«Una soluzione insufficiente e dannosa»

05/09/2003




      Venerdí 05 Settembre 2003
      Welfare


      «Una soluzione insufficiente e dannosa»

      Gli economisti bocciano il pre-accordo: si rischia di aumentare lo squilibrio tra giovani e anziani

      LUCIANA BARBETTI

      EUGENIO BRUNO


      ROMA – Poco coraggiosa, timida, fragile, deludente. Sono questi gli aggettivi scelti da quattro economisti, esperti del settore pprevidenziale, per descrivere la pre-intesa raggiunta nella maggioranza sulla riforma delle pensioni. A giudizio di Luigi Paganetto, Elsa Fornero, Marcello Messori e Tito Boeri, gli incentivi e il rinvio alla legge delega sarebbero insufficienti a correggere lo squilibrio del sistema pensionistico italiano. Unanime, al contempo, la richiesta di interventi strutturali volti a innalzare da subito, magari gradualmente, l’età minima di pensionamento.

      Luigi Paganetto. «Si è scelta la strada più praticabile, ma avremmo avuto bisogno di più coraggio e decisione». Sugli incentivi la pensa così Luigi Paganetto, preside della facoltà di Economia a Tor Vergata. Un parere dettato da due considerazioni: per il lavoratore potrebbe essere più conveniente andare in pensione e trovare un’altra occupazione; dal canto suo, l’impresa, piuttosto che puntare su un dipendente anziano, potrebbe accelerare il turn-over di risorse. Tanto più che dall’accordo, per ora, sono stati esclusi i disincentivi. Paganetto punta il dito contro la «politica degli annunci». «Annunciare l’innalzamento dell’età minima o il blocco delle finestre – spiega – induce a comportamenti non virtuosi, indotti dall’incertezza». A proposito della delega Maroni, l’economista propone di sostituire la devoluzione obbligatoria del Tfr ai fondi pensione, con una riduzione della tassazione sulla previdenza complementare.

      Elsa Fornero. Più critica Elsa Fornero, docente di Economia all’università di Torino. «Una riforma timida – commenta – da cui traspare un difficile accordo nella maggioranza, senza tagli ma anche senza soluzioni lungimiranti». La Fornero non vede nella pre-intesa né la volontà di «fare cassa», né quella di risolvere i problemi strutturali. Nello specifico, sul super-bonus del 30%, pensato per allungare la vita lavorativa, l’economista scorge una «fondamentale ambiguità». «Non sono soldi che vengono regalati al lavoratore, ma sono già suoi. Anzichè essere inseriti nel sistema pubblico vengono messi direttamente nelle sue tasche», precisa. Elsa Fornero ribadisce il giudizio negativo, già espresso in passato, sulla legge delega: «Non si sono fatti passi avanti. Abbiamo temporeggiato due anni per consentire a ciascun partito di posizionarsi all’interno della maggioranza».

      Marcello Messori. «Uno schema di incentivi molto fragile». È scettico Marcello Messori, docente di Economia delle istituzioni e dei mercati a Tor Vergata. E per più motivi. Innanzitutto perché, in un sistema previdenziale ancora prettamente retributivo, il super-bonus non basterebbe a compensare lo svantaggio di un’uscita ritardata dal mondo del lavoro. Il supplemento di retribuzione, infatti, non verrebbe conteggiato ai fini pensionistici. Inoltre, l’approvazione della delega, nella sua forma attuale, farebbe sorgere ulteriori problemi. «Gli incentivi – nota l’economista – sarebbero indeboliti da quelli di segno opposto contenuti nella delega, come la possibilità di cumulare redditi da lavoro e pensione». Messori parla anche degli effetti che gli incentivi, da soli, avrebbero sulla domanda di lavoro. «Vista la tendenza delle imprese a sostituire i lavoratori anziani con quelli giovani – commenta – bisognerebbe pensare agli strumenti per valorizzare le competenze dei più anziani».

      Tito Boeri. Il giudizio più netto giunge da Tito Boeri, docente della Bocconi di Milano: «Se l’accordo si risolvesse nella conferma della legge delega, con l’aggiunta degli incentivi, l’esito sarebbe molto deludente». Boeri focalizza la sua attenzione soprattutto sugli incentivi, giudicati «inefficaci a prolungare la vita lavorativa» e colpevoli di «aumentare l’iniquità nel trattamento tra le diverse generazioni di contribuenti». Boeri riconosce al tempo stesso l’esigenza di mantenere più a lungo in attività i lavoratori, al fine di «ridurre gli oneri che gravano sul lavoro». «Le risorse risparmiate – spiega – potranno essere liberate per creare nuova occupazione». L’obiettivo è fissare a 40 anni di contributi il limite per le pensioni di anzianità. Boeri non crede che un intervento del genere ostacolerebbe l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro: «È solo una leggenda metropolitana».