Una società al «servizio»

09/09/2002



7 settembre 2002

Una società al «servizio»
Le Acli discutono del loro modello di welfare. Oltre lo stato
La famiglia Al centrosinistra le Acli chiedono di elaborare un progetto basato sul sostegno del «nucleo fondamentale della società»


ANTONIO SCIOTTO
VALLOMBROSA


Una famigliola felice fatta di pupazzi sorridenti, tre casette colorate, gli alberi, un sole che ride. Questa è l’immagine che campeggia sul manifesto del convegno Acli sul «welfare che verrà». Il sottotitolo, forse, rende più chiaramente il nodo del problema: «La nuova frontiera dei diritti nel tempo della globalizzazione». Quella famigliola sorridente è lo specchio di un’Italia – e di un’Europa – che rischia seriamente di sparire, spazzata via da una globalizzazione senza regole. O, se vogliamo tradurla in soldoni, dalla tempesta scatenata dal centrodestra nostrano – Berlusconi in testa – e del vecchio continente: lo stato sociale è attaccato senza pietà e presto l’individuo sarà sempre più solo, senza una rete adeguata che lo sostenga nella malattia, nella disoccupazione, nella vecchiaia. Probabilmente, a guadagnarci saranno solo le compagnie di assicurazione e i fondi pensione privati, ai quali dovremo versare fino al nostro ultimo risparmio perché ci paghino un giorno – dopo lo scandalo Enron qualcuno fa ancora affidamento su questi strumenti? – le spese ospedaliere e la pensione. Come risponde a queste domande il centrosinistra cattolico, di cui le Acli sono una delle roccaforti? La risposta, in generale, è indirizzata ancora verso un modello di welfare pubblico e legato più alla cittadinanza che non al lavoro svolto dall’individuo, ma si insiste con forza su una «leggerezza» del sistema, perché esso non vada a confliggere con la produttività e il mercato, e, soprattutto, perché si concili sempre di più con la «flessibilità» e il «rischio» cui volenti o nolenti i giovani devono via via abituarsi. Il vecchio modello dello stato che pensa a tutto e a cui gli individui possano delegare con tranquillità ogni loro problema ed esigenza è dichiarato morto, e lo stesso presidente della Commissione europea Romano Prodi, intervenendo in videoconferenza, pensa che neppure a livello europeo ci debba essere un modello cogente, ad esempio dal punto di vista sanitario: «Se gli ospedali si debbano pagare o debbano essere gratis, se le tasse debbano essere più o meno basse lo deciderà il singolo stato. Sul piano europeo dobbiamo assicurare una continuità dei diritti già acquisiti per i cittadini che cambiano paese». Anche Tiziano Treu, ex ministro del lavoro e responsabile del settore per la Margherita, insiste sull’importanza dell’abitudine alla «flessibilità»: d’altra parte, proprio una legge che porta il suo nome ha negli anni passati aperto per prima le porte ai lavori atipici e solo adesso, dopo anni di confusione e abuso di questi strumenti – si pensi solo al proliferare dei contratti co.co.co., privi delle più elementari tutele – l’Ulivo sta cercando di elaborare un nuovo Statuto dei lavori, «che risponderà in maniera differente alle esigenze di una co.co.co. e a quelle di un operaio Fiat».

Il lavoro, così come la previdenza, insomma, sarà sempre più parcellizzato e individualizzato: lo stesso Treu, parlando di nuovi diritti sindacali da estendere ai lavori atipici, e della proposta di stanziare tra i 4 e i 5 miliardi di euro per dare anche ai nuovi lavoratori gli ammortizzatori sociali, parla di uno «zainetto» di cui ciascun lavoratore verrà dotato, che in pratica lo renderà padrone della propria situazione generale, ma che pure (può essere il rovescio della medaglia) lo potrà rendere più solo e lontano dai sindacati. E ancora, da risolvere, in una società che invecchia e fa sempre meno figli, è anche il problema dell’assistenza ai non autosufficienti: si pensa al modello tedesco, che ha introdotto una sorta di assicurazione obbligatoria che tutti i lavoratori devono versare, e dunque non è troppo onerosa.

Un altro tema, molto battuto da politici e relatori, è quello dell’immigrazione. Forte contrarietà viene espressa nei confronti della legge Bossi-Fini che, come spiega il professor Massimo Livi Bacci, tende a introdurre un’immigrazione a «rotazione rapida», facendo sì che gli immigrati non investano sull’inserimento e l’integrazione, e sprecando così quello che può rappresentare per l’Italia un vero e proprio tesoro, non solo culturale, ma anche economico: «Un immigrato che si inserisce e vive in Italia con la sua famiglia, può risparmiare e investire molto, e per l’Italia rappresenta un vantaggio a lungo termine». E infine la famiglia, vera protagonista del dibattito. I giovani non fanno figli, o li fanno tardi, perché la società non rende loro abbastanza servizi, spazi, strumenti culturali per i figli. E perché arrivano tardi a laurearsi e a lavorare. Una società più vivibile per le famiglie, non tanto con erogazione di assegni, quanto per mezzo dell’offerta di servizi: questo chiedono i cattolici di sinistra al welfare che verrà