Una schiava in famiglia

24/05/2002

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D – La Repubblica delle Donne 21 maggio 2002

Una schiava in famiglia

Collaboratrici domestiche straniere picchiate, umiliate, segregate, pagate pochissimo o niente. Cento casi denunciati in Italia fanno emergere una realtà drammatica. Due storie vere

di Ambra Radaelli

La schiavitù esiste ancora. In Italia. Non solo nelle strade, dove giovani straniere sono costrette a prostituirsi, ma anche nelle case, spesso di gente benestante e "rispettabile". Non sempre le donne – asiatiche, africane o slave – che vediamo accompagnare bambini italiani al parco, spingere le carrozzelle di anziani italiani, girare cariche di borse della spesa destinate a famiglie italiane, sono libere. Libere nel senso più banale della parola. Libere di telefonare a chi voglioni, di avere giornate per sé, di incontrare gli amici. Libere di lasciare il lavoro, se vogliono, ed eventualmente di tornare nel Paese d’origine. Vengono malpagate (o non pagate del tutto), minacciate, picchiate, a volte molestate. Unica soluzione, la fuga.

Racconta S., ucraina, 32 anni, oggi ospite della comunità Regina Pacis di San Foca, Lecce (tel.0832.881.094): «Nel mio Paese, come maestra d’asilo, guadagnavo 10 dollari al mese: bastavano per comprare un paio di pantaloni di acttiva qualità, o un chilo di pomodori al supermercato. Molti miei connazionali, soprattutto donne, andavano in Italia a lavorare, così, d’accordo con la mia famiglia, ho deciso di provare. Sapevo che un’agenzia organizzava viaggi in Italia, promettendo lavoro come assistente di anziani, baby sitter, colf. I maschi, invece, avrebbero fatto i muratori. Per il visto turistico Schengen e il viaggio mi hanno chiesto 700 dollari, che ho raccolto chiedendo prestiti agli amici. Sul pullman eravamo in 28, di cui solo 5 o 6 uomini. C’erano invece parecchie signore di mezz’età. Quando siamo arrivati a Napoli, mi aspettava un gruppo di italiani e tre russi, tra cui una donna che parlava la mia lingua. Mi hanno fatta salire in auto e mi hanno portata a casa di una coppia, che viveva con i due figli di 10 e 12 anni e la madre di lui. Il mio lavoro era quello di accudire la signora e i bambini, pulire, cucinare. Mi hanno promesso 700 dollari al mesi, ma non mi hanno mai pagata: ricevevo solo da mangiare. Mi era proibito uscire, venivo picchiata e minacciata: "Se ti ribelli chiameremo la polizia che ti rimanderà al tuo paese". Il mio passaporto? Ero stata costretta a consegnarlo alla russa, che dopo la prima sera non ho più rivisto. Sono rimasta in quella casa per quattro mesi. Poi una mattina presto, mentre tutti dormivano, sono scappata. Alla tv avevo visto un servizio su Regina Pacis, con donne dell’Est che raccontavano storie simili alla mia. Ora vivo a San Foca da più di un anno. Lavoro in un bar e, di notte, assisto gli anziani. Ho denunciato i miei ex datori di lavoro, sto aspettando il processo. Al mio Paese voglio tornare, ma solo per rivedere i miei. Qui mi piace, e poi guadagno, il pane non mi mancherà mai. Tornare in Ucraina? Tornare a che cosa…»

La storia di A., etiope, 41 anni, la racconta invece il suo avvocato, Giuseppe Campanelli: «Comincia 11 anni fa, quando, nel suo Paese, venne convinta da una coppia italo-etiope a seguirla in Italia. Una volta a Roma, è stata privata del passaporto. Poteva uscire, ma solo per fare commissioni. Non è mai stata pagata, e quando è fuggita soffriva di dernatite perchè aveva dovuto lavare tuttto a mano, in acqua fredda. La coppia riceveva persone che lavoravano all’ambasciata etiope, e che davano maggior credito alle minacce: "Creeremo problemi alla tua famiglia in Etiopia". Una dipendente dell’ambasciata, che durante il processo aveva testimoniato a favore dei datori di lavoro dicendo che trattavano A. come una figlia, è stata da noi denunciata per falsa testimonianza. A. aveva provato più volte a chiamareil 113, ma la sua scarsissima conoscenza dell’italiano (la coppia, con lei, parlava solo etiope, proprio per impedirle di apprendere la nostra lingua)non le aveva consentito di esporre la situazione. Finché, dopo otto anni di angherie, la fortuna non l’ha aiutata. Un funzionario di un’associazione etiope ha telefonato a casa per altre ragioni, e A. ha risposto. Normalmente le era proibito, ma in quel caso pensava che all’altro capo del ricevitore ci fosse la padrona. Così, tra anni fa, ha potuto raccontare tutto a una persona che parlava la sua lingua, e l’ha convinta a scappare. A. è stata assistita da una rete di connazionali. I sindacati hanno riconosciuto che la coppia le doveva, tra stipendio e contributi, oltre 60 mila euro. Il processo penale è ancora in corso. Quando è fuggita era una larva umana, ora è serena. Ha il permesso di soggiorno e lavora, regolarmente assunta, da un’anziana. Che davvero la tratta come una figlia

Il Comitato contro la schiavitù moderna (Ccsm, tel. 02.763.170.47 o 333.107.4838; e-mail ccsm.segreteria@katamail.com)- coordinato dal Ccem (Comité Français contre l’Esclavage Moderne) assieme a strutture analoghe in Spagna e Belgio – in Italia registra un centinaio di casi, di cui la stragrande maggioranza segnalati da operatori sociali. Solo nell’ultimo anno ci sono state oltre 20 denunce, necessarie per entrare in comunità ed essere inserite in un programma di protezione. Secondo una ricerca del Ccsm, le vittime (che non necessariamente si rivolgono all’autorità giudiziaria) sono soprattutto africane (58%), seguite da latinoamericane (18%), filippine (6%) e indonesiane (ancora 6%). La fascia più frequente è tra i 18 e i 25 anni (41%); il 24% ha tra i 26 e i 40, il 6% è minorenne. I datori di lavoro sono al 94% italiani, mentre in altri casi spesso lavorano presso famiglie di diplomatici: «Costoro hanno la possibilità di far venire i loro domestici. La pratica internazionale consente il rilascio di un titolo di soggiorno, che lega le colf ai datori di lavoro. Così, se il rapporto si interrompe, si ritrovano in una situazione irregolare»).

Che cosa fa lo Stato italiano per quese persone? «La nostra comunità riceve 150 mila euro l’anno grazie ai fondi stanziati dal dipartimento per le Pari opportunità per i progetti legati all’articolo 18 della legge sull’immigrazione», spiega don Cesare Lodeserto, fondatore di Regina Pacis. «La norma stabilisce che, se l’immigrato si trova in una situazione di sfruttamento o di schiavitù, può entrare in un progetto di protezione sociale». Della legge hanno finora usufruito circa 1.300 donne, per la maggior parte prostitute. «Di schiavitù si parla nell’articolo 600 del Codice Penale», spiega l’avvocato Giuseppe Campanelli, che ha lavorato con il Ccsm. «Era diventato un articolo residuale, uno di quelli che prevedono reati desueti. Invece, con la balcanizzazione del mercato della prostituzione, il 600 è tornato di attualità. Prevede che chi riduce qualcuno in schiavitù sia punito con la reclusione da 5 a 15 anni. Di recente, nell’articolo sono state inserite disposizioni su prostituzione, pornografia minorile e turismo sessuale. Questa noprma, però, è difficile da applicare alle colf, perchè fa riferimento a una riduzione in schiavitù totale, più simile alla situazione delle prostitute. Così, la prassi giudiziaria è di far riferimento all’articolo 572 del Codice Penale, sui maltrattamenti in famiglia o verso i fanciulli, puniti con la reclusione da 1 a 5 anni: Insomma, c’è un vuoto legislativo: il 600 è troppo, il 572 troppo poco». «Per questo», commenta Marcello D’Amico del Ccsm, «è ora in discussione in Senato una modifica dell’articolo 600, già approvata dalla Camera a dicembre». Due disegni di legge, presentati rispettivamente da Anna Finocchiaro (Ds) e Stefania Prestigiacomo (Fi), sono stati unificati dalla Commissione Giustizia. Il testo vuole introdurre il reato di traffico di esseri umani nell’art.602, e il concetto di servitù (di minor gravità rispetto alla schiavitù) nell’articolo 600. Che cosa si intende per servitù? Cita D’Amico: «Una condizione di soggezione continuativa derivante da circostanze di fatto che, valutate in relazione alla situazione personale, limitano la libera determinazione del soggetto, costringendolo a rendere prestazioni lavorative o sessuali». Proprio il caso di S. e di A.