Una previdenza «a misura d’individuo»

21/06/2002





Una previdenza «a misura d’individuo»
di Elsa Fornero

Nel corso dei prossimi decenni lo scenario previdenziale europeo è destinato a subire forti cambiamenti, indotti in parte da fenomeni demografici (l’invecchiamento in primo luogo, ma anche l’immigrazione) e in parte dalla spinta a ricercare maggiore efficienza: ossia a liberare i tradizionali sistemi di Welfare dal peso di oneri impropri e di forme implicite di tassazione, senza peraltro rinunciare alla solidarietà che ne ha rappresentato il tratto più positivo. Coordinamento europeo. Anche se le riforme dei sistemi previdenziali pubblici a ripartizione sono materia di decisione dei singoli Stati, l’Europa è alla ricerca di princìpi comuni; sia pure con il blando metodo del "coordinamento aperto", che significa soprattutto confronti e discussioni tra politici e funzionari, al fine di creare un terreno comune di definizioni, dati e best practices. Tali riforme, richieste in primo luogo da ragioni di stabilità finanziaria, creeranno spazio per il mercato previdenziale, ovvero per l’accumulazione di risorse sia nei fondi pensione a carattere occupazionale, sia nelle più nuove forme previdenziali individuali (le cosiddette "fip"), già conosciute negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, ma ai primi passi nella maggior parte dei Paesi europei continentali. Il mercato previdenziale rappresenta al tempo stesso un’opportunità e un rischio. Un’opportunità perché consente ai soggetti di realizzare un’effettiva diversificazione della ricchezza pensionistica, costituendo una componente a capitalizzazione accanto ai diritti maturati nel sistema pubblico della ripartizione. La prima componente si giova dei rendimenti dei mercati finanziari, la seconda della crescita economica. In mancanza di una perfetta correlazione tra queste due variabili, ciascun "portafoglio previdenziale" può realizzare una migliore combinazione rendimento/rischio. Tale diversificazione – rispondente alla saggezza convenzionale che induce a "non mettere tutte le uova nello stesso paniere" – finora è stata sostanzialmente consentita solo ai redditi elevati, per i quali era normale che il pacchetto contrattuale contemplasse la pensione integrativa a capitalizzazione. Con l’avvio dei fondi pensione e delle fip essa dovrebbe divenire accessibile anche ai redditi medio-bassi, migliorando la posizione dei lavoratori; purché, ovviamente, i rischi siano contenuti. Un mercato "sottile". A tal fine tuttavia è richiesto che il mercato previdenziale si affermi su solide fondamenta di conoscenza, professionalità, trasparenza e competizione: condizioni non ancora sufficientemente sviluppate, nel nostro come in altri Paesi europei. Allo stato attuale i mercati previdenziali sono estremamente "sottili", oltre che caratterizzati da un’imperfetta e incompleta informazione e da una cospicua dose di rischio. Il rischio non è solo quello ben noto, anche se sgradevole, della volatilità dei rendimenti, che incide sul montante accumulato al momento del pensionamento: è anche demografico. La pensione privata, infatti, si ottiene convertendo tale capitale in una rendita il cui valore riflette la longevità attesa al pensionamento. Ma quale longevità? Specifica a ciascun genere, dato che le donne vivono più degli uomini? Specifica a ciascuna professione, dato che talune professioni sono meno usuranti di altre? E come tenere conto del fatto che la mortalità è in genere negativamente correlata al reddito, così che i ricchi vivono in media più dei poveri anche nelle società occidentali? All’alba di una nuova stagione previdenziale molti di questi problemi rimangono sostanzialmenteirrisolti.Acominciare dall’apparentecontraddizione tra le implicazioni della teoria economica: e in particolare di quella conosciuta come "ciclo vitale del risparmio" di Franco Modigliani. Questa contraddizione tra la rendita come forma di ricchezza che dovrebbe dominare su tutte le altre e la realtà di mercati sempre invocati ma che faticano a decollare ha molte possibili spiegazioni: la generosità delle pensioni pubbliche (perché gli individui dovrebbero volere una pensione privata, quando quella pubblica è così generosa?); le imperfezioni dei mercati, che possono essere tali da trasformare, attraverso caricamenti espliciti e impliciti, un prodotto dominante in un prodotto dominato; il fatto che si può preferire il capitale in somma unica piuttosto che la rendita (questa è una delle possibili spiegazioni della scarsa disponibilità dei lavoratori a dirottare il trattamento di fine rapporto, o Tfr, verso la previdenza integrativa). La politica può cercare di modificare questo stato di cose, e in parte lo ha già fatto: riducendo la generosità del sistema previdenziale pubblico, introducendo una disciplina ad hoc del mercato previdenziale, disponendo benefìci fiscali per questo tipo di risparmio. Gli stessi operatori del mercato – assicurazioni, banche e gestori finanziari – possono dare un contributo al processo cercando di innovare sui prodotti, tagliare i costi, fornire nuove forme di garanzia a prezzi non esorbitanti, impegnandosi in forme di marketing trasparenti e responsabili, anziché meramente aggressive e forse indebitamente illusorie. Il convegno di Torino. Solo un’analisi rigorosa di tutti questi aspetti del mercato può evitare che si precostituiscano alibi in negativo, da parte di coloro che del mercato sono in generale poco amici, o in positivo, da parte di coloro che ne hanno una fiducia fideistica, salvo poi scoprirne le magagne quando le prospettate rosee aspettative non si sono realizzate. A questi temi è dedicato il convegno internazionale sul mercato delle rendite che si è aperto oggi a Torino, e si concluderà domani. Una simile riflessione s’impone per due importanti ragioni: siamo all’indomani della proposta di una direttiva europea in materia di fondi pensione che disegnerà i princìpi costitutivi per questa forma di previdenza in Europa, mentre in Italia si è aperta la discussione sulla delega previdenziale, il cui "piatto forte" è rappresentato dal dirottamento forzato del Tfr verso forme previdenziali integrative. Ma soprattutto s’impone per impostare correttamente i rapporti tra Stato e cittadini nell’ambito della cosiddetta protezione sociale, e restituire ai singoli una parte di quella responsabilità – e relativa dignità – che l’utopia della tutela "dalla culla alla tomba" ha fatto dimenticare.

Venerdí 21 Giugno 2002