Una riforma per la modernizzazione delle professioni – di R.Orlandi

11/12/2002

ItaliaOggi (Lavoro e Previdenza)
Numero
293, pag. 32 del 11/12/2002

Roberto Orlandi

vicepresidente portavoce del
Cup e presidente del
Consiglio nazionale degli agrotecnici
e degli agrotecnici laureati
e-mail:
agrotecnici@mbox.queen.it

Che eviti conflitti tra diversi poteri legislativi.
Una riforma per la modernizzazione delle professioni

L’analisi storica del sistema ordinistico, che l’ottimo Barelli ha svolto su ItaliaOggi del 5 dicembre, è senza dubbio corretta. Negli ultimi 30 anni il numero degli iscritti negli Albi professionali (non tutti liberi professionisti puri) si è notevolmente accresciuto e per talune categorie, quali, per esempio, gli avvocati si è quasi moltiplicato.

Contemporaneamente lo svilupparsi di nuove tecnologie, soprattutto informatiche (programmi di calcolo, di analisi, Autocad ecc.), ha inciso profondamente nell’esercizio di alcune professioni, tecniche e sanitarie in primo luogo, standardizzando, e perciò quasi svilendo, funzioni e attività prima affidate all’assoluta prevalenza dell’intuitus personae del professionista.

È logico quindi che il corpo professionale, composto da professioni fra loro diverse (che avranno mai in comune, per esempio, gli avvocati e gli agrotecnici?) e assai più diversamente sollecitate dai mutamenti sociali, economici e tecnici, tendesse a frantumarsi e segmentarsi nel quotidiano confronto con i propri problemi, diversi da quelli della professione vicina.

E non si trattava di distinzioni di poco conto: per esempio talune professioni tecniche ritenevano indispensabile poter svolgere la loro attività tramite società con socio terzo di capitale, altre professioni inorridivano solo all’idea.

Su questo punto, sulla crescente diversità fra le professioni, che si è giocata, e direi vinta, la prima sfida del Cup: quella di mantenere unito, nei suoi minimi comuni denominatori, un sistema professionale altrimenti destinato a disgregarsi.

E il comune denominatore del mondo professionale regolamentato, desidero ricordarlo, è rappresentato dallo svolgere compiti di interesse pubblico, e in primo luogo quello di tutelare il cittadino-utente del servizio professionale, della qualità della prestazione ricevuta nonché garantirlo dalle asimmetrie informative tipiche di questo settore.

I fenomeni evolutivi prima descritti non erano, da soli, comunque in grado di fibrillare un sistema professionale assolutamente capace di assorbire queste nuove sollecitazione; il punto di crisi si è manifestato con l’entrata in vigore del dpr n. 29/93 che ha assimilato al comparto della pubblica amministrazione gli Ordini e i Collegi professionali, i quali, fino ad allora, ritenevano di poter svolgere alcune limitate (ma fondamentali) funzioni di interesse pubblico e altre di natura privata, dove questa distinzione era il punto di equilibrio fra la rappresentanza istituzionale e il controllo degli iscritti.

Il dlgs 29/93 ha avuto il torto (o il merito, a seconda dei punti di vista) di spazzare via l’equilibrio prima esistente e di spostare, di fatto, il baricentro del sistema degli ordini verso i compiti di controllo.

È pur vero che vi sono autorevoli studiosi i quali ritengono che il problema non stia tanto nel dlgs 29/93, ma nella sua applicazione, e personalmente condivido questa tesi, salvo dover prendere atto che, comunque, essa non giova a modificare lo stato delle cose.

Dopo aver tentato, vanamente (ricordo il parere n. 1587/95 del Consiglio di stato, di contrario avviso), di sottrarsi a quell’eccesso di burocratizzazione, gli ordini si sono trovati costretti a esercitare con più difficoltà il ruolo di rappresentanza istituzionale che pure gli competeva, stretti com’erano nella morsa di un sistema che li assimilava alla p.a., con le seguenti conseguenze: stipula d’ogni tipo di contratto dopo gare con procedure di pubblica evidenza, pedissequa osservanza delle disposizioni legislative loro proprie (che però spesso risultavano mute o inesistenti su questioni fondamentali), sottoposizione all’intervento della magistratura amministrativa e contabile, finanche asservimento alle circolari della funzione pubblica, pensate per ben diversi enti e perciò capaci di produrre risultati talvolta pirandelliani (come l’obbligo di dotare di pianta organica piccoli ordini privi di dipendenti, ovvero di misurare i carichi di lavoro dei subordinati anche laddove non ve ne erano).

Ma siccome il ruolo di rappresentanza istituzionale non era venuto meno, ma era diventato o fatto diventare di difficile esercizio, si sono così potute sviluppare quelle mostruose contraddizioni cui facevo riferimento nell’intervento precedente, esemplificate nel contemporaneo controllo della Corte dei conti sugli ordini, al tempo stesso qualificati dall’Antitrust come associazioni di imprese, e quindi sottoposti alla disciplina della concorrenza di mercato.

A onor del vero occorre ricordare che a quell’assurda qualificazione dell’Antitrust non fu estraneo anche un particolare clima politico avvelenato, che si era lungamente incubato intorno agli ordini e che trovò inequivocabile espressione nel Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria) 1999-2001, del governo di allora, nel quale si invocava la liberalizzazione degli ambiti delle professioni (dove per liberalizzazione si intendeva, in realtà, lo smantellamento tout court del sistema vigente). Tempi passati (ma da non dimenticare).

Ed è questa, della risoluzione di siffatte contraddizioni, la seconda sfida che il Cup è impegnato ad affrontare e che si gioca tutta non certo riportando indietro le lancette della storia, come da qualcuno sostenuto, ma modernizzando il sistema delle professioni regolamentate, facendo convivere in esse, in modo equilibrato, le funzioni che hanno rilevanza pubblica e quelle più segnatamente estranee a questa sfera.

In realtà il quadro si presenta assai più complesso, perché non si tratta solo di mettere ´ordine negli ordini’, ma di farlo all’interno di un mutato quadro economico, sociale e istituzionale, quest’ultimo rappresentato da due linee di confine, l’una rappresentata dalla legislazione europea e dalle direttive conseguenti, l’altra dal potere legislativo concorrente posto in capo alle regioni del novellato art. 117 della Costituzione.

A chi osserva che, dunque, le difficoltà da affrontare sono pari al voler cambiare le gomme a un’auto in corsa, rispondo che probabilmente è vero, ma anche che ci sono le condizioni per riuscire nell’impresa di fare, presto, una buona riforma.

Il Cup di Nicola Buccico prima e di Raffaele Sirica adesso ha molto lavorato in funzione di questo obiettivo. Le forze politiche sono tutte consapevoli che un corpo sociale di professionisti, capace di produrre un volume d’affari equivalente all’11% del pil, non può essere mortificato e che, anzi, questo corpo sociale è in grado di produrre occupazione e ricchezza per il paese.

Che dopo anni di estenuanti (ma non inutili) dibattiti ci sono tutte le condizioni per fare quella riforma, diventata ormai ineludibile.

Per rispondere a Barelli e alla sua positivamente provocatoria domanda (´Basterà una legge a risolvere tutti i problemi?’), osservo che, evidentemente no, non basterà una legge di riforma, ma anche che questa è atto indispensabile perché si creino le condizioni per superare i problemi odierni.

Non vi sono, probabilmente, soluzioni semplici e univoche a problemi così complessi, quel che è certo è che occorre precisare, ferma la prevalenza del diritto comunitario, quali siano le limitazioni possibili e necessarie a garanzia degli interessi generali sottesi alle attività intellettuali (e principalmente: la tutela del cittadino nel rapporto con il professionista); occorre definire la cornice-quadro entro la quale possa svilupparsi in modo armonico la legislazione concorrente regionale; occorre infine risolvere in positivo le questioni poste dalle associazioni delle cosiddette nuove professioni, distinguendo ciò che è nuovo da ciò che non lo è, ciò che è professione intellettuale da ciò che è altro.

Su questo punto non sono ammesse cortine fumogene o mistificazioni, perché la questione è seria; l’agricoltura stagna, l’industria recede, l’unico settore che cresce e crea nuova occupazione è quello dei servizi e dei servizi professionali in particolare, tanto che non è enfatico definire i professionisti come il ´corpo sociale marciante’ dell’economia di un paese moderno. Credo, infine, che il mondo delle professioni regolamentate sia più avanti, sia più maturo e consapevole di qualsiasi riforma.

Chi descrive gli ordini e collegi come consorterie chiuse in se stesse, come un notabilato impaurito dal nuovo, attergato all’interno di fragili confini, non ha capito quale profonda modificazione sia avvenuta in questi anni all’interno dei gruppi dirigenti delle professioni regolamentate.

Non certo in tutte, ma nella maggior parte delle professioni non c’è la paura di una riforma, ma la spinta a realizzarla; non c’è timore della concorrenza, già vissuta e vinta ogni giorno; non c’è alcuna remora a confrontarsi con chichessia, consapevoli di non sfigurare. Le nostre casse di previdenza hanno conti in ordine, quasi tutti i nostri albi hanno ormai ovunque aperto le porte a titoli nuovi (con la riforma operata dal dpr n. 328/2001) e aspettiamo con ansia di poter esercitare la professione anche tramite specifici strumenti societari e con società multiprofessionali. Serve però costruire prima un quadro legislativo coerente, che consenta al nuovo di emergere, crescere e svilupparsi, che eviti per quanto possibile le disarmonie e i conflitti fra i diversi poteri legislativi.

Che è precisamente quanto stiamo cercando di fare, aperti al confronto con tutti gli altri soggetti presenti sulla scena.