Una Repubblica fondata sui precari (B.Ugolini)

29/04/2005
    venerdì 29 aprile 2005

      Una Repubblica fondata sui precari
      Sono cinque milioni in Italia i lavoratori che non hanno diritti e sono appesi a un posto a tempo
      Ecco le storie di un dramma: medico per 1.100 euro, maestra a chiamata, impiegato usa e getta
      Anche la Confindustria lancia l’allarme sull’economia: siamo tornati ai livelli di trenta anni fa

        Bruno Ugolini

          C’è un assordante silenzio, tra i tanti patetici e generici propositi del "centrodestra bis", esposti in Parlamento in queste ore, nel disperato tentativo di ritrovare slancio e consensi elettorali.
          Tale silenzio riguarda quella che sta diventando, accanto al Mezzogiorno e dentro lo stesso Mezzogiorno, una vera e propria emergenza nazionale: il lavoro. Un lavoro che non c’è e quello che c’era e che è stato ridotto ad una colossale diaspora, ad una catasta di pericolosa precarietà, ad una frammentazione insostenibile.

            Come testimoniano le molte storie raccolte dal nostro giornale e che pubblichiamo oggi. Sono testimonianze di vita, spesso intrise d’angoscia e disperazione. Raccontano l’insicurezza, la paura, l’assenza di un futuro. Sono il frutto di una politica, di una scelta. L’hanno chiamata pomposamente riforma del lavoro.

              E’ stata, in realtà, una moltiplicazione incredibile dei rapporti di lavoro che ha ridotto tutele e diritti e non ha aiutato nemmeno le imprese. Ha aumentato, per esempio, il contenzioso giuridico, il ricorso ad avvocati e magistrati, incrementando noie e spese a carico degli stessi imprenditori. Tanto che le associazioni imprenditoriali, Confindustria in testa, oggi non offrono al governo in carica i loro ringraziamenti su un piatto d’argento, anzi innalzano contestazioni, critiche, denunciano attese tradite.

                Perché questo atteggiamento di sostanziale sfiducia? Perché molti di loro hanno capito che quel decantato "patto di Parma", tra Silvio Berlusconi e Antonio D’Amato e in cui erano state celebrate pretese idee eguali, era una minestra riscaldata. Ora si sono resi conto che le facilitazioni dell’"usa e getta" nel mercato del lavoro, servono a ben poco. La possibilità per il tessuto produttivo di costruire una prospettiva salda, capace di tenere, di non durare pochi sprazzi di tempo, non passa per queste ricette da Terzo Mondo, non può fondarsi su una manodopera sfiduciata, umiliata, sottoposta a continui giri di valzer, da un posto di lavoro all’altro.

                  Una crescita solida ha bisogno di lavoratori magari "fidelizzati" come dicono certi sociologi con un brutto neologismo. Ha bisogno, soprattutto, d’operai, tecnici, collaboratori, con cervelli "pensanti", forniti di una formazione professionale continua, permanente. Questa è la carta decisiva, altro che il "job call" o lo "staff leasing", o i Co.Co.Co. o i Co.Co.Pro. E’ su questo piano che si combatte e si vince la sfida della competitività. Una sfida (la competitività) nella quale l’Italia è passata dal ventiseiesimo al quarantasettesimo posto.

                    Ed è con tale carta che si sarebbe potuto dar vita ad una flessibilità positiva, non all’attuale giungla di precarizzati. La dissennata politica governativa è riuscita nella bella impresa di rendere quasi impronunciabile proprio la parola "flessibilità" (così come ha fatto con un’altra nobile parola: "federalismo"). Perché appunto "flessibilità" è diventata sinonimo di precarietà, d’assenza di diritti e tutele (e "federalismo" sinonimo di rottura dell’unità nazionale e di punizione per il Sud).

                      La flessibilità doveva essere un’altra cosa, un modo di lavorare, inesorabilmente connesso (sorpassate le frontiere del fordismo) ad un nuovo modo di produrre, a nuovi sviluppi tecnologici, in tempi di globalizzazione e di mutamenti continui, di rapporti diretti tra il prodotto e il mercato. Doveva essere una flessibilità che premiava quelli che si rendevano disponibili a gestire, anche con margini d’autonomia creativa, il proprio lavoro. E soprattutto metteva loro in mano la possibilità di sviluppi e scambi professionali. Consegnava loro un passaporto, fatto di saperi acquisiti, perfezionati, in vista di una nuova certezza. Non li proiettava nell’inferno della precarizzazione.

                        Non è andata così. Invece di mettere mano, come ci si poteva aspettare da un governo serio, a progetti di formazione permanente, a tutele e diritti capaci di accompagnare il mondo dei nuovi lavori, ad ammortizzatori sociali adeguati, hanno costruito una giungla sempre più estesa, impraticabile.

                          Non sarà facile disboscarla. Ma bisognerà farlo. Già lo fanno in parte i sindacati con gli strumenti della contrattazione che spesso riescono a saltare a piè pari le circolari del ministero del Lavoro e ad imporre primi diritti elementari. E spetterà al futuro (speriamo) governo di centrosinistra affrontare una tale emergenza. Magari lasciando perdere le false divisioni tra chi parla semplicemente di "cancellare" e chi scuote il capo e teme di essere accusato di "disfattismo".

                            E’ chiaro che non basterà un decreto capace di eliminare la legge Trenta per trasformare subito dopo l’esercito dei precari in tanti detentori di un posto fisso e permanente. Il compito sarà quello, faticoso, di smantellare e ricostruire nello stesso tempo, attuando davvero quel dialogo con i sindacati che il berlusconismo ha cancellato. Senza raccontare fin da ora frottole ai ragazzi che saltano da un lavoro all’altro, ma anche ai cinquantenni che invano tentano di riciclarsi rispetto ai loro vecchi lavori, senza che nessuno li aiuti a ritrovare sbocchi professionali adeguati. Non serviranno le favole di un paradiso a portata di mano, tanto care agli attuali governanti. Servirà fissare passi concreti verso un orizzonte non fumoso. Servirà precisare un progetto di società nel quale chi lavora, chi in sostanza produce ricchezza, possa ritrovare se stesso, un proprio ruolo, la propria libertà di esistere con dignità.