Una fabbrica e una città con il fiato sospeso “Scelta obbligata, dobbiamo sopravvivere”

23/06/2010

"Contro camorra e usura nel Sud c´è solo questo lavoro"

POMIGLIANO D´ARCO (NAPOLI) – «Io sono due anni che non vedo più un operaio nel mio negozio. Qui sta morendo tutto». Pasquale Pignatiello, 60 anni, vende abbigliamento per bambini in Via Vittorio Emanuele, la strada principale di Pomigliano d´Arco, provincia di Napoli, città operaia in zona di camorra, a due passi da Acerra, Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano, Casalnuovo. Città sospesa. Più che il sì della fabbrica, Pomigliano, oltre 40 mila anime, aspetta il sì definitivo di Sergio Marchionne, il manager che pensa in inglese e che vuole trascinare Pomigliano dentro la globalizzazione. Le insegne che conducono all´impianto indicano: "Fiat Group Automobiles. Plant Giambattista Vico". Ma non è ancora detto che il sì controvoglia dei cinquemila operai sia sufficiente a trasferire le linee della Panda da Tychy, Polonia profonda, qui nello stabilimento che fu dell´Alfa Romeo statale e diventò dei torinesi della Fiat. Eppure ieri sono andati tutti alle urne.
Tutti al lavoro, formalmente. Per aggiornarsi al World class manufacturing secondo i dettami del giapponese Hajime Yamashina. Astensionismo a livelli tedeschi, ieri: intorno al 2%. La fabbrica che non produce quasi più nulla (la 147 è arrivata al capolinea e della 159 non ne escono più di mille esemplari al mese) si è riempita, al primo e al secondo turno. Il terzo, quello notturno, ancora non c´è. Referendum nella sala paghe, dove ogni mese, in questa terra di contraddizioni che prova a resistere alla modernità, che espone sui balconi le bandiere tricolore insieme a una terrificante disordinata raffica di parabole, un´ottantina di operai riceve lo stipendio ancora con un assegno, praticamente in contanti. Non hanno un conto corrente bancario perché gli istituti non glielo aprono. Facile capire perché.
La crisi che nel mondo si è chiamata dei subprime, qui ha un altro nome che fa anche più paura: usura. Don Peppino Gambardella è il parroco della chiesa di San Felice in Pincis, proprio all´inizio di Via Vittorio Emanuele. Sulla porta della parrocchia ha attaccato un manifesto che invita ad iscriversi all´Associazione antiracket e antiusura «Pomigliano per la legalità Domenico Noviello», l´imprenditore ammazzato dai casalesi per aver denunciato l´estorsione. «L´usura è un fenomeno sotterraneo, non ha volto», ci dice. «Tanti operai in cassa integrazione non hanno più i soldi per pagare il mutuo. Entrano in uno stato di disperazione e finiscono in mano agli usurai. Ma è difficile convincerli a denunciare. Questa è una città che si sta impoverendo e la crisi non è ancora esplosa perché la rete familiare continua a reggere».
D´altra parte con 6-700 euro al mese da due anni a questa parte, da quando Pomigliano è finita ai confini dell´impero e dei progetti del Lingotto-global-player, non si va molto lontano. Operai senza soldi, commercianti che chiudono perché non c´è domanda e perché arrivano prepotenti i grandi centri commerciali, il Vulcano Buono di Nola disegnato da Renzo Piano, l´Ikea ad Afragola, e tutti gli altri. La Fiat, che non ha mai amato questa zona, ha sospeso la vita di Pomigliano d´Arco.
Stefano Porzio ha trent´anni, lavora da cinque, al montaggio della 159. Appare il prototipo del nuovo operaio pomiglianese, quello della tuta bianca e grigia con il logo della Fiat senza più il mitico amaranto dell´Alfa: giovane, senza tessera sindacale, pragmatico. L´assenteismo endemico appartiene alla generazione precedente, al di là dei cliché galoppanti. Eppure Stefano Porzio è uno degli sconfitti in questa storia. Ha detto sì all´intesa separata. Ma l´ha detto così: «È un sì obbligato. Se avessimo potuto votare liberamente avremmo detto tutti no. Ma dobbiamo lavorare: questa è una scelta senza alternativa».
La fabbrica, lì sotto il Vesuvio, è un prolungamento della città. Lo è sempre stata, anche quando all´interno si commerciava, si montavano le auto con i sedili di colori diversi e ci si misurava, nelle frequenti pause con il neo-melodico. E allora tutta la città – rassegnata – ha spinto da giorni per il sì. Si parla del referendum, ma non ci sono le fazioni pro o contro. Tutti sono convinti che sia un pessimo accordo. «Un diktat», come sostiene Don Peppino. C´è anche la questione meridionale. Ciro Di Maio ha 46 anni, moglie e due figli a carico, iscritto alla Cisl. Sconsolato, ha votato sì: «Nel Sud abbiamo solo questo. Lo dobbiamo accettare per forza».
Alle 14 c´è il massimo di affluenza all´ingresso 2, è il cambio tra il primo e il secondo turno. Si scatenano gli oppositori fuori dai cancelli: «Ora e sempre, re-si-sten-za», «Servi dei padroni», «Schiavi». Bandiere rosse di Rifondazione comunista, dello Slai Cobas, dell´Unione sindacale di base, del Partito comunista dei lavoratori per la quarta internazionale. Un flash back nell´altro secolo o forse più. «Almeno nel 1980 fuori dai cancelli di Mirafiori c´erano gli operai», chiosa Giovanni Sgambati, segretario generale della Uilm napoletana che a Pomigliano è il primo sindacato. Dentro, però, gli operai ci sono ancora. E´ che non c´è più la lotta di classe.