«Una firma ma a due condizioni»

27/06/2002




Giovedí 27 Giugno 2002

Lavoro – Pezzotta attacca: fare referendum non spetta ai sindacati – Sì all’intesa, slitta la data del 2 luglio
«Una firma ma a due condizioni»
Avviso comune al termine della sperimentazione sulla flessibilità e «correzioni» alla norma sull’outsourcing
          ROMA – Dopo aver portato a casa un «sì» alla sua linea trattativista, ma con un documento che ha tenuto conto dei dissensi, Savino Pezzotta raffredda le attese del Governo. «Il problema non è la data. Capisco che Berlusconi e Maroni hanno fretta di chiudere. Ma ci devono essere le condizioni di merito per firmare. Per questo – ha aggiunto Pezzotta – non so quali saranno i tempi». Sembra così che la data del 2 luglio, designata dall’Esecutivo per la sigla finale dei negoziati e per il via libera al Documento di programmazione economica e finanziaria, sia destinata a slittare forse alla metà del mese prossimo. Non solo perché la Cisl vuole avere tempo per valutare il Dpef ma anche perché sarà necessario un nuovo passaggio agli organismi direttivi prima di una sigla finale all’accordo. Insomma, il documento votato (su 250 votanti, 10 astensioni, tra cui meccanici e bancari e il segretario della Cisl di Milano e un voto contrario del segretario della Fim Lombardia) ha dato mandato di completare la trattativa, non di firmare intese. La polemica con la Cgil non è mancata anche se ieri il leader Cisl ha scelto toni molto pacati. «Prima o poi – ha detto il numero uno di Via Po – dovremo rincontrarci ma ora la spaccatura è netta. Abbiamo idee diverse sul modo di fare sindacato: noi siamo per la partecipazione. Le accuse di voler adottare un modello parastatale, di aver tradito i lavoratori sono infondate. Ci vuole più rispetto, per non lacerare troppo i rapporti». E il rispetto, Pezzotta, cerca di usarlo tutto verso un’iniziativa che non condivide. «La Cgil ha la libertà di fare le sue iniziative, ma non le condivido. Non spetta al sindacato proporre referendum, la nostra via è sindacale». Ieri, poi, quel «prima o poi dovremo rincontrarci» ha quasi anticipato la reazione "unitaria" di Cgil, Cisl e Uil agli allarmi sulla spesa pensionistica lanciati dal Governatore di Bankitalia e dalla Corte dei Conti. Resta, quindi, almeno su questo fronte un terreno di battaglia comune. «È un gettare benzina sul fuoco», dicono in Cisl e le obiezioni coincidono anche con quelle della Cgil che vede veri rischi solo nella delega previdenziale. Nel documento votato ieri da Via Po, infatti, accanto alle condizioni per la firma, si ribadisce una netta contrarietà alla decontribuzione prevista nella delega. I paletti dell’organizzazione di Pezzotta per la firma all’intesa con il Governo riguardano soprattutto il capitolo più delicato, quello sull’articolo 18 (la modifica del Governo prevede una deroga alla legge sui licenziamenti sperimentale, di tre anni, per le aziende che assumendo superano la soglia dei 15 addetti). La condizione della Cisl è di affidare a un avviso comune tra le parti sociali le decisioni sull’articolo 18 al termine dei tre anni di sperimentazione. Un modo per evitare meccanismi di trasformazione automatica di una deroga in modifica strutturale. Ma le preoccupazioni si concentrano anche sulla norma che riguarda le cessioni di ramo d’azienda rese più semplici dal Governo nella delega lavoro. Si arriverà probabilmente a un emendamento del Governo che definirà l’ambito delle esternalizzazioni solo per le «entità economiche con una propria identità». E anche sulla richiesta di un avviso comune al termine dei tre anni di sperimentazione dell’articolo 18 la Cisl dovrebbe incassare un «sì» dall’Esecutivo. Resta l’incognita del Dpef, il riferimento agli stanziamenti necessari per la riforma degli ammortizzatori sociali, su cui la Cisl chiede risorse aggiuntive, Sud, fisco. E restano anche le incognite d’autunno: cosa si deciderà sulle pensioni e quali effetti la spaccatura sindacale produrrà sui rinnovi contrattuali.

Lina Palmerini