Una questione di credibilità – di Paolo Franchi

02/07/2002

2 luglio 2002



Una questione di credibilità
di PAOLO FRANCHI
      Ogni cronista con un po’ di mestiere lo sa: da noi non c’è quasi uomo politico, non c’è quasi uomo di governo che, a registratore spento, non si lasci andare e non dica di tutto, e anche di più. Specie se è in missione all’estero. Ma quel che ha detto sabato Claudio Scajola a Cipro non ha davvero precedenti. E supera di gran lunga la più fervida delle immaginazioni. A causa delle sue sciagurate parole, la vicenda già oscura e peggio che inquietante delle lettere di Marco Biagi ha assunto caratteri agghiaccianti. Mai, davvero mai, la credibilità del governo di cui Scajola è ministro, e fino all’ultimo episodio anche apprezzato, era precipitata tanto in basso. Mai, davvero mai, l’opinione pubblica aveva guardato con tanta (legittima) preoccupazione alle condizioni in cui versa un Paese nel quale gli assassini sono in libertà, le indagini versano nello stato in cui versano, nulla si capisce del perché e del per come Biagi fosse costretto ad invocare senza successo una vigilanza adeguata, e il ministro degli Interni non trova di meglio che dare del rompicoglioni alla vittima. Insistiamo. Non è stata solo la famiglia di Biagi a indignarsi, seppure in silenzio, ma tutta, proprio tutta l’opinione pubblica di destra, di centro e di sinistra. E al disagio degli italiani ha dato voce ieri, nelle forme che gli sono proprie, il capo dello Stato. Ci piacerebbe poter dire che le scuse (a dir poco tardive) di Scajola alla famiglia bastano, se non ad archiviare la questione, quanto meno a sdrammatizzarla, traendola fuori dal tragicomico balletto delle dimissioni offerte telefonicamente da un ministro convinto che all’origine di tutto ci sia una congiura di partito in suo danno, e respinte, sempre telefonicamente, dal presidente del Consiglio. Ci piacerebbe veramente. Ma purtroppo non è e non può essere così. Ed è bene dirlo a chiare lettere subito, prima del confronto parlamentare in programma per domani, e che si annuncia (è un eufemismo molto cortese) tesissimo.
      In gioco è il governo. La sua credibilità. La fiducia che possono nutrire nei suoi confronti tanto gli elettori della Casa delle Libertà quanto chi, non avendola votata, resta tuttavia convinto che un governo, qualsiasi governo, sia il governo di tutti, istituzionalmente tenuto quindi a garantire tutti gli italiani. E il tema su cui tutto ciò è in gioco non è davvero, ripetiamo, un tema qualsiasi. Stiamo parlando del terrorismo. Di come si lotta contro il terrorismo, tenendolo rigorosamente fuori dai conflitti politici e sociali, anche i più aspri; di che cosa si fa per preservare, nei limiti del possibile (che sono ampi, perché i terroristi non sono un esercito), la vita dei suoi bersagli e, nel caso più doloroso, di che cosa si fa per assicurare alla giustizia gli assassini.
      Di questo pensavamo, dopo la pubblicazione delle missive di Biagi, che il Parlamento avrebbe dovuto discutere, con la massima serenità e con la massima severità: e ci sembrava già pessima cosa che una simile discussione avesse luogo in un clima torbido. Sbagliavamo per difetto: c’è di peggio. Non siamo tra quelli che invocano a ogni piè sospinto le dimissioni (vere, non telefoniche) di un ministro, ed è anche probabile che lo stesso Scajola qualche ragione l’abbia, quando lascia intendere che, in questa storia, non ci vede chiaro. Ma riesce difficilissimo immaginare come potrebbe, il ministro degli Interni, restare al suo posto. E quali argomentazioni potrebbe portare, in favore di una simile eventualità, il presidente del Consiglio. Non sappiamo se Silvio Berlusconi possa, e voglia, annunciare una svolta credibile, così credibile da far risultare normale o quasi che un governo, il suo, perda per strada in un anno il ministro degli Esteri e quello degli Interni. Anzi: pensiamo che le cose non andranno così. Nel qual caso, non si tratterà di una vittoria in condizioni difficilissime, ma di una sconfitta.


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