Una delega flessibile – di Paolo Andruccioli

10/04/2002





 
   

 

Art.18 e non solo…
Una delega flessibile

Tre articoli a rischio Nella delega sul mercato del lavoro si prevede la liberalizzazione degli orari e la generalizzazione del lavoro a chiamata e temporaneo


PAOLO ANDRUCCIOLI

Oggi parliamo della delega berlusconiana sul lavoro dal punto di vista dell’orario, del lavoro a chiamata (in english:
job on call), del part time e del lavoro interinale. Per la precisione degli articoli 6, 7 e 8 della delega sul mercato del lavoro che, come ormai è noto a tutti, con l’articolo 10 prevede anche la modificazione dello Statuto dei lavoratori per quanto attiene al reintegro nel posto di lavoro del dipendente licenziato senza giusta causa. Come dice il filo conduttore di queste pagine, l’intento è quello di raccontare il prevedibile peggioramento della condizione dei lavoratori camuffato da aumento della libertà di scelta (che poi è l’ideologia liberista). I più critici (ma sono tanti e in crescita) dell’impostazione delle politiche berlusconiane paventano perfino il completo stravolgimento del diritto del lavoro italiano. Va in questa direzione il processo di individualizzazione dei rapporti di lavoro, che passa sia attraverso il tendenziale svuotamento dei contratti nazionali collettivi, sia attraverso l’incentivo e il massimo sviluppo del rapporto individuale tra lavoratore e azienda. L’articolo 7 della delega prevede per esempio l’estensione e comunque l’agevolazione della stipula di contratti di lavoro part time. Una norma che apparentemente favorisce i lavoratori che effettivamente desiderano lavorare a mezzo tempo, dimezzando l’orario e quindi la retribuzione. Ma nella formulazione della delega del governo emerge più che la valorizzazione della scelta libera del dipendente (che comunque resta tale e che non si può spacciare per libero professionista), l’elasticità delle prestazioni di lavoro, secondo le esigenze aziendali. «D’altra parte si ammette – scrivono gli esperti della Cgil in un testo dedicato al Libro bianco e alle deleghe – che la contrattazione collettiva possa consentire al datore di lavoro di richiedere lavoro supplementare anche senza il consenso del lavoratore». La delega prevede anche la modificazione delle norme che regolano l’orario di lavoro, finora rigidamente ordinate secondo i contratti e la legislazione nazionale ed ora europea (la famosa direttiva sugli orari, per esempio). Nella delega si colgono due punti fermi: da una parte si vuole dare massima libertà alle aziende di organizzare gli orari di lavoro in base alla produzione e alle esigenze (mutevoli) del mercato (se ne parla all’articolo 6 della delega). Dall’altra si vuole dare alle aziende la possibilità di ricorrere sempre di più a contratti part time, contratti atipici, contratti flessibili in deroga ai contratti nazionali di categoria e anche alle normative vigenti. In questo senso viene affidato il primato al rapporto individuale. Il lavoratore (dipendente) rischia così di essere sempre più solo (e quindi debole) nei confronti dell’azienda, che gli chiederà prestazioni di orario in base alle sue necessità economiche. C’è il rischio che vengano abrogati i limiti attuali dell’orario di lavoro. Una flessibilizzazione totale a favore delle aziende, che magari verrà spacciata per riduzione dell’orario di lavoro.

Da questo punto di vista, ovvero dal punto di vista dell’impresa,la novità più rilevante che potrebbe essere introdotta con le deleghe (trasformate in leggi) riguarda l’estensione e liberalizzazione del lavoro a chiamata e del lavoro interinale applicabile ora anche ai lavoratori handicappati o invalidi. Con l’articolo 8 della delega sul mercato del lavoro ora in votazione al senato, si prevede la «razionalizzazione» di tutte le tipologie «atipiche», ovvero la normalizzazione e quindi generalizzazione del «lavoro a chiamata, temporaneo, coordinato e continuativo, occasionale, accessorio (sono termini citati alla lettera dalla delega, ndr) e a prestazioni ripartite». La trasformazione liberista del lavoro in Italia passa per l’importazione di un modello di mercato del lavoro ben noto. Quello made in Usa. Si dice che così si aumenterà l’occupazione. Sappiamo che sarà tutta gente legata al filo del telefono. Chissà quando e come servirà alla produzione.