Una stufa e due tende Lele, Mapo, Tino e Jarno da sei giorni «in quota»

22/12/2009

Chissà se nelle sede principale di Hamamatsu, sull’isola di Honshu, in Giappone, i diapason del logo Yamaha vibrano dal freddo come quelli dello stabilimento di Lesmo, in provincia di Monza. Qui da ieri la neve scende che è una bellezza, il termometro segna fino a meno otto gradi. Lele, “Mapo”, Tino e Jarno, da una settimana sono accampati sul tetto dello stabilimento dove si produce il Tenerè, in attesa di una risposta da parte dell’azienda. Che non deve decidere se tenere aperta o no la fabbrica di cui si vuole sbarazzare ma solo se richiedere la cassa integrazione straordinaria per i suoi sessantasei dipendenti. Ieri sera è arrivata una prima apertura e una parziale vittoria per gli operai: Yamaha ha comunicato al ministero del Lavoro la propria «disponibilità ad esaminare un ricorso alla cassa integrazione, al fine di trovare una soluzione concordata di tale procedura, avviata a causa della chiusura del reparto produzione». Il documento però non è arrivato ai lavoratori, che hanno deciso di restare in presidio fino a quando non potranno leggerlo. Sul tetto dello stabilimento ieri sera s’erano poggiati almeno otto centimetri di neve. In un angolo vicino alle due tende d’alta montagna dove dormono, i quattro hanno costruito un capanno di cellofan e cartoni, «una
specie di open space» arredato con un tavolino per mangiare, le sedie, una stufa, i giornali, la radio e i libri. Quando lo raggiungiamo al telefono, Emanuele Colombo, detto Lele, 31 anni, gli ultimi otto passati al controllo qualità dei prodotti Yamaha, sta leggendo “In terre lontane” di Walter Bonatti, storico scalatore e giornalista bergamasco. Anche Lele è appassionato di alpinismo e assicura di essere abituato alla neve e al freddo. Ha appena finito di sistemare il tetto dell’«open space», che rischia di cedere appesantito dalla nevicata. «Fra un po’ qui aprono gli impianti di sci – dice ridendo –Ma noi siamo bene attrezzati e abbiamo scorte per molti altri giorni ancora». Dentro le tende restano i sacchi a pelo e le coperte mentre i vestiti che hanno addosso sono praticamente gli stessi di quando sono saliti sul tetto. Fuori, da qualche altra parte, i sacchi con i rifiuti, anche quelli fisiologici, che vengono poi calati giù ai colleghi che li butteranno. Tutto questo mentre i vertici italiani dello stabilimento, l’unico presente nel nostro Paese, «da mercoledì sono riferimento anche al presidente Hiromu Murata e al suo vice Enrico Pellegrino. «Prima erano tutte pacche sulle spalle e “siamo tutti sulla stessa barca”. Adesso ci hanno lasciati soli, in balia delle intemperie. Senza nessuno
che venga a chiedere come stiamo, che s’informi anche per scrupolo di coscienza. Il nostro – precisa il 31enne – è un gesto estremo in risposta a chi fino ad oggi ci ha presi in giro. Perché non puoi usare le persone per poi buttarle via così. Valiamo più dei soldi e dell’immagine di un’azienda e vedrai che questa battaglia la vinceremo noi». E forse è proprio così: con la disponibilità dell’azienda «ad esaminare un ricorso» alla cigs, c’è la possibilità che la trattativa vada a buon fine. Di positivo c’è che sindacati e lavoratori chiedevano una risposta prima di Natale e così è stato. «Già venerdì al ministero c’era stata qualche timida apertura – dice il segretario della Fim-Cisl della Brianza, Gigi Redaelli – ma i dirigenti volevano fare una verifica con la casa madre». «Spero comunque di scendere prima di Capodanno», ammette il più piccolo dei quattro sul tetto, Jarno Colosio di 23 anni: «Volevo andare in montagna, in Toscana, con gli amici». Fuori c’è la sua famiglia, preoccupata ma solidale con la lotta di questo ragazzo, che da tre anni lavora al controllo qualità delle moto che escono da Lesmo, e le testa pure. «È il mio primo vero lavoro, e ho pensato che fosse giusto provare a difenderlo», racconta. Lui, appassionato di motociclismo tanto da gareggiare per anni, tra i dipendenti dello stabilimento è forse quello più deluso dal silenzio del campione del mondo (su Yamaha) Valentino Rossi. Gli operai di Lesmo sono andati a cercarlo al rally di Monza a fine novembre. Volevano chiedergli un gesto di solidarietà, un semplice messaggio, «ma il campione si è fatto negare». Per questo sul tetto dello stabilimento adesso campeggia uno striscione con su scritto “Che spettacolo”, ironico riferimento alla maglietta indossata da Rossi dopo aver vinto l’ultimo campionato. Ma se il campione è lontano il presidente Berlusconi invece dovrebbe essere vicino. «Siamo a soli due chilometri da Arcore – dice Jarno, ma è una frase ricorrente anche al presidio – ci aspettavamo un segno. Anche l’interesse dei suoi telegiornali, ma è venuto solo Studio Aperto». Si va avanti lo stesso – l’altro slogan che pende dal tetto recita: “Resistenza” – Jarno si consola coi messaggi degli amici che arrivano sul cellulare, «che non smette di squillare», e l’aiuto del presidio. Dove vanno in pellegrinaggio colleghi di altre aziende e familiari degli operai Yamaha, che ogni tanto lanciano un urlo per farsi sentire dai quattro, ma anche cittadini di Lesmo, che portano legna da bruciare o qualcosa da mangiare. Mentreper Jarno, Lele, Paolo Matelli (39 anni) e Martino Sanvito (27 anni), cucina Roberta, una collega. Nessuno dei quattro è sposato o ha figli, «siamo i più liberi – dicono e per questo abbiamo deciso di salire ». Ieri sera hanno mangiato una minestra, per riscaldarsi. Forse sarà l’ultima sul tetto della Yamaha.