Una difesa indecente – di Agazio Loiero

03/07/2002




03.07.2002
Una difesa indecente

di 
Agazio Loiero


 Scajola dunque non si dimette. Non so davvero cosa debba avvenire di più grave perché un siffatto gesto di ordinaria politica si verifichi in Italia. Il fatto è che questo governo tende ad arroccarsi sempre di più, a fare calcoli utilitaristici, affidandosi alla memoria distratta degli italiani.
Il calcolo in questo caso è il seguente: la protesta durerà un giorno, forse due, poi tutto si placherà. Sull’altro piatto della bilancia graverebbero, invece, in caso di dimissioni, elementi destinati a mettere a dura prova l’immagine dell’esecutivo.
Primo. In un anno vanno a casa in maniera traumatica due Ministri, quello degli Esteri e quello dell’Interno. Secondo elemento. Chi avrebbe potuto occupare il posto lasciato libero da Scaiola? Fini? Possibile. Ma cosi Forza Italia non avrebbe perso una posizione strategica? Ammesso che, come con la sostituzione di Ruggero, il premier fosse riuscito a mettere a tacere il Presidente di An e ad operare la successione all’interno del suo partito, chi scegliere tra gli agguerriti colonnelli di Forza Italia? Frattini, Marzano, Urbani? E Scajola, colui che ha ancora in mano il congegno organizzativo del partito, come l’avrebbe presa? Sembrano a prima vista argomenti di bassa cucina politica che stridono con l’impegno planetario che tende a cucirsi addosso il premier. A meno che non si guardi alla Cdl con un po’ di realismo in più e si ammetta che al suo interno c’è una rissa incontenibile e che Berlusconi rischia di apparire come un generale prigioniero della sua truppa.
A parziale consolazione dell’opposizione bisogna però ammettere che, almeno un obiettivo, l’infelice frase di Scajola lo ha conseguito. Ha indotto Berlusconi a venire in Parlamento. Il Parlamento com’è noto, non è il suo luogo dell’anima, dove ama sostare, dibattere, confrontarsi, insomma cibarsi di quegli umori contrari di cui un’opposizione democratica è portatrice. Non vorrei essere frainteso. Non è che il premier non presti attenzione agli umori che circolano nel paese: ve ne presta fin troppo. Solo che preferisce quelli in diretta dei suoi sondaggisti di fiducia, in grado di dischiudergli il mondo in esclusiva. Non quelli di seconda mano che gli può offrire la Camera dei Deputati. D’altra parte, come si fa ad immaginare di appioppare all’uomo più ricco del paese un prodotto di seconda mano. Fosse anche un umore. Se oggi dunque viene in Parlamento lo fa perché preso dalla gola. Ci viene sull’onda di uno sdegno palpabile che, per la prima volta, da un anno a questa parte, attraversa l’intero paese e che, immagino, anche i «suoi» amati sondaggi devono avergli mostrato in tutta la loro crudeltà.
Accanto alla questione istituzionale delle dimissioni negate, la vicenda-Scajola offre due riflessioni collaterali sull’Italia d’oggi. La prima ha qualcosa a che fare con la comunicazione, con quello che essa è diventata nell’era di Berlusconi. Parliamoci chiaro. La frase del Ministro dell’Interno è caduta dal cielo proprio mentre la maggioranza dei media, abilmente orientata, si avviava a fare il processo a Cofferati come possibile mandante degli assassini del professor Biagi. Cosi stavano le cose fino a quando Scajola non ha cambiato con le sue parole il prodigio comunicativo che si stava verificando e che era destinato a mettere definitivamente in un angolo Cofferati. Un prodigio comunicativo che si coniugava, in quel «pozzo di memorie sconosciute» che è la nostra mente, con l’idea fatta circolare in passato e subito smentita che la morte di D’Antona altro non era che un regolamento di conti all’interno della sinistra. Si torni per un attimo indietro a tre giorni fa: non si trovava ormai più nessuno in Italia disposto ad ammettere una verità semplice: il povero Biagi è morto perché il governo gli ha negato la scorta. Eppure il nocciolo è qui. La seconda riflessione verte sulla classe dirigente della Casa delle libertà. Sono davvero troppe le gaffes degli esponenti più in vista degli uomini di Berlusconi per poterli attribuire al caso. Esse sono, molto più semplicemente, riconducibili ad un deficit di cultura istituzionale, che non è facile improvvisare perché la cultura non s’improvvisa. In nessuna attività come in quella politica il linguaggio è tutto. Il rapporto che corre tra la parola di un uomo di Stato e le sue conseguenze è automatico. Anche quando un uomo di Stato usa le parole più innocenti, per eludere un problema – anche in quel caso – essendo la politica un rigido sistema di conseguenze, talvolta anche inintenzionali, quel linguaggio procura effetti.
Berlusconi per le sue caratteristiche di imprenditore sceso «in campo» in fretta e furia «per difendersi dai comunisti» non è riuscito ad attirare intorno a sé una classe dirigente di qualità. Ha raccattato tutto quello che poteva raccattare sulla piazza, attraverso un tacito contratto. Lui le ha offerto gli strumenti per varcare la soglia del Parlamento, prestandogli, nella maggioranza dei casi, finanche la faccia in cabina elettorale ed in cambio ha preteso disciplina. In questo modo ha costruito una squadra che non era capace di «inventare» – compito principale delle classi dirigenti – ma di ubbidire. C’è però un però.

Fino a ieri le cose sono andate cosi. Dubito che, da oggi in poi, continueranno così.