Una colf su due lavora in nero

23/04/2007
    lunedì 23 aprile 2007

    Pagina 4 – Attualità

      Grazie a loro lo Stato risparmia 6 miliardi per l’assistenza, «ma bisogna regolarizzarle»

        Una colf su due lavora in nero

          Si calcola che siano quasi un milione e mezzo, per il 90% straniere

            ROMA. Il 90% è straniero e quasi il 50% lavora in nero. E’ questo il panorama del mercato italiano delle collaboratrici domestiche: un mercato da 1,3 milioni di colf, di cui solo 745.000 con regolare contratto di lavoro, che consente allo Stato di risparmiare circa 6 miliardi di euro in termini di assistenza. Il quadro arriva dal direttore generale del ministero del Lavoro, Lea Battistoni, che – intervenendo ieri al congresso nazionale dell’Api-Colf – ha sottolineato come la presenza in Italia di lavoratrici domestiche «è talmente rilevante da far paragonare questo settore a quello metalmeccanico», anche se con percentuali di ‘nero’ totalmente diverse.

            «Ci sono 745.000 lavoratrici in Italia, dice l’Inps, ma noi sappiamo che 500.000 o 600.000 non sono registrate. Si tratta di un mercato del lavoro da 1,3 milioni di persone», spiega Battistoni, aggiungendo che «il 90% non sono italiane». Un mercato tutto al femminile, quindi, anche se il direttore generale per il Mercato del Lavoro, evita di «parlare solo di donne, perché ci sono le basi per la crescita della presenza degli uomini, adesso rappresentati in minima parte» nel settore. E’ anche un mercato ‘utile’, visto che, spiega Battistoni, «lo Stato risparmia sei miliardi di euro attraverso questo sistema di Welfare», che garantisce assistenza e sostegno ad anziani e malati. Grazie alla rete delle badanti, cioè, vengono assicurati servizi che non ricadono così sull’assistenza pubblica.

            Rimane il problema del lavoro nero, comunque in leggero miglioramento rispetto agli anni passati, se si pensa che nel 2001 l’associazione Domina stimava all’80% il tasso di collaboratrici in nero. «Il primo passo è regolarizzare le presenze», spiega Battistoni, ricordando che «in Italia c’è la proposta di Ferrero di escludere dai flussi annuali di immigrazione (previsti dalla Bossi-Fini) i collaboratori familiari». Un’idea che incontra il favore dei sindacati di categoria, con Ramona Campari, responsabile nazionale della Filcams-Cgil, che chiede un «superamento della Bossi-Fini, soprattutto dell’aspetto previdenziale che questa legge ha cancellato». Ma ci sono anche altre proposte. Secondo Laura Pogliano Besozzi, presidente dell’associazione Fidaldo, «non è colpa solo del datore di lavoro se non si riescono a regolarizzare tutti i contratti. Spesso è responsabilità anche dell’Inps che consiglia di non denunciare tutte le ore effettuate». Secondo Pogliano, «la giusta via per incentivare la regolarizzazione dei contratti è la detrazione del costo del lavoro», in modo da portare vantaggi sia alla colf che al padrone di casa. Perchè, conclude Laudina Zonca, segretaria della Federcolf, «il lavoro nero ha un prezzo che diventa carissimo nel lungo periodo, anche dal punto di vista dell’ancora scarso riconoscimento sociale» al ruolo svolto da colf e assistenti familiari.

            «Nonostante il cammino fatto sull’evasione fiscale e contributiva – sottolinea il presidente uscente dell’Api-Colf, Rita De Blasis – rimangono nodi da sciogliere». E sollecita il governo a trovare soluzioni insieme alle parti sociali.