Una mano tesa per riprendere il confronto

24/05/2002





analisi
Flavia Podestà

(Del 24/5/2002 Sezione: Economia Pag. 3)
L´ARTICOLO 18 ANCORA AL CENTRO DEL CONFRONTO FRA LE PARTI SOCIALI: È UN «SENTIERO STRETTO MA INELUDIBILE»
Una mano tesa per riprendere il confronto
Confindustria cambia i toni: la polemica ostacola la modernizzazione

NESSUNA svolta, buona svolta. E´ solo con un titolo paradossale che si può sintetizzare la valutazione dell´intervento di Antonio D´Amato all´assemblea plenaria della Confindustria. Il paradosso si spiega con il fatto che la relazione del presidente della Confindustria richiede un duplice piano di lettura. A prima vista, chi si attendeva un segnale di svolta forte sul terreno della riforma dell´art. 18 – che ha portato al muro contro muro coi sindacati e costretto lo stesso governo in un vicolo cieco da cui è difficile uscire – è stato deluso. D´Amato non è tornato sui suoi passi: ha ribadito, invece, che l´articolo 18 resta «un punto d´attacco importante, un sentiero stretto ma ineludibile, per avviare il circolo virtuoso della crescita». Letta in controluce, però, l´affermazione del presidente della Confindustria è solo una virgola in una relazione di 59 pagine: posta con immutata convinzione, ma anche senza enfasi aggiuntive. Il tema che, solo due mesi fa, aveva gelato il faccia a faccia tra Confindustria e sindacati presso l´Unione Industriali di Torino è diventato, ieri, semplice interiezione. Non è una trasformazione da poco per chi, come Confindustria – brandendo quell´articolo come una clava – ha fomentato per mesi una sorta di duello rusticano con Cgil, Cisl e Uil, coinvolgendo anche il governo nello scontro sfociato nello sciopero generale: le convinzioni restano, ma sono veicolate in guanti di velluto. Questo non è che il primo dei segnali – misurati ma inequivocabili – cui D´Amato ricorre per raggiungere i traguardi che non poteva mancare davanti alla sua base associativa: favorire la riapertura del dialogo sociale in una fase di perdurante debolezza dell´economia, il cui tasso di sviluppo «è assolutamente insoddisfacente»; smarcarsi un po´ dal governo per evitare le accuse di appiattimento su Silvio Berlusconi, che dalla sua ha la capacità di far presa sulla platea come nessun altro premier. Su entrambi i terreni, una lettura a botta calda del discorso di D´Amato potrebbe indurre ad escludere che il presidente di Confindustria abbia offerto percorsi nettamente alternativi rispetto alle Assise di Parma, dato che anche un mese fa aveva negato di lavorare per mettere ai margini il sindacato; ed aveva spronato il governo a maggior impegno sulle riforme strutturali come premessa per il rilancio dell´economia. Le sfumature colte in filigrana sono, invece, rilevanti. La correzione più vistosa è rivolta alla controparte sindacale. D´Amato rimodula completamente l´approccio e i toni. Ribadisce di «dover e voler dialogare»; dà ampi riconoscimenti alla «legittimazione» che il movimento sindacale ha conquistato in Italia grazie al contributo offerto «alla lotta al terrorismo, e al risanamento finanziario del Paese»; rinuncia alla polemica anche quando rileva che le organizzazioni sindacali «troppe volte sono state di ostacolo alla politica di modernizzazione». Soprattutto, parlando genericamente di «sindacato» – ed evitando accuratamente la trappola delle sigle (Cgil, Cisl, Uil) che facilitano i distinguo tra i buoni e i cattivi – sembra voler sgombrare il confronto dalla caccia alle streghe e dal sospetto di lavorare per la rottura dell´unità sindacale. Anche nei confronti del governo, però, D´Amato sembra aver rimesso la barra al centro. Le dichiarazioni di sintonia di fondo con il governo e gli apprezzamenti per quanto fatto in questo primo anno sono numerose come in passato, né potrebbe essere diversamente posto che il programma di Berlusconi sembra costruito sul manifesto presentato due anni fa da Confindustria: sempre a Parma. Vengono però accompagnate, per la prima volta, dall´enunciazione di perplessità e di sia pur timide censure: «sulla politica degli annunci», non seguita da interventi concreti, per esempio; sulla «vaghezza dei tempi e delle modalità delle tappe intermedie della riforma fiscale» di Tremonti; sulla potenziale inefficacia di «una riforma previdenziale basata solo sugli incentivi»; sulla «eccessiva onerosità» dell´ultimo «contratto del pubblico impiego»; sulla apparente refrattarietà «alle riforma di struttura»; sui «rischi insiti nella transizione al federalismo» di cui si auspica «una rilettura» per evitare che si traduca «in un danno» fatto di «più vincoli e più veti, di tasse crescenti e maggiore spesa pubblica». Il mutato clima nei confronti del sindacato e il passaggio da un´adesione acritica (che non giovava nemmeno a Berlusconi) ad una collaborazione costruttiva nei confronti del governo, rappresentano una svolta politica importante per Confindustria. Scalando di un´ottava i toni e rimettendo la barra al centro nei rapporti sia con la controparte sindacale sia con l´esecutivo, D´Amato ha posto le premesse perché la concertazione possa ripartire su basi nuove. Poco importa che alla svolta sia stato sospinto anche dagli inviti a promuovere la ripresa del dialogo, stante le necessità multiple delle imprese, che gli sono giunti – nell´assemblea privata – da Andrea Pininfarina e da Elio Catania: D´Amato non li avrebbe raccolti se non ne fosse stato convinto. Quello che conta è che le premesse per riannodare i fili del dialogo e studiare insieme il ventaglio complessivo delle riforme, siano state cavalcate dal premier che – a dispetto di allungare i tempi delle scelte concrete – ha ribadito di voler cercare «il massimo consenso» sulle riforme di struttura; e di voler superare anche lo scoglio dell´articolo 18. In che modo non è dato sapere. Un suggerimento l´ha offerto D´Amato, auspicando l´esame contestuale dell´articolo 18 e degli ammortizzatori sociali, degli incentivi, del part time. In Confindustria si fa largo la teoria del doppio binario: aprire subito il confronto sui 9 punti del Libro Bianco, per trovare contestualmente un armistizio sul 18. Lo accetterà mai il sindacato? D´Amato e compagni sono convinti di sì, perché la prospettiva di «una crescita a bassi profitti e, dunque, a bassi margini per il 2003» significa solo – senza riforme – più tagli e più disoccupazione: a quel punto sarebbe «la forza delle cose» a mettere i sindacati «in fuori gioco».