciano».

Le altre considerazioni sono legate al modello di relazioni sindacali che si vorrebbe applicare in sostizione di quello vigente. L’iniziativa politica del governo Berlusconi si concentra prioprio sullo smantellamento di uno dei cardini del diritto del lavoro e delle relazioni sociali italiane. Le leggi attribuiscono il diritto all’individuo singolo. Ma è nelle aziende, nella società e in generale nell’ambito collettivo che poi quei diritti si applicano. Smontato questo modello, il risultato è semplice e paradossale: l’individuo sarà più libero. Perdendo i suoi diritti.