Una bomba demografica per la spesa pubblica

28/02/2003




Venerdí 28 Febbraio 2003


Una bomba demografica per la spesa pubblica

Per l’Ocse l’incremento medio sarà del 5,8% del Pil – In arrivo un forte aumento di costi soprattutto nella sanità


DI LUCA PAOLAZZI

La marea demografica sommergerà i bilanci statali. L’invecchiamento della popolazione, infatti, produce un forte innalzamento della spesa pubblica. È questo uno degli effetti indesiderabili dell’incanutirsi delle genti nei Paesi industriali. Un problema comune a tutti e che aggrava l’incidenza del fenomeno sul tasso di crescita dell’economia nel suo complesso. Infatti, se con una popolazione più anziana tende a diminuire, oltre che a ricomporsi, il tasso di crescita della domanda finale di consumi, dal lato dell’offerta si abbassa anche la dinamica della produttività del capitale umano (per i noti problemi legati all’apprendimento). In questo contesto, una maggiore incidenza della redistribuzione pubblica a favore degli anziani implica una maggiore pressione fiscale che condannerebbe molti Paesi alla stagnazione o a un declino economico assoluto. L’Ocse, nell’ultimo «Economic Outlook», ha provato a stimare l’incremento della spesa pubblica indotto dall’invecchiamento della popolazione. Gli effetti sono devastanti: tra il 2000 e il 2050 per la media dei Paesi considerati (non per tutti esistono statistiche affidabili) il peso della spesa pubblica salirebbe del 5,8% del Pil a causa della "tassa vecchiaia", che già nel 2000 costituiva il 21,2% del Pil. L’aumento è spiegato anzitutto dalla maggior spesa pensionistica (per il 3,6% del Pil), seguito a un’incollatura dalla maggiore spesa sanitaria (3,1%). Un piccolo sollievo può arrivare dalle minori uscite (-0,9% del Pil) nelle spese pubbliche per i giovani (sostegni all’infanzia e istruzione). L’Italia, in questo contesto, non è tra i Paesi che subiranno le più forti conseguenze sul bilancio pubblico dall’invecchiamento della popolazione (+1,9% la spesa sul Pil), nonostante tale invecchiamento sia tra i più accentuati (gli oltre 65enni balzano al 40% dal 28% della popolazione in età di lavoro). Questo si spiega con una serie di ragioni. Anzitutto, il livello della spesa pensionistica è già oggi nettamente il più alto di tutte le nazioni industriali: 14,2% del Pil (dati 2000), contro una media del 9% (inclusi i programmi di pensione anticipata). Il Paese con la seconda più grande spesa è la Francia con il 12,1%, poi c’è la Germania con l’11,8%; il Paese con la spesa minore è la Corea (2,1%) mentre Usa e Gran Bretagna sono al 4,4%. Questa incidenza già così elevata della spesa previdenziale ha fatto adottare misure di riforma che si mostreranno pienamente efficaci proprio a metà del secolo, e ciò nasconde nelle stime dell’Ocse la lentezza della transizione e i relativi costi, che porteranno a un ulteriore innalzamento delle uscite pensionistiche nei prossimi 10-15 anni, creando una gobba nel profilo della spesa. E questa gobba che deve essere rapidamente corretta se si vuole liberare risorse per modificare la composizione di entrare e uscite in modo più favorevole allo sviluppo dell’economia. Se le ricadute dell’invecchiamento sulla spesa previdenziale sono nulle, quelle sulle uscite sanitarie sono invece consistenti anche in Italia. Il bilancio sanitario si amplierà del 2,1% del Pil, rispetto al 5,5% del 2000. Meno della media dei Paesi considerati, dunque, e di molte singole nazioni (Usa 4,4%, Germania 3,1%, Francia 2,5%). Ma abbastanza per appesantire ulteriormente un bilancio pubblico già zavorrato e zavorrante. Il problema, comunque, non è solo né principalmente italiano. Effetti molto più dirompenti si avranno, tra i maggiori Paesi europei, in Germania (+8,1% del Pil), Spagna (+10,5%) e Francia (+6,4%), mentre se la caverà il Regno Unito (+0,2%). Ecco perché è urgente un’azione coordinata a livello comunitario.