«Una crisi senza precedenti»

26/09/2003





 
   



26 Settembre 2003

 
«Una crisi senza precedenti»
Per la Cgil la recessione si aggraverà. Epifani: no alla finanziaria proposta dal governo
ANTONIO SCIOTTO
ROMA
L’economia italiana perde sempre più terreno, schiacciata dalla competizione internazionale e da una corsa dell’inflazione interna che comprime i consumi. I salari restano al palo, mentre gli industriali e il governo non investono su innovazione e ricerca: le prospettive sono ogni giorno più fosche, e se pure la locomotiva Usa dovesse realmente ripartire, noi ci troveremmo troppo indietro per recuperare. Il vagone Italia, per la Cgil, è destinato a rimanere inchiodato, a meno che il governo non voglia «prendere coscienza» dei motivi della crisi e reimpostare radicalmente la politica economica e industriale del paese. No alla «tecno-Tremonti» proposta dall’esecutivo in finanziaria, no alla costruzione di improbabili commissioni governative per lo sviluppo, «nuove strutture che per il solo rodaggio richiederebbero almeno un anno, rischiando così di consumare le poche risorse disponibili». «Corbellerie – così il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani definisce le misure per lo sviluppo messe sul tavolo dal ministro dell’economia – Il paese, al contrario, ha bisogno di investire sulle molte potenzialità che ci sono già oggi, incentivando le produzioni di qualità esistenti e creando occasioni per le regioni più trascurate. In particolar modo il mezzogiorno: all’ultimo incontro con il governo, non ho sentito nessun ministro farne parola». Un’analisi, quella del sindacato, supportata dai dati del nuovo osservatorio sulla congiuntura Ires Cgil, che annuncia rapporti trimestrali sulla struttura produttiva del paese. Sul pil, ad esempio, la Cgil prevede un terzo trimestre non certo roseo, a conferma sostanziale dello stato di recessione in cui si trova il paese: la variazione congiunturale prevista è di -0.2%, che sommandosi al -0,1% registrato nel primo e nel secondo trimestre del 2003 aggraverebbe quella che è già una «recessione tecnica» (due trimestri consecutivi con crescita negativa del prodotto interno lordo). «La crisi che stiamo vivendo – spiega Aldo Carra, responsabile dell’osservatorio Cgil – è la più grave degli ultimi 20 anni: la produzione industriale flette da 30 mesi, mentre nel periodo `92-’93 la flessione era durata 22 mesi. Vanno indietro le economie mature e non i paesi emergenti: non solo la Cina, ma anche altre nazioni asiatiche crescono con tassi del 7-8% che in passato caratterizzavano l’occidente. Tra i paesi sviluppati l’Italia va peggio di tutti: l’inflazione aumenta più che in Europa e si allarga la forbice con le retribuzioni; la quota di mercato dell’export si è ridotta negli ultimi 4 anni dal 5% al 3,6%; la produzione industriale in Francia è aumentata dell’11%, in Germania del 12%, in Italia del 3%. Inoltre, per la prima volta dopo 10 anni si è prodotto un deficit commerciale che a fine anno potrà toccare i 10 miliardi di euro».

Quanto alla Cina, la Cgil non è d’accordo a farne uno spauracchio come da qualche tempo si ostina a presentarla il governo. Tantopiù se si considera che «ben il 54% dell’export cinese – spiega l’osservatorio Cgil – è prodotto da industrie a capitale estero, alcune delle quali italiane». Tremonti afferma che siamo invasi dai prodotti cinesi, «ma in realtà a invaderci sono gli stessi industriali occidentali che producono a basso costo in oriente». «E’ inutile chiudersi o ipotizzare dei dazi – aggiunge Epifani – Paesi come la Cina o l’India rappresentano il più grande mercato del futuro, e intensificando gli scambi con gli altri potranno migliorare anche sul piano della democrazia e dei diritti».

Le proposte della Cgil per non perdere il treno di un’eventuale ripresa si basano sul rinnovamento del panorama industriale del paese, sull’opposizione alle leggi che hanno precarizzato e dequalificato il lavoro, su una nuova politica dei redditi. Il sindacato accusa i grandi gruppi industriali che non rischiano e puntano sul «sicuro», ovvero sugli ex monopoli, oggi non più di stato ma ancora ampiamente privilegiati: così la Fiat investe nel mercato elettrico, Benetton nelle autostrade. «Siamo come quelle famiglie feudali che mantenevano un alto tenore di vita vendendo le proprie terre – conclude Epifani – Il periodo della rendita è finito, adesso bisogna puntare tutto su qualità e innovazione».